Maria Callas, i cento anni di un mito

“La Divina”, di cui ricorre il 2 dicembre il centenario della nascita, fu musa e ambasciatrice dell’opera lirica, dell’antico stile del “recitar cantando“ e della sua evoluzione fino a quel melodramma che nell’Ottocento risuonò anche di echi risorgimentali.
MARIO GAZZERI
Condividi
PDF

Quella sera, improvvisamente, ci sentimmo tutti orfani. Era una sera di fine estate del 1977 quando arrivò da Parigi la notizia della scomparsa di Maria Callas accompagnata, però, dalla certezza della nascita di un mito. La Divina, nata esattamente cent’anni fa (2 dicembre 1923), fu musa e ambasciatrice dell’opera lirica, dell’antico stile del “recitar cantando“ e della sua evoluzione fino a quel melodramma che nell’Ottocento risuonò anche di echi risorgimentali. Fu interprete di un’espressività tragica spesso velata da una capacità di non palesarla appieno, caratteristica propria dei grandi interpreti teatrali.

Maria Callas al termine della tournée in Olanda, 1973

Padrona della scena nei maggiori teatri del mondo, attrice che avrebbe ben vestito i panni delle tragiche eroine di Sofocle o di Euripide. Nata a New York, ma greca di sangue e italiana “di arte“, la morte di Maria sigillò per sempre il suo primato su soprani del calibro di Montserrat Caballé, di Dame Joan Sutherland, di Renata Tebaldi. Plasmata da Luchino Visconti alla Scala, e poi “impreziosita” nella sua presenza scenica da Franco Zeffirelli, fu inizialmente ritenuta la “rivale“ della Tebaldi che, si sussurrava, godeva nei primi anni Cinquanta della protezione di Toscanini. Ma la rivalità tra le due grandi fu in realtà montata ad arte soprattutto nell’ambiente giornalistico.

Il suo repertorio non conosceva confini, grazie anche alla duttilità di una voce che spaziava da un’ottava alta alle profondità di suoni baritonali con la leggerezza di chi è benedetto dalla sorte. Da Verdi a Bellini, da Donizetti a Puccini, Maria spaziò nel mondo della lirica italiana commuovendo, con le arie e le romanze interpretate, il grande pubblico dei melomani. E non solo loro. Ascoltarla nel Gianni Schicchi di Puccini, catalogata come “opera comica”, è quasi un obbligo per chi ama la musica e fa scorrere non poche lacrime agli ascoltatori al momento della celeberrima romanza “O mio babbino caro…”. Commozione assicurata, appunto, se la si ascolta nell’interpretazione di Maria.

Maria Callas ringrazia il pubblico che l’applaude al Royal Concertgebouw di Amsterdam, 1959

In realtà l’opera in questione (breve, meno di un’ora) parla del cavaliere fiorentino Gianni Schicchi che amava, per celia, travestirsi e mettersi nei panni di altri personaggi noti a Firenze. Una sorta di insolito divertimento che però non gli fu perdonato da Dante che lo mise nel girone infernale dei falsari. Ma la severità dell’Alighieri pare fosse in realtà dovuta alle diverse opinioni politiche dei due. L’interpretazione della preghiera di Lauretta al padre Gianni Schicchi ricorda, per la levità del suono e per la vocalità quasi intrisa di religiosa preghiera, altre celebri “romanze” come il Caro nome (Gualtier Maldè) del Rigoletto. Entrambi i brani sono e saranno sempre nel repertorio delle migliori soprano; tra queste vorremmo citare la tedesca Christine Schäfer, non molto nota in Italia, dove peraltro ha cantato alla Scala, ma dotata di una voce limpida e serena, priva di spigolosità nei vari passaggi delle partiture. Altre ‘soprano’ da seguire sono, a nostro avviso, le americane Cheryl Studer e Laura Claycomb.

Maria Callas in Olanda, 1959

Ciò che stupiva in Maria (e tuttora stupisce gli esperti) è la “duttilità” di una voce che passa dal disperato “Vissi d’arte, vissi d’amore“ di Tosca, al sovrannaturale canto alla luna in “Casta diva” della sacerdotessa Norma, fino alla prorompente e sensuale “Habanera” della Carmen di Bizet. Quando cantava la celebre strofa “L’amour, l’amour…”, Maria quasi rideva rivelando tutta la sua bellezza, non solo interiore. E, a proposito di amori, come sappiamo Maria non fu molto fortunata. Sembrava essere attratta da amori impossibili (Zeffirelli e soprattutto Pasolini che la guidò con amorevole attenzione sul set del suo film “Medea”), o da persone verso le quali provava riconoscenza ma non amore, come il marito Meneghini, o da uomini dall’immenso potere, come Onassis che alla fine la abbandonò negli anni in cui anche la voce la stava ormai abbandonando; fino alla fine, “triste, solitaria e final“ nel suo lussuoso appartamento parigino dove morì. Sola, lontana da quel pubblico che un tempo l’aveva adorata.

La carriera della Diva è legata alla sua interpretazione di Norma, protagonista dell’omonimo melodramma di Bellini, che canta “Casta Diva”. Nel 1950 la Callas la interpretò al teatro La Fenice di Venezia.

Immagine di copertina: Maria Callas [Giulia] nell’Opera “La Vestale”, di Gaspare Spontini, 1954

Maria Callas, i cento anni di un mito ultima modifica: 2023-11-30T16:51:54+01:00 da MARIO GAZZERI
Iscriviti alla newsletter di ytali.
Sostienici
DONA IL TUO 5 PER MILLE A YTALI
Aggiungi la tua firma e il codice fiscale 94097630274 nel riquadro SOSTEGNO DEGLI ENTI DEL TERZO SETTORE della tua dichiarazione dei redditi.
Grazie!

VAI AL PROSSIMO ARTICOLO:

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE:

Lascia un commento