C’era una volta la Grande Ungheria 

ROBERTO BERTONI BERNARDI
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Com’era bella l’Ungheria prima del ’56! Quante speranze incarnava, quanti sogni! Basti pensare al calcio, oltre che a Nagy e agli utopisti che avevano osato sfidare i dogmi e le rigidità di Mosca in nome di un’idea più umana del socialismo e della convivenza civile. Nel calcio, dicevamo, l’Ungheria profumava di leggenda. Tanto per dire, si era presentata a Roma il 17 maggio del ’53 per inaugurare lo Stadio Olimpico e aveva liquidato la pratica con una doppietta di Puskás e un gol di Hidegkuti. E ci poteva stare, considerando che l’Italia dell’epoca, ancora in fase di ricostruzione dopo la tragedia del Grande Torino, non era minimamente paragonabile agli altezzosi “Maestri” inglesi, che affrontarono i magiari il 25 novembre dello stesso anno,  a Wembley, convinti di farne un sol boccone. Erano talmente presuntuosi che il capitano inglese Billy Wright, nel commentare la disfatta, ebbe l’onestà di dichiarare:

Abbiamo completamente sottovalutato i nostri avversari e non solo sul piano tattico. Quando stavamo entrando in campo, mi abbassai e vidi ai piedi degli ungheresi uno strano tipo di scarpette, come degli stivaletti tagliati al malleolo. Mi girai verso Stan Mortensen e gli dissi: ‘Stan, siamo a posto oggi, questi non hanno nemmeno le scarpe giuste’.

Per la cronaca, Stan Mortensen fu uno dei sei giocatori che, in seguito a quella disfatta, non venne più convocato in Nazionale, al pari di un certo Alf Ramsey, il commissario tecnico che tredici anni dopo avrebbe condotto i Leoni sul tetto del mondo per la prima e finora unica volta nella loro storia. 

A dispetto di ogni pronostico, infatti, l’incontro finì 6 a 3 per l’Aranycsapat (in ungherese: Squadra d’oro), con tripletta di Hidegkuti, doppietta di Puskás e gol di Bozsik, oltre alle prestazioni maiuscole di Kocsis e Czibor. 

La freschezza e la fantasia della scuola danubiana avevano avuto la meglio sul Metodo britannico, che aveva fatto la fortuna di tante squadre, tra cui l’Italia di Pozzo, ma era ormai superato. Quell’Ungheria, difatti, con due decenni d’anticipo rispetto all’Olanda di Michels, aveva introdotto il calcio totale, il gioco spettacolare, le reti una dietro l’altra, una rapidità nei movimenti fino ad allora sconosciuta, una coralità sorprendente e una meravigliosa anarchia tecnica e tattica che la rendeva pressoché imprendibile. Senza contare che personaggi come Puskás e Hidegkuti, quando erano in giornata, cioè spesso, erano praticamente immarcabili.

Non a caso, una futura icona del calcio inglese come sir Bobby Robson, dovette ammettere, e Dio solo sa quanto gli sia costato, che “oggi abbiamo visto uno stile di gioco, degli schemi, una squadra che non avevamo mai visto prima. Non conoscevamo Puskás, non sapevamo nulla di questi fantastici giocatori, pare che siano marziani. Sono venuti in Inghilterra, sono venuti a Wembley, non avevamo mai perso a Wembley, pensavamo che questa partita finisse 3 a 0, 4 a 0 o addirittura 5 a 0, l’Inghilterra che umilia un piccolo Stato. E invece siamo stati umiliati, la nostra difesa veniva trafitta ogni istante, il nostro modulo è risultato impotente contro la loro brillantezza di gioco. Prima di questa partita pensavamo di essere i padroni del calcio, professori che insegnavano a giocare agli altri, ora siamo solo semplici alunni”.

Andò persino peggio sette mesi dopo a Budapest, quando quella che gli inglesi consideravano la gara della rivincita si concluse con un risultato ancora più netto: 7 a 1 per i padroni di casa, con doppiette di Kocsis e Puskás e reti di Lantos, Hidegkuti e Tóth. 

Qualcuno ha sottolineato il fatto che sulle tribune di Wembley, nel novembre di settant’anni fa, mancasse una giovane regina Elisabetta, la quale aveva preferito anticipare di qualche giorno un lungo viaggio nei paesi del Commonwealth, come se avesse avuto una premonizione circa l’esito catastrofico dell’incontro. Fu così, dunque, che si concluse l’età della superbia degli inventori del football, i quali, dopo quella doppia débâcle, decisero finalmente di scendere sulla Terra e considerarsi comuni mortali, affrontando gli avversari con un minimo di umiltà e accantonando una visione sinceramente irrispettosa del prossimo. 

Il modulo tipico della “squadra d’oro”

Quanto all’Ungheria, sarebbe stata fermata prima sportivamente, nella finale di Berna del ’54, dalla Germania, capace di rimontare da 0 a 2 a 3 a 2 in una partita velata da più di un sospetto, e poi dalla furia sovietica dell’autunno del ’56. Quello fu il colpo di grazia definitivo, la fine di ogni speranza, la diaspora dei fuoriclasse che abbandonarono le rispettive squadre e scelsero le compagini più forti del Vecchio Continente per continuare a esibire il proprio talento. Tra questi, ricordiamo il già citato Puskás, che si unì a Di Stefáno, Gento e le altre stelle del Real Madrid, contribuendo in maniera decisiva ai cinque trionfi consecutivi dei blancos in Coppa dei Campioni, Kocsis e Czibor, che raggiunsero a Barcellona il connazionale Kubala e diedero vita a un altro club delle meraviglie, arricchendo la rivalità storica fra le due compagini e trasformandola in epopea. 

La Honvéd, invece, al pari delle altre nobili decadute ungheresi, rimase ad attendere invano il ritorno dei suoi fenomeni, fuggiti per inseguire i propri sogni di gioventù, la propria fame di vita e il proprio desiderio di bellezza, mentre del loro Paese restavano solo i ricordi, le macerie di una grande via Pal in cui erano rimasti a morire i soldati semplici, il vuoto di una realtà ormai distrutta e un senso di malinconia e di tristezza che tuttora caratterizza le strade di un piccolo mondo antico sconfitto, travolto da una barbarie che non si può spiegare, di fronte alla quale si può solo piangere.

C’era una volta la Grande Ungheria  ultima modifica: 2023-11-30T18:17:00+01:00 da ROBERTO BERTONI BERNARDI
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