Nuova crisi diplomatica tra Spagna e Israele

Madrid e Tel Aviv di nuovo ai ferri corti, sullo sfondo le necessità geopolitiche europee in Medio Oriente e il timore del governo israeliano per un riconoscimento dello stato di Palestina.
ETTORE SINISCALCHI
Condividi
PDF

AGGIORNAMENTO. Nella giornata di giovedì c’è stata un’escalation della crisi — e l’apertura di un fronte italiano; i particolari in fondo al testo.

Pedro Sánchez si è lanciato sul fronte internazionale, giocando appieno il turno di presidenza spagnola dell’Unione europea, promuovendo per la Spagna in Europa un ruolo attivo nella crisi della guerra di Gaza scatenata dall’attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre. Movimenti che hanno disturbato Tel Aviv e aperto una nuova crisi diplomatica tra i due paesi. 

La scorsa settimana è stata intensa, culminata lunedì col vertice dei ministri degli Esteri dell’Unione per il Mediterraneo — UpM, l’organizzazione intergovernativa formata dai 27 dell’Ue e da altri 16 paesi di Nordafrica, Europa sud-orientale e Medio Oriente, tra i quali Israele, Turchia, Egitto, Marocco, Algeria e Giordania — tenutosi a Barcellona.

La prima fase dell’offensiva diplomatica ha visto protagonista Sánchez che, dopo la celebrazione del primo Consiglio dei ministri del nuovo governo, assieme al primo ministro olandese, il liberale fiammingo Alexander de Croo, si è recato in Israele, Palestina e Egitto; la seconda ha avuto come scenario il vertice di Barcellona, col ministro degli esteri José Manuel Albares a fare gli onori di casa e il protagonismo del socialista catalano Josep Borrell, alto Rappresentante dell’Ue per la Politica estera.

de Croo e Sánchez in visita al kibbutz Beeri a J’lem apprendono i particolari della strage perpetrata da Hamas; foto di Borja Puig de la Bellacasa

Il viaggio di Sánchez e de Croo ha fatto tappa a Ramallah, Gerusalemme e Il Cairo, per concludersi al passo di Rafah, la frontiera tra l’Egitto e Gaza. Giovedì in territorio palestinese l’incontro con presidente dell’Autorità nazionale palestinese, Abu Mazen, poi a Gerusalemme le riunioni con la direttrice della Commissione civile sui crimini di Hamas, Kopochav Elkayam-Levy, col presidente dello stato di Israele, Isaac Herzog, e col primo ministro Benjamin Netanyahu; infine l’incontro coi familiari degli ostaggi israeliani nelle mani di Hamas e la visita conclusiva al kibbutz Beeri a J’lem, attaccato da Hamas in una delle più orribili stragi di quella tragica giornata. Venerdì a Il Cairo si sono tenuti gli incontri col presidente egiziano, Abdel Fattah al-Sisi, e col Segretario generale della Lega araba, Ahmed Aboul Gheit, con la chisura del viaggio al Passo di Rafah. 

A Gerusalemme Sánchez è stato netto. “Israele ha diritto all’autodifesa, ma mi permetta di essere chiaro, Israele deve rispettare anche il diritto internazionale, incluso il diritto umanitario”, ha detto rivolto al primo ministro israeliano nell’incontro tenutosi alla Knesset — il parlamento con sede a Gerusalemme, non riconosciuta come capitale israeliana dagli stati europei —, ribadendo il concetto nella conferenza stampa finale.

La terribile sofferenza di centinaia di migliaia di persone in Palestina è atroce. Il mondo intero è turbato dalle immagini che vediamo da Gaza. La cifra di palestinesi morti è insopportabile. Le operazioni militari devono distinguere con chiarezza tra gli obiettivi terroristi e la popolazione civile.

Per decenni — ha spiegato — abbiamo sofferto il flagello del terrorismo e possiamo comprendere molto bene il dolore e la frustrazione di Israele, le atrocità commesse dall’organizzazione terrorista Hamas sono agghiaccianti. Siccome lo abbiamo sofferto anche in Spagna, sono convinto che il terrorismo non si sconfigge solo con la forza.

Oltre a richiedere la sospensione delle ostilità Sánchez ha comunicato la proposta spagnola di una conferenza internazionale di pace con le parti implicate, iniziativa che aveva già raccolto adesioni e che verrà fatta propria dal vertice dell’UpM.

Tutti concetti già espressi al presidente Herzog e ribaditi nell’incontro con Abu Mazen e al Passo di Rafah, dove ha introdotto il tema scottante del riconoscimento dello stato di Palestina.

È il momento che la comunità internazionale, specialmente i paesi europei, decidano sul riconoscimento dello stato palestinese. Sarebbe opportuno che lo facessimo insieme ma se non succede la Spagna prenderà le sue decisioni,

ha detto modificando la posizione spagnola finora contraria al riconoscimento unilaterale. 

L’incontro a Ramallah col presidente dell’Autorità nazionale palestinese Abu Mazen; foto di Jorge Villar

La reazione di Israele è stata durissima. Netanyahu ha attaccato Sánchez e de Croo, perché

non hanno attribuito ad Hamas l’intera responsabilità dei crimini contro l’umanità perpetrati, massacrando cittadini israeliani e usando i palestinesi come scudi umani.

Il ministro degli Esteri, Eli Cohen, ha denunciato le “false accuse dei primi ministri di Spagna e Belgio che appoggiano il terrorismo” e ha convocato l’ambasciatore spagnolo per una dura reprimenda. L’accusa è stata ritenuta “molto grave” da Madrid, col ministro degli esteri Albares che a sua volta ha convocato l’ambasciatrice israeliana. 

L’attacco del ministro degli esteri israeliano a Spagna e Belgio dal suo account dell’ex-Twitter

Il vertice di Barcellona dell’Unione per il Mediterraneo è iniziato dunque fra grandi tensioni e l’assenza di Israele, che ha denunciato il cambio di ordine del giorno, centrato esclusivamente sulla guerra di Gaza, e il rischio di convertire l’Unione “in un altro forum internazionale in cui i paesi arabi criticano Israele”. 

La “foto di famiglia” del vertice dell’UpM di Barcellona; fonte UpM

Josep Borrell, che ha presieduto il vertice assieme al vice primo ministro e ministro degli Esteri di Giordania, Ayman Al-Safadi, ha risposto alle accuse. “Parlare è il primo passo, questo non è un complotto contro Israele”, ha detto in un’intervista al quotidiano La Vanguardia.

Una cosa è lo stato di Israele e un’altra il suo governo. Reclamo il mio diritto di criticare il governo senza essere accusato di antisemitismo. Questo governo ha vissuto in certa misura una negazione della realtà che, in qualche modo, prosegue, per esempio in Cisgiordania.

Nel vertice ci sono state difformità tra i partecipanti riguardo alla legittimità della rappresaglia israeliana. “Alcuni nostri colleghi chiamano ancora autodifesa l’uccisione di quindicimila palestinesi, la distruzione di casa e di ospedali, il blocco di cibo acqua e medicine. Noi la chiamiamo aggressione brutale. Alcuni si rifiutano ancora di chiedere un cessate il fuoco”, ha sottolineato il ministro degli esteri giordano.

Ma è stata prodotta una posizione comune che indica la soluzione dei due stati come sbocco obbligato, basata su tre fondamenti, così riassunti da Borrell: “No al ritorno di Hamas a Gaza, no allo smembramento e alla ricolonizzazione di Gaza da parte di Israele, no agli insediamenti illegali in Cisgiordania”, ha detto segnalando il piano israeliano da 43 milioni di dollari in appoggio ai coloni nella West Bank, dicendosene “sconvolto”. Al-Safadi ha sottolineato le difficoltà del percorso dei due stati, spesso evocati come soluzione miracolistica in occidente.

Siamo chiari su cosa significhi, significa mettere fine all’occupazione israeliana, rispettare i diritti dei palestinesi, conformarsi al diritto internazionale.

Se Israele rifiuta di impegnarsi “come fa da trent’anni, cosa faremo?”, ha chiesto ai colleghi il rappresentante giordano.

Il ministro degli Esteri italiano testimonia sull’ex-Twitter la partecipazione italiana al vertice di Barcellona, tra le più tiepide nella condanna della rappresaglia israeliana

Non è questa la prima crisi tra Tel Aviv e Madrid. Già a metà ottobre ci fu una prima scintilla, per le dichiarazioni di condanna della rappresaglia israeliana di alcuni membri del governo spagnolo. A febbraio ci fu la rottura delle relazioni tra Barcellona e Israele, con la sospensione, su iniziativa della sindaca Ada Colau, del gemellaggio tra la capitale catalana e Tel Aviv. Misura confermata con la nuova amministrazione del sindaco socialista Jaume Collboni, che pure a settembre aveva riattivato le relazioni con Israele e il gemellaggio: venerdì l’assemblea comunale ha approvato, col voto contrario di Pp, Vox e Junts, una mozione che interrompe le relazioni con Israele fino a un cessate il fuoco definitivo, mantenendo però attivo il gemellaggio tra le città.

La reazione israeliana è stata molto dura, non solo per il contesto bellico, e probabilmente determinata non tanto dal merito delle dichiarazioni contestate quanto dal tema del riconoscimento dello stato palestinese. 

Sánchez (e de Croo) non hanno detto nulla che non sia stato detto da altre cancellerie europee, o dalla stessa UE. E la reazione israeliana non ha Spagna e Belgio come unici obiettivi.

Anche James Cameron, l’ex primo ministro conservatore che consentì il referendum sulla Brexit tornato alla prima linea della politica come ministro degli esteri britannico, in un incontro con Netanyahu immediatamente successivo a quello di Sánchez, ha segnalato le morti “eccessivamente numerose” fra i palestinesi, invitato le forze di sicurezza israeliane a “rispettare il diritto internazionale” e affermato che Israele deve fermare “l’inaccettabile violenza” dei coloni in Cisgiordania. Non lo ha fatto in conferenza stampa accanto a Netanyahu, ma ha reso pubblici i contenuti della conversazione e la posizione britannica in un’intervista alla BBC immediatamente successiva all’incontro col premier israeliano. “Bisogna pensare a come iniziare a costruire la capacità di creare uno Stato in cui i palestinesi possano vivere in stabilità e sicurezza”, ha affermato Cameron.

Anche Ursula van Der Leyen, dopo lo scivolone iniziale in cui aveva avallato totalmente la rappresaglia israeliana a Gaza, ha assunto la posizione della Commissione europea, chiedendo la cessazione delle violenze dei coloni in Cisgiordania, segnalando la necessità di uno stato palestinese e la riunificazione dei territori di Gaza e Cisgiordania.

Posizioni storiche, riposte nel cassetto dei princìpi piegati alla realpolitik, che la nuova Guerra di Gaza ha riportato alla ribalta con forza. Il timore del governo Netanyahu è che si arrivi a un reale riconoscimento dello stato palestinese da parte di singoli stati europei o, peggio, del complesso dell’Unione. L’iniziativa di Sánchez, l’annuncio della possibilità di riconoscimenti unilaterali, preoccupa Tel Aviv che vede dietro la posizione il segnale del concretizzarsi di questo scenario.

A Sánchez interessa certamente proiettare l’immagine di un governo con un ruolo internazionale, anche per proporre al dibattito pubblico temi che coprano le polemiche relative al governo dell’amnistia, ma Spagna e Europa rispondono a concrete necessità delle relazioni internazionali. È lo stesso Borrell a chiarirle nella sua intervista, quando spiega che nel viaggio compiuto a metà ottobre nei paesi arabi ha constatato come nella regione non si comprenda l’atteggiamento europeo.

La loro percezione è che, dicendo che Israele ha diritto a difendersi, gli stiamo dando carta bianca. Non è così, la posizione dell’Ue è chiara sul rispetto del diritto internazionale, incluso quello umanitario, che deve essere rispettato. La visita di Sánchez e del primo ministro belga in Israele hanno dimostrato che ne esigiamo il rispetto.

Sullo sfondo anche la guerra ucraina e le difficoltà dell’Europa a sostenere coi paesi di Nordafrica e Medio Oriente la partecipazione attiva alla difesa ucraina dagli invasori russi a fronte del distacco rispetto a quanto accade ai palestinesi. Molti stati vedono in questo una contraddizione europea.

L’Ue tenta quindi di costruire una posizione europea autonoma, non schiacciata sulle posizioni israeliane, attenta agli interessi comunitari nell’area del Mediterraneo — e Sánchez, sull’onda del turno di presidenza spagnola, sta agendo un ruolo attivo in questo contesto —. In Medio Oriente, come in Ucraina, la necessità è quella di non subire le decisioni delle potenze coinvolte e di costruirsi un ruolo autonomo. Che determinerà presto altre tensioni con il governo di Benjamin Netanyahu.

*AGGIORNAMENTO (h.21,00, 30/11/23). Nel corso della prima intervista da presidente del nuovo governo a RTVE, Pedro Sánchez, interpellato sulla situazione a Gaza si è detto “francamente dubbioso che Israele stia rispettando il diritto internazionale umanitario a Gaza”, suscitando l’ira del governo israeliano [qui il video con le dichiarazioni in oggetto]. 

Netanyahu ha “ordinato al ministro degli Esteri, Eli Cohen, di convocare l’ambasciatrice spagnola in Israele per un colloquio di reprimenda dopo le vergognose dichiarazioni del presidente del governo di Spagna, nel giorno in cui i terroristi di Hamas stanno uccidendo israeliani a Gerusalemme”, informa in un comunicato il primo ministro israeliano. Successivamente Cohen ha annunciato il richiamo in Israele dell’ambasciatrice Rodica Radian-Gordon “per consultazioni”. 

Ecco alcuni stralci dell’intervista di Sánchez, che è tornato anche sul riconoscimento dello stato di Palestina.

I paesi amici devono parlare schiettamente. Dal primo momento abbiamo detto che quanto fatto da Hamas in Israele è assolutamente spregevole. […] Il governo di Israele può contare sulla nostra condanna […] e sulla convinzione che Hamas debba liberare tutti gli ostaggi nelle sue mani, immediatamente e senza condizioni. Ma dobbiamo anche dire a Israele che deve basare le sue azioni sul Diritto internazionale e, con le immagini che vediamo e il numero crescente di bambini che stanno morendo, francamente dubito che Israele stia rispettando il Diritto umanitario”. 

“Dobbiamo proporre una soluzione politica per chiudere questa crisi e, a mio giudizio, passa per il riconoscimento dello Stato di Palestina. Più di 140 paesi nel mondo già lo hanno riconosciuto. Chi non lo ha fatto, fondamentalmente, siamo noi che apparteniamo all’orbita occidentale, Stati Uniti e Europa”.

“Io credo che la situazione sia cambiata, perché quando uno parla coi paesi arabi ti dicono: ‘gradisco il tuo appoggio e solidarietà ma non possiamo più andare a conferenze di pace per fare accordi che poi non vengono rispettati’. Io credo abbiano una parte di ragione perché in questi anni abbiamo visto come Israele ha sistematicamente occupato territorio palestinese in Cisgiordania e ora vediamo che accade a Gaza”. 

“Dobbiamo affrontare questo dibattito […] perché è interesse dell’Europa stabilizzare una regione tanto importante per noi come il Mediterraneo. Se non otteniamo la pace la crisi può espandersi a Libano, Egitto, Giordania. Davvero l’Europa si può permettere due fronti di guerra, uno in Ucraina e l’altro in Medio Oriente?”.

**AGGIORNAMENTO (h. 13,00, 1/12/2023) Nella stessa intervista Sánchez ha fatto riferimento anche all’Italia, “governata dall’estrema destra”. La risposta, poco consona al ruolo ministeriale e confusa, anche nella digitazione, è arrivata dal ministro degli Esteri Antonio Tajani.

La campagna per le europee del 2024 è già iniziata, al centro del voto ci sarà il successo o il fallimento del progetto di Manfred Weber di schierare il Ppe con le estreme destre europee, di cui il governo italiano costituisce un’anticipazione, seppur con la componente popolare- berlusconiana minoritaria.

Immagine di copertina, foto di Borja Puig de la Bellacasa; da sinistra: de Croo, Netanyahu e Sánchez nell’incontro alla Knesset; la fonte delle foto, se non diversamente indicato, è Gobierno de España / La Moncloa

Nuova crisi diplomatica tra Spagna e Israele ultima modifica: 2023-11-29T18:05:23+01:00 da ETTORE SINISCALCHI
Iscriviti alla newsletter di ytali.
Sostienici
DONA IL TUO 5 PER MILLE A YTALI
Aggiungi la tua firma e il codice fiscale 94097630274 nel riquadro SOSTEGNO DEGLI ENTI DEL TERZO SETTORE della tua dichiarazione dei redditi.
Grazie!

VAI AL PROSSIMO ARTICOLO:

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE:

Lascia un commento