Ucraina e Israele. I partiti americani faticano a trovare l’unità interna

La guerra in Medio Oriente sta rapidamente facendo crescere le tensioni tra i democratici. Quella ucraina semina il caos tra i repubblicani. Una polarizzazione della politica estera sempre più accentuata.
MARCO MICHIELI
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Le guerre in Ucraina e in Medio Oriente hanno costretto i candidati del 2024 a confrontarsi pubblicamente con le questioni spinose sulla politica estera e sulla posizione militare degli Stati Uniti. Mentre il supporto americano all’Ucraina ha creato divisioni interne al Partito Repubblicano, la guerra tra Israele e Hamas sta rapidamente facendo crescere le tensioni tra i Democratici. In campo repubblicano, la scorsa estate, circa settanta deputati avevano votato contro un emendamento sugli aiuti al paese in guerra con la Russia, un numero salito a cento in settembre per una votazione simile, quasi la metà del gruppo. L’opposizione è cresciuta dopo l’inizio della guerra tra Israele e Hamas, il 7 ottobre, e alcuni repubblicani hanno posto gli aiuti a Israele come prioritari rispetto a quelli all’Ucraina.

I democratici hanno invece saputo mantenere una certa unità sull’Ucraina. Su Israele, anche se finora solo poche decine si sono allontanati dalla posizione di Biden – solo 33 deputati della Camera hanno spinto per un cessate il fuoco, la maggior parte dei quali progressisti, insieme a tre senatori -, le scelte dell’amministrazione democratica sembrano pesare negli stati chiave, quelli che decideranno le elezioni presidenziali del prossimo anno. La posizione del presidente sul conflitto tra Israele e Hamas rischia infatti di smobilitare o indirizzare verso candidati terzi – qualora dovessero essere presenti alle elezioni – parte della coalizione “obamiana”, in particolare elettori giovani e appartenenti alle minoranze.

Il presidente Joe Biden in visita in Israele

Ucraina, vittima della “guerra” tra repubblicani

Il sostegno americano all’Ucraina sembra ottenere sempre meno consensi tra glie elettori repubblicani e indipendenti. Secondo un sondaggio Gallup, l’opinione degli americani sulla guerra in Ucraina è cambiata, con il 41 per cento degli americani in generale che afferma che gli Stati Uniti stanno facendo troppo per l’Ucraina, in aumento rispetto al 24 per cento dell’agosto 2022 e al 29 per cento del giugno 2023. Solo il 33 per cento, in calo rispetto al 43 per cento di giugno, sostiene che gli Stati Uniti stiano facendo il giusto.

Sia i repubblicani (62 per cento) che gli indipendenti (44 percento) considerano che gli Stati Uniti stiano facendo troppo per sostenere l’Ucraina. Inoltre, se nell’agosto 2022, i sondaggi Gallup indicavano che la maggioranza (66 percento) degli americani riteneva che gli Stati Uniti dovessero sostenere l’Ucraina nel recupero del suo ex territorio, anche se ciò avesse comportato un conflitto prolungato, oggi questa posizione raccoglie il 54 percento dei sostegni. Il 43 per cento è ora favorevole a che gli Stati Uniti cerchino di contribuire a porre fine alla guerra in tempi brevi, anche se ciò significa che l’Ucraina debba cedere territorio alla Russia.

Gli spostamenti partitici sono stati significativi sulla questione di come porre fine alla guerra, con una maggioranza di repubblicani (55 per cento) che ora preferisce porre fine al conflitto il prima possibile. Anche gli indipendenti si sono spostati notevolmente su questa questione e ora si dividono equamente tra coloro che sostengono un conflitto prolungato, con l’Ucraina che riconquista tutti i territori persi, e coloro che vorrebbero vedere la guerra finire il prima possibile. I democratici continuano ad essere favorevoli ad aiutare l’Ucraina a riconquistare il territorio perduto.

A livello politico i legislatori democratici si sono schierati a fianco del presidente Biden per sostenere l’Ucraina e respingere l’aggressione della Russia. Anche l’ala “progressista” del partito ha sostenuto la difesa dell’Ucraina e ha votato in gran parte a favore dell’assistenza economica (anche se molti di loro si sono opposti a un aumento degli aiuti militari). Quando un gruppo di trenta legislatori progressisti ha pubblicato una lettera a Biden per sollecitare colloqui per porre fine alla guerra in Ucraina nell’ottobre del 2022, la lettera è stata ritirata nel giro di tre giorni. Il senatore Bernie Sanders ha dichiarato più volte la necessità di fermare l’aggressione russa all’Ucraina e sostenuto l’invio di aiuti economici e militari. 

La guerra in Ucraina ha soprattutto causato problemi interni al Partito repubblicano. A livello nazionale, all’iniziale supporto è succeduta una notevole frattura tra la maggioranza degli elettori del partito – scettici, come abbiamo visto, sul sostegno all’Ucraina – e i loro rappresentanti al Congresso, che hanno sostenuto l’Ucraina con ampie maggioranze. Questa frattura sembra essersi poi ridotta nel tempo, con un numero maggiore di repubblicani che iniziano ad ascoltare la loro base elettorale.

Questa tendenza si è consolidata dopo l’estromissione di Kevin McCarthy dalla presidenza della Camera da parte dell’estrema destra del suo partito, dopo che questi aveva trovato un accordo con i democratici per evitare lo shutdown del governo, accordo che avevo previsto l’eliminazione di 6 miliardi di dollari di aiuti militari all’Ucraina. Dopo settimane di lotte interne, il conservatore religioso Mike Johnson è finalmente diventato Speaker il 25 ottobre, in un’apparente vittoria della destra conservatrice ed evangelica del partito.

Una delle prime mosse di Johnson è stata quella di introdurre un disegno di legge che includeva quasi 14,5 miliardi di dollari di sostegno a Israele, ma nessun supporto per l’Ucraina. La legge è passata alla Camera, controllata dai repubblicani, con un voto di 226 a 196, per poi essere bloccata al Senato, guidato dai democratici.

Lo Speaker della Camera, il repubblicano Mike Johnson

Proprio al Senato sono emerse le differenze sulla politica estera tra coloro che desiderano un’affermazione del potere degli Stati Uniti sulla scena mondiale in stile reaganiano e la crescente ala isolazionista dell’”America first”. Tra i primi c’è proprio il leader della minoranza repubblicana al Senato, Mitch McConnell, uno strenuo sostenitore del finanziamento e dell’aiuto militare all’Ucraina. Anche perché il sostegno all’Ucraina ha fatto aumentare la produzione di armi in tutti gli Stati Uniti, con fabbriche in piena espansione per soddisfare la domanda di Kiev, come proiettili d’artiglieria e munizioni per la difesa aerea. Una posizione quella di McConnell, leader del partito al Senato ininterrottamente dal 2006, sempre più in difficoltà. Già a novembre dell’anno scorso Rick Scott, senatore della Florida, aveva sfidato la leadership di McConnell, perdendo, ma portandosi dietro alcuni dei senatori più vicini a Trump come Josh Hawley, Mike Braun e Ron Johnson. Oggi la “collaborazione” con il nuovo Speaker della Camera non aiuta McConnell. I due si sono trovati su fronti opposti nel dibattito del 6 gennaio 2021, quando Johnson ha esposto le argomentazioni giuridiche che molti repubblicani della Camera hanno usato per giustificare il loro voto contrario alla certificazione dell’elezione del presidente Biden, mentre McConnell aveva accusato direttamente l’ex presidente di aver provocato l’assalto a Capitol Hill.

Il senatore repubblicano Mitch McConnell

Il problema di McConnell è che la posizione dei repubblicani alla Camera sembra rispecchiare quelle del principale candidato repubblicano alle presidenziali del 2024: l’ex presidente Donald Trump. Da quando ha lasciato il suo incarico, Trump ha continuato a criticare gli aiuti all’Ucraina, chiedendo al Congresso di tagliare l’assistenza militare al paese, accusando di pagare “milioni di dollari” alla “famiglia criminale di Biden”. L’ex presidente ha anche dichiarato di non sentirsi impegnato a inviare aiuti all’Ucraina, qualora dovesse vincere la nomination presidenziale repubblicana e quindi la Casa Bianca:

Stiamo regalando così tanto equipaggiamento che in questo momento non abbiamo munizioni per noi stessi,

Inoltre, non solo l’ex presidente ha più volte dichiarato di essere in grado di far terminare la guerra tra Russia e Ucraina in ventiquattro ore, ma si è rifiutato di dire chi secondo lui dovrebbe prevalere nella guerra della Russia contro l’Ucraina, dicendo invece che vuole “che tutti smettano di morire”. Per quanto riguarda i suoi avversari nella corsa presidenziale repubblicana, solo due dei principali candidati sostengono con entusiasmo l’Ucraina: l’ex ambasciatrice alle Nazioni Unite Nikki Haley e l’ex governatore del New Jersey Chris Christie. Il governatore della Florida Ron DeSantis si è concentrato sul desiderio di porre fine alla guerra, senza entrare nei dettagli di un accordo di pace, una posizione simile a quella di Trump. L’imprenditore Vivek Ramaswamy, altro candidato repubblicano, è invece il principale scettico sull’Ucraina.

Il conflitto tra Israele e Hamas ha invece creato notevoli problemi ai democratici e al presidente Joe Biden.

L’ex presidente Donald Trump

Israele, le divisioni sul cessate il fuoco mettono a rischio la rielezione di Biden

Sul sostegno di Israele, i repubblicani sono compatti, in termini di elettorato e di classe dirigente. Anche se sono da registrare le posizioni di di Donald Trump. Durante i quattro anni in cui si sono sovrapposti in carica, l’ex presidente e Benjamin Netanyahu erano alleati politici molto stretti. Ora non più. “Non gli ho più parlato”, ha detto Trump dell’ex primo ministro israeliano, “F**k him“.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata quando Netanyahu si è congratulato con il presidente eletto Biden per la sua vittoria elettorale mentre Trump stava ancora contestando il risultato.

La prima persona che si è congratulata con [Biden] è stato Bibi Netanyahu, l’uomo per cui ho fatto di più di qualsiasi altra persona con cui ho avuto a che fare. Bibi avrebbe potuto rimanere in silenzio.

Dopo l’attentato del 7 ottobre, Trump ha inoltre etichettato il ministro della Difesa israeliano come un “cretino” e ha definito il gruppo militante libanese Hezbollah “molto intelligente”. La stessa sera in cui Trump ha parlato, il governatore Ron DeSantis, uno dei contendenti alle primarie repubblicane, ha scritto su X – l’ex piattaforma nota come Twitter – che “è assurdo che qualcuno, tanto meno qualcuno in corsa per la presidenza, scelga ora di attaccare il nostro amico e alleato, Israele”. Poi, giovedì, durante la campagna elettorale in New Hampshire, ha attaccato di nuovo Trump. “Non è il momento di fare come Donald Trump, che ha attaccato il primo ministro Bibi Netanyahu, il ministro della Difesa israeliano, dicendo che Hezbollah è molto intelligente”, ha detto DeSantis. Anche Nikki Haley ha dichiarato: “Non voglio sentire quanto sia grande Hezbollah. Non voglio più vederlo congratularsi con il partito comunista. Non voglio vederlo colpire Netanyahu”. Tra i candidati alla presidenza, solo Vivek Ramaswamy ha difeso Trump:

È ridicolo che se la prendano con Trump per aver detto la cosa sbagliata quando in realtà ha fatto di più per le relazioni tra Stati Uniti e Israele di qualsiasi altro presidente americano nella storia moderna. […] Ogni singolo candidato repubblicano alla presidenza è chiaramente a favore di Israele. La vera divisione è tra quelli di noi che sono chiaramente pro-America e ci sono davvero solo due candidati America-First in questa corsa.

A parte le dichiarazioni di Trump, che non sembrano tuttavia minare la sua forza politica all’interno del Partito repubblicano, per il resto i repubblicani hanno tenuto un’unita di intenti rispetto al conflitto tra Israele e Hamas, e si sono concentrati sull’obiettivo di fornire aiuti militari al governo israeliano.

Alcuni dei candidati (ed ex candidati) alle primarie repubblicane

I democratici, invece, hanno maggior problemi. Una situazione in evoluzione come testimoniano anche le numerose inchieste pubbliche. Secondo un sondaggio dell’Associated Press-NORC Center for Public Affairs Research, dall’inizio della guerra con Hamas, gli americani sono diventati più propensi a descrivere Israele come un alleato, ma sono divisi sul fatto che Israele si sia spinto troppo oltre nella sua risposta all’attacco. Solo il 36 per cento ha dichiarato che è estremamente o molto importante fornire aiuti all’esercito israeliano per combattere Hamas. E il 40 per cento ha affermato che la risposta militare di Israele nella Striscia di Gaza si è spinta troppo oltre. Complessivamente, il 38 per cento degli americani ha affermato che la risposta di Israele è stata più o meno giusta, mentre solo il 18 per cento ha detto che non si è spinta abbastanza in là.

Secondo un sondaggio Ipsos di ottobre, il 41 per cento degli americani affermava che gli Stati Uniti dovessero sostenere Israele. Dopo la campagna militare israeliana, questo sostegno è diminuito significativamente. La richiesta che gli Stati Uniti siano un mediatore neutrale è passata dal 27 per cento di ottobre al 39 per cento di novembre. Circa due terzi degli americani sono ora favorevoli a un cessate il fuoco, che Biden ha rifiutato di sostenere, cercando invece di ottenere pause mirate nei combattimenti per proteggere i civili e fornire aiuti.

Il sondaggio di Associated Press rivela soprattutto lo scetticismo dei democratici nei confronti di Israele. Il 58 per cento dei democratici considera eccessivo il contrattacco di Israele. Un sentimento confermato dalle inchieste della Quinnipiac University sull’argomento. I democratici più giovani sono molto più propensi dei democratici più anziani a vedere Israele con scetticismo quando si tratta di questa guerra e del contesto geopolitico più ampio. Il divario di età all’interno del partito su questa questione è tra i più grandi che si sia mai visto su qualsiasi tema importante. Tanto che l’indice di gradimento di Biden per la sua gestione della guerra tra Israele e Hamas tra i democratici e gli elettori di orientamento democratico è solo del 56 per cento (indice di gradimento che è al 76 per cento tra gli elettori democratici per il suo operato complessivo).

Una minoranza significativa di democratici e di elettori di orientamento democratico (36 per cento) disapprova la sua gestione della guerra. Questi elettori tendono ad essere giovani. La maggior parte (69 per cento) dei democratici e degli elettori di orientamento democratico con meno di 35 anni disapprova il modo in cui Biden sta rispondendo alla guerra. La situazione è inversa tra i democratici più anziani dove il 77 per cento degli elettori dem con più di 65 anni approva Biden su questo tema. Alla domanda su quale sia la parte per cui simpatizzano di più, israeliani o palestinesi, i democratici con meno di 35 anni sono molto più propensi a simpatizzare per i palestinesi (74 per cento) che per gli israeliani (16 per cento). I democratici di 65 anni e più sono un po’ più propensi a schierarsi con gli israeliani (45 per cento) che con i palestinesi (25 per cento).

La maggior parte dei democratici e degli elettori di orientamento democratico (70 percento) ritiene che sostenere Israele sia nell’interesse nazionale. Questo include l’87 percento di coloro che hanno 65 anni e più. I democratici con meno di 35 anni vedono le cose in modo completamente diverso. Solo il 40 per cento pensa che sostenere Israele sia nell’interesse nazionale del Paese. La maggioranza (52 per cento) non è d’accordo.

Queste posizioni non favorevoli a Israele sono comparse in molti campus universitari, tradizionalmente bastioni liberal, generando enormi polemiche. Subito dopo gli attentati del 7 ottobre, una coalizione di 34 organizzazioni studentesche della prestigiosa università di Harvard ha dichiarato di “ritenere il regime israeliano interamente responsabile di tutte le violenze in corso” dopo decenni di occupazione, aggiungendo che “il regime di apartheid è l’unico da biasimare”. Tra le organizzazioni che hanno firmato la lettera ci sono gruppi di sostegno musulmani e palestinesi, oltre ad altri che portano il nome di diversi contesti, tra cui la Harvard Jews for Liberation e l’African American Resistance Organization. La presidente dell’università ha condannato le dichiarazioni ma più di cento membri delle facoltà di Harvard hanno criticato la condanna in una lettera aperta e sostenuto il diritto alla libertà intellettuale. In risposta, alcuni importanti ex studenti dell’università hanno denunciato la dichiarazione pro-palestinese che incolpa Israele per la violenza che sta travolgendo la regione e ha esortato l’università a prendere provvedimenti contro i firmatari. Tra le conseguenze, la decisione di alcuni prestigiosi legali di rifiutare colloqui di lavoro con gli studenti appartenenti alle organizzazioni firmatarie.

Una manifestazione pro-Palestina a Harvard

L’associazione Students for Justice in Palestine della Rutgers University ha invece rilasciato una dichiarazione in cui si schiera con la resistenza palestinese e definisce l’attacco a Israele una “ritorsione giustificata”.

Molte inoltre le manifestazioni a sostegno della Palestina che si sono tenute in varie città americane.

Un campanello d’allarme per Biden e per la coalizione che l’ha portato alla Casa Bianca e che ha nel voto giovane e delle minoranze uno degli elementi principali. Il presidente ha anche dovuto fronteggiare una rivolta interna, in cui più di 500 dipendenti dell’amministrazione hanno firmato una lettera di protesta contro la politica del presidente sulla guerra. In una nota di dissenso resa pubblica, inoltre, i funzionari del Dipartimento di Stato hanno espresso una dura critica alla gestione della guerra tra Israele e Hamas da parte dell’amministrazione Biden, sostenendo che, tra le altre cose, gli Stati Uniti dovrebbero essere disposti a criticare pubblicamente gli israeliani. Questa nota, comune nelle amministrazioni, contiene due richieste fondamentali: che gli Stati Uniti sostengano un cessate il fuoco e che bilancino la loro comunicazione privata e pubblica nei confronti di Israele, anche esprimendo critiche alle tattiche militari israeliane e al trattamento dei palestinesi che gli Stati Uniti generalmente preferiscono mantenere private.

Anche a livello di classe politica le divisioni sono palesi. Diversi democratici progressisti hanno esortato a una riduzione della violenza, mentre la maggior parte dei democratici, come l’amministrazione Biden, si è impegnata a sostenere Israele in modo incondizionato. Un numero maggiore di democratici ha criticato le politiche di estrema destra del governo israeliano e il trattamento riservato ai palestinesi, allontanandosi dalla posizione quasi unanime e di lunga data dei politici statunitensi a favore di Israele.

Anche se molti hanno espresso un sostegno non equivoco al diritto di Israele di difendersi, alcuni legislatori della sinistra del partito hanno condannato la violenza e hanno esortato entrambe le parti a concordare un cessate il fuoco. Queste divisioni sono diventate di dominio pubblico nel dibattito tra i candidati alle primarie dem per prendere il posto della senatrice californiana Dianne Feinstein, morta qualche settimana fa. Il deputato Adam B. Schiff ha definito gli attacchi di Hamas come l’11 settembre di Israele e si è impegnato a “sostenere in modo inequivocabile la libertà e i diritti di Israele”. Katie Porter e Barbara Lee hanno denunciato in modo analogo la violenza, ma Porter ha anche messo in guardia da un “aumento dell’odiosa islamofobia e delle violazioni dei diritti civili” simile a quello emerso dopo gli attacchi dell’11 settembre in America. Lee ha affermato che è responsabilità degli Stati Uniti chiedere un cessate il fuoco.

In occasione invece di un raduno pro-Israele a Boston, la folla ha fischiato il senatore democratico Edward J. Markey, progressista, quando ha chiesto una riduzione della violenza. Poco dopo, il deputato Jake Auchincloss è sembrato smentire le osservazioni del suo collega del Senato, dichiarando tra gli applausi della folla che “Israele non ha chiesto all’America una de-escalation il 12 settembre 2001”. A New York, le tensioni si sono nuovamente accese quando diversi leader democratici, tra cui il senatore Charles E. Schumer e il governatore Kathy Hochul, hanno denunciato una manifestazione pro-palestinese sponsorizzata dai Democratic Socialists of America (DSA). I deputati Alexandria Ocasio-Cortez e Jamaal Bowman, entrambi deputati sostenuti dai DSA ed esponenti dell’ala di sinistra dei dem,  hanno condannato l’attacco di Hamas ma hanno fatto eco agli appelli a porre fine alle violenze in corso. Il deputato Shri Thanedar ha invece annunciato la sua rinuncia all’affiliazione ai DSA, affermando in una dichiarazione che “il raduno pieno di odio e antisemita di domenica a New York, promosso dalla DSA di New York, mi rende impossibile continuare ad essere affiliato”.

Anche il senatore ed ex candidato alle primarie Bernie Sanders ha invitato il Congresso a chiedere a Israele di cambiare le sue politiche come condizione per ricevere gli aiuti militari degli Stati Uniti. Una dichiarazione che è stata accolta con una feroce opposizione da parte dei sostenitori dem di Israele. Le posizioni di Sanders sono però anch’esse arrivate dopo che il senatore del Vermont ha dovuto affrontare le critiche dei suoi sostenitori progressisti per la sua riluttanza ad appoggiare la loro richiesta per un cessate il fuoco. 

Il senatore Bernie Sanders

L’idea tuttavia di imporre restrizioni a Israele non è stata accolta bene da una parte di altri democratici. Il deputato Josh Gottheimer, democratico del New Jersey, ha dichiarato che “condizionare gli aiuti a Israele avrà un solo risultato: aiuterà Hamas nel suo obiettivo di annientare completamente Israele e il popolo ebraico”, “indebolirebbe la sicurezza nazionale dell’America e la nostra lotta contro il terrorismo”. Il deputato Jared Moskowitz, democratico della Florida, ha avvertito che, se Sanders dovesse porre dei “requisiti politici” agli aiuti per Israele, lavorerebbe per “rimuovere tali condizioni o condizionamenti a Gaza che richiedono la rimozione di Hamas”. Il senatore Richard Blumenthal, democratico del Connecticut, ha dichiarato che si opporrebbe all’applicazione di tali “criteri” sull’assistenza a uno dei più stretti alleati degli Stati Uniti.

Non si tratta tuttavia solo dei rischi di dare un’immagine disunita del Partito democratico a un anno dalle prossime elezioni presidenziali che vedono Biden già in difficoltà. C’è un problema elettorale diretto.

Dal 2008 alle elezioni del 2020, solo dieci Stati – Arizona, Florida, Georgia, Indiana, Iowa, Michigan, North Carolina, Ohio, Pennsylvania e Wisconsin (più due distretti a voto singolo Nebraska-02 e Maine-02) – hanno votato sia per i candidati democratici che per quelli repubblicani. L’80 per cento degli Stati ha votato allo stesso modo nelle ultime quattro elezioni presidenziali – un livello di coerenza senza precedenti nel Ventesimo secolo. Proprio per queste ragioni, la vittoria del collegio elettorale negli ultimi anni è avvenuta per un candidato o l’altro sulla base di pochissimi voti. Nel 2016, Donald Trump ha vinto il Collegio Elettorale con poco più di 78.000 voti espressi in diversi Stati (Michigan, Pennsylvania e Wisconsin). Quattro anni dopo, la vittoria di Biden nel Collegio elettorale è stata ancora più sottile, decisa da circa 43.000 voti espressi in Wisconsin, Arizona e Georgia. Se si aggiunge che nel 2020, i Democratici hanno mantenuto il controllo della Camera per 31.000 voti e nel 2022, i repubblicani hanno vinto la Camera per circa 6.000 voti, appare chiaro che il risultato delle presidenziali si gioca sul filo di lana in pochissimi stati

Per vincere negli stati Stati in bilico Biden ha quindi bisogno di mobilitare la coalizione che lo ha portato alla vittoria nel 2020, che è la stessa di Barack Obama (minoranze, donne e giovani). Il rischio di un conflitto prolungato tra Israele e Hamas rischia di costare caro alla ricandidatura del presidente che ha già problemi con l’immagine legata alla sua età. La situazione rischia di smobilitare o non mobilitare a sufficienza l’elettorato giovane o delle minoranze oppure di favorire il loro supporto a candidati terzi che potrebbero trovarsi al voto in alcuni di questi stati, se riuscissero a soddisfare i requisiti.

Qualche problema i dem l’hanno già. Secondo il Pew Research Center, circa 3,45 milioni di americani si identificano come musulmani, pari all’1,1 per cento della popolazione del paese, e il gruppo demografico tende a propendere per i democratici. I democratici di alcuni stati come il Michigan hanno avvertito da tempo la Casa Bianca che la gestione della guerra tra Israele e Hamas potrebbe costargli un sostegno sufficiente all’interno della comunità arabo-americana per influenzare l’esito delle elezioni presidenziali del 2024.

E recentemente i leader delle comunità musulmane di diversi Stati in bilico – Michigan, Minnesota, Arizona, Wisconsin, Florida, Georgia, Nevada e Pennsylvania – si sono riuniti a Dearborn, Michigan, la città con la più grande concentrazione di arabo-americani negli Stati Uniti per dichiarare che non sosterranno Biden se il presidente continuasse a rifiutare il cessate il fuoco a Gaza. Michigan, Wisconsin e Pennsylvania sono stati componenti fondamentali de cosiddetto “Blue Wall” che Biden ha saputo riconquistare nel 2020 e che l’hanno aiutato a vincere la Casa Bianca nel 2020. 

Ucraina e Israele. I partiti americani faticano a trovare l’unità interna ultima modifica: 2023-12-03T18:43:32+01:00 da MARCO MICHIELI
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