Canal Grande: mica basta un “pasticcio policromo” per rovinare un bel film

ROBERTO ELLERO
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Esattamente ottant’anni fa, in giorni decisamente tribolati, usciva nelle sale il venezianissimo Canal Grande del regista e produttore Andrea Robilant (senza il “di” nobiliare nei titoli di testa, sua unica regia tra l’altro), atteso soprattutto per il promesso avvento del colore nel finale (Agfacolor, la risposta di Goebbels al Technicolor americano), ad immortalare una Regata storica appositamente ricostruita per il film, data la sospensione bellica dell’evento in quegli anni. Toccata e fuga.

Ora dovremmo parlare dei colori – scrive in proposito l’anonimo recensore, Vice, in Film del 16 ottobre 1943, citato da Francesco Savio nel suo monumentale Ma l’amore no, Sonzogno, 1975) – e francamente preferiremmo tacerne; tutto il finale del film, con la regata che dovrebbe essere il suo pezzo forte, è rovinato. Non è serio, alla fine di un film abbastanza riuscito, presentare al pubblico un simile pasticcio policromo. 

Proprio così, “pasticcio policromo”, tanto da indurre il distributore a ritirare la pellicola sostituendola presto con una versione interamente in bianco e nero. Ma i tempi, lo dicevamo, son quel che sono, tra occupanti nazisti, soverchierie repubblichine, retate, bombe e avanzata degli Alleati. E del film si perde traccia. Ricomparirà, sullo schermo dell’arena di San Polo, alla metà degli anni Ottanta, in una di quelle serate memorabili del cinema all’aperto organizzate dal Circuito Cinema comunale. Un evento, nella copia restaurata dalla Cineteca Nazionale, salutato giustamente alla stregua dell’anteprima dal critico del Gazzettino Fiorello Zangrando (ora in La passione e la ragione, Quaderni della Videoteca Pasinetti, 1994), che non manca di elogiarne le qualità. Poi, un passaggio televisivo su Rai Due (quando?, a che ora?) e nulla più. E soprattutto senza più colore, vanamente cercato anche negli studi tedeschi. 

Set del film Canal grande di Andrea Robilant, 1943

Eppure, a proposito di Agfacolor, operativo nel comparto documentario sin dalla metà degli anni Trenta, restano le immagini “policrome”, anch’esse di una regata, che compaiono nel coevo Il barone di Münchhausen di Josef von Báky, che esce nella primavera del 1943, produzione tedesca con esterni autenticamente veneziani, colore a tutt’oggi godibilissimo, come ci ha consentito di verificare lo storico del cinema Carlo Montanaro sere fa a Palazzo Franchetti, nel corso di un incontro per l’appunto incentrato sul fatidico Canal Grande di Robilant, a latere della mostra Italico Brass. Il Pittore di Venezia, curata da Giandomenico Romanelli e Pascaline Vatin per l’Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti, allestita a Palazzo Loredan, meritevole di aver fatto conoscere al grande pubblico l’opera di un artista sin qui – a torto – non troppo considerato dalla critica e dagli storici della pittura (anche soltanto veneziana) del Novecento. Ma che cosa c’entra Canal Grande con Italico Brass? 

Prima di tutto, due parole ancora sul film, ambientato nella Venezia del 1881, con la strenua opposizione dei gondolieri all’introduzione dei vaporetti. Se n’era già occupato Giacinto Gallina in una delle sue commedie più note e riuscite, Serenissima (1891), che molto deve alle sortite del nobilomo Vidal, personaggio in vista della Venezia abbiente cui si si rivolgono i gondolieri per trovare udienza e giusta sponda negli ambienti politici cittadini. Ma di lui (e di Gallina) non c’è traccia nel film, scritto “originalmente” dal giovane Carlo Lodovici (anche attore e futuro regista televisivo di Cesco Baseggio negli anni Sessanta), che guarda piuttosto ad una famiglia di gondolieri doppiamente minata dall’arrivo delle caponere (così i veneziani a proposito dei primi batèi).  La serpe in seno. Menego, Lupo e Lupetto: tre generazioni di gondolieri nella stessa famiglia, con il nonno, capostipite, buontempone un po’ lamentoso (è Cesco Baseggio, che di anni all’epoca di anni ne aveva quarantacinque dimostrandone, al suo solito, settanta), il padre, l’energico capofamiglia, campione di infinite regate e sincero capopopolo (l’esuberante Camillo Pilotto) e infine il figlio (Federico Gentile), volentieri sfaccendato, che oltre a flirtare con la sussiegosa Paulette, nipote dell’impresario francese dei vaporetti (è Alanova. ballerina e coreografa americana, moglie per qualche tempo di Andrea di Robilant), preferendola alla venezianissima Lisetta (Maria Denis), mette da parte i remi per cercare lavoro come pilota proprio nei vaporetti. Insopportabile onta prima del ravvedimento e della doverosa catarsi. 

L’attrice Lea Migliorini in Canal grande, di Andrea Robilant, 1943

Nei titoli di testa del film (quelli di coda semplicemente non esistono, come usanza dell’epoca), la voce scenografia non figura. Ma nei crediti di varie filmografie a disposizione (non Savio, peraltro) compare, attribuita a Italico Brass, spesso definito nelle biografie pittore, collezionista e per l’appunto scenografo, senza che mai quest’ultima qualifica sia accompagnata da lavori specifici, cinematografici o teatrali che siano. E in che cosa consisterebbero le scenografie di Canal Grande? I pochi interni sono per lo più domestici, decisamente modesti e girati a Cinecittà. Difficile pensare ad un grande nome per la loro ideazione. Gli esterni, piuttosto, numerosi e variegati nel film già prima di arrivare allo sprint della Regata Storica appositamente commissionata. E sono quegli esterni, lo stazio dei gondolieri a Santa Maria del Giglio o la seduta delle impiraresse in campo San Boldo, per nulla artefatti o cartolineschi, “minori” ma grandemente espressivi, a suggerire possibili connessioni con la pittura di Italico Brass. 

Italico Brass, Caffè Florian, 1912 (courtesy lineadacqua)

Vedere, per credere, le trecento opere in mostra a Palazzo Loredan sino al 22 dicembre e magari anche lo splendido catalogo che le accompagna, edito da Lineadacqua e dall’Istituto Veneto. Se la preziosità dell’artista è di immergersi nella venezianità della vita quotidiana cogliendone l’essenza e facendone pittorico tesoro, con stile moderno ma senza voli d’avanguardia, altrettanto si può forse  dire  – cinematograficamente – per gli esterni veneziani di Canal Grande, la cui direzione artistica – affidata a Cesco Baseggio – funziona egregiamente anche per quel che riguarda l’uso del dialetto e l’atteggiarsi dei comprimari. Nel 1943 Italico Brass di anni ne ha settantatré. Morirà – improvvisamente pare – il 16 agosto di quello stesso anno, prima dell’uscita del film, che non vedrà mai. Ma nulla vieta di pensare, a conti visivi fatti, che Brass possa aver detto la sua e opportunamente “consigliato” gli autori del film in tema di ambientazioni. Troverebbe in tal modo spiegazione l’attribuzione postuma, nel contesto di quel “metagenere” cinematografico, dalla forte componente e sensibilità veneziana, che mi sono permesso sere fa di definire degli “autoritratti”, comprendente anche l’altro Brass, il nipote Tinto del di là da venire Chi lavora è perduto.

Ma non è ancora finita. Se un mistero continua a regnare sulle ragioni del “pasticcio policromo” Agfacolor, considerato in ogni caso che dovette comunque sembrare poca cosa nel marasma del 1943, crediti di altre filmografie attribuirebbero le scenografie del film anche a Mirko Artico (per esempio cinematografo.it, emanazione on line de La Rivista del Cinematografo, edita sin dal 1947 dal cattolico Ente dello Spettacolo). E chi sarebbe quest’altro “scenografo”? Un veneziano purosangue, architetto cresciuto alla nascente scuola di architettura di Carlo Scarpa, collaboratore di Eugenio Miozzi all’Ufficio tecnico comunale, poi fondatore di uno studio a Mestre che ancora esiste e porta il suo nome, gestito dal figlio Ruggero e poi dal nipote Riccardo, autore alla metà degli anni Trenta di una produzione cartellonistica di grande bellezza, oggi in parte conservata alla Fondazione Salce di Treviso e facilmente visibile anche on line. La Venezia multicolore, non di rado notturna, delle regate e delle feste, preferibilmente in Canal Grande, opportunamente stilizzata e di grande suggestione visiva, a suo modo quasi un preludio di pop art. E forse una ipotetica fonte per il finale del film di Robilant. Ma stavolta senza pasticci policromi.

Canal Grande: mica basta un “pasticcio policromo” per rovinare un bel film ultima modifica: 2023-11-30T19:10:39+01:00 da ROBERTO ELLERO
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