Coppa Davis. Erano 47 anni che non l’alzavamo al cielo

Meravigliosa insalatiera! La vincemmo nel 1976 contro i padroni di casa nel Cile infestato dal regime sanguinario di Pinochet. Ora l’abbiamo vinta contro l’Australia, a Malaga, in quella Spagna che ha visto da poco la riconferma del governo più progressista d’Europa, pertanto la gioia è doppia.
ROBERTO BERTONI BERNARDI
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Meravigliosa insalatiera! Erano quarantasette anni che non l’alzavamo al cielo. Allora la vincemmo contro i padroni di casa nel Cile infestato dal regime sanguinario di Pinochet, con annesse polemiche, piuttosto motivate, relative alla nostra partecipazione; ora l’abbiamo vinta contro l’Australia in quel di Malaga, in un Paese che ha visto da poco la riconferma del governo più progressista d’Europa, pertanto la gioia è doppia.

Sinner, Sonego, Musetti, Arnaldi e Bolelli, capitanati da Filippo Volandri, prendono il posto di Panatta, Bertolucci, Barazzutti e Zugarelli, con alla guida il mitico Nicola Pietrangeli: due generazioni assai diverse ma destinate entrambe a restare nel nostro cuore, accomunate dalla conquista di una Coppa Davis che era diventata ormai la nostra croce mentre adesso è la nostra delizia. Il merito principale va a Sinner, ovvio: mai visto un campione così alle nostre latitudini. Forse neanche i già menzionati Pietrangeli e Panatta erano a questi livelli. Tecnicamente probabilmente sì, ma Jannik vince soprattutto grazie al carattere: una grinta smisurata, una freddezza tipicamente altoatesina, un autocontrollo totale che gli ha permesso di resistere agli assalti di un Đoković disposto a tutto pur di provare a condurre la sua Serbia sul tetto del mondo. Invece abbiamo vinto noi ed è bellissimo.

È straordinario, infatti, nella domenica in cui abbiamo assistito anche all’apoteosi di Pecco Bagnaia in Moto GP, scoprirci un po’ meno calciocentrici, attenti pure ad altri sport, capaci di spaziare e di essere grandi in discipline che, fino a qualche anno fa, solo di rado venivano trasmesse in televisione. Gli ascolti, invece, ci dicono che è iniziata una nuova era. Come per fortuna è diventato impossibile ignorare il calcio femminile, così d’ora in poi sarà impensabile non vedere Sinner e compagni in diretta sulle reti RAI, trasformando eventi un tempo d’élite in patrimonio popolare. Finalmente,  dunque, vedremo i bambini con la racchetta in mano affiancarsi a quelli col pallone fra i piedi, e sarà davvero significativo. Qualcuno, forse, si tingerà i capelli d’arancione per imitare il fenomeno di San Candido. Nasceranno, come sta già avvenendo, piatti a lui dedicati. Compariranno poster e striscioni, e speriamo che Jannik sappia meritarsi fino in fondo tanta stima e simpatia collettiva.

Di sicuro, in una fase storica segnata dall’individualismo e dalle passioni tristi, sapere che milioni di italiani si sono seduti davanti al televisore per assistere al capolavoro di un gruppo di ragazzi che hanno giocato l’uno per l’altro, sognando e sperando insieme e battendosi per il nostro Paese e non solo per se stessi, costituisce un’inversione di tendenza. È incredibile che a produrre questo miracolo sia stato uno sport per leggende solitarie, anche se va detto che l’apoteosi, nella semifinale con la Serbia, l’ha prodotta proprio l’affiatamento della coppia Sinner-Sonego, in grado di avere la meglio sul duo composto da Đoković e Kecmanović. Speriamo, pertanto, che in ogni ambito ci si renda conto che nessuno può farcela a livello individuale e che è indispensabile venirsi incontro. Speriamo che questa Nazione, ridotta in condizioni tragiche, trovi la forza per risollevarsi. Speriamo, infine, che l’entusiasmo spontaneo suscitato da questa vittoria insperata produca un cambiamento complessivo, che sia la scossa di cui avevamo bisogno, che riesca nella stessa impresa in cui riuscì il trionfo dei campioni di Bearzot nell’82, guarda caso sempre in Spagna, nazione cui ci legano profonde affinità e un naturale affetto.

Certo, non c’era l’epica del Novecento negli sguardi dei fuoriclasse del 2023. Non c’era, grazie a Dio, lo scempio della Moneda sullo sfondo. Non c’era un Allende da vendicare. Non c’era un compromesso storico da difendere né Moro né Berlinguer né le folle oceaniche che gremivano le piazze mezzo secolo fa. È tutto diverso e ogni successo va accolto per ciò che è. Questi ventenni sono figli della loro epoca e guai a caricarli di eccessive responsabilità! La nostra felicità, tuttavia, è la stessa. Per una volta, siamo contenti di essere italiani. E questa gioia genuina, purissima, intensa e indiscutibile dovrebbe indurci a riflettere anche sul fatto che l’alfiere del trionfo sia stato un giovanotto figlio di una terra di confine, la cui appartenenza all’Italia fu piuttosto contestata (per usare un eufemismo) dalla popolazione locale e la cui storia è stata caratterizzata dell’accordo De Gasperi-Gruber del ’46. 

Confini che si mescolano, strade che si incontrano, culture che si confrontano e accenti diversi che cantano lo stesso inno: è lo sport, è la vita, è la competizione leale che vorremmo sempre vedere. Il tutto in un paese, la Spagna, il cui Presidente socialista ha risolto con la politica ciò che i conservatori e i reazionari avrebbero voluto risolvere con la galera, ben cosciente del fatto che l’unità della nazione può passare solo dal riconoscimento delle sue differenze e specificità.

Tante lezioni, quindi, altrettante note a margine e il sorriso sincero di questa comunità che festeggia e guarda avanti. Lasciamoli esultare, se lo meritano. E prendiamo esempio dalla semplicità della loro grandezza, con l’auspicio di aver imparato qualcosa.

Coppa Davis. Erano 47 anni che non l’alzavamo al cielo ultima modifica: 2023-11-27T15:56:30+01:00 da ROBERTO BERTONI BERNARDI
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