Giulia ci obbliga a interrogarci

GIOVANNI LEONE
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Le lacrime del giorno dopo

Commozione composta ai funerali di Giulia Cecchettin, senza ostentazione di rabbia, rancore, fame di vendetta… ma sono comunque lacrime che seguono l’irreparabile, frutto di proiezioni e immedesimazione postuma di ciascuno. Dove siamo noi tutti fino al giorno prima di questi accadimenti tragici? Girati a guardare altrove. Il corpo sociale vede indeboliti i propri anticorpi per via di una società che non sopporta la solitudine e la sofferenza, fattori che infastidiscono. Tutti han voglia di parlare senza ascoltare, aspettiamo che l’altro finisca di parlare per riprendere il proprio discorso. Siamo ciechi e sordi. Sono sempre troppo pochi quanti si avvicinano a chi soffre, la solitudine dilaga e genera mostri tra una folla d’indifferenza. Il disagio individuale è parte di un problema collettivo di cui noi tutti dovremmo farci carico ascoltando tanto la parola che i silenzi eloquenti, coltivando la inter-ligenza (ossia la capacità di, leggere tra le righe indugiando sui vuoti che separano le lettere e le righe alla ricerca del detto a inespresso, componente essenziale del dire). Non è vero che è sempre impossibile accorgersi, i segni ci sono, siamo noi a rifiutare di vederli, siamo in tutt’altre faccende affaccendati, mentre dovremmo svelare i rischi scavando nelle condizioni border-line, ma vedere qualcuno che non sorride spensierato dà un senso di pesantezza e lo allontaniamo. Giulia ci ha provato, non si è girata dall’altra parte, ha cercato fino all’ultimo di ascoltare lui è il suo disagio ma era sola. Magari ha provato a parlare con amici e parenti di lui e loro hanno cercato di sminuire, di convincerla che esagerava, che era solo un momento passeggero di scoramento (mi è capitato personalmente con vicende che per fortuna hanno ‘solo’ provocato tanta sofferenza ma senza esiti tragici). 

Anziché le lacrime del giorno dopo, proviamo ad aprire il sipario sul giorno prima, prendiamoci cura dell’altro ricordando che l’altro è noi. Fulmini a ciel sereno? Pochi, ogni temporale ha in sé una potenziale burrasca, e la salvezza è nella casa comune. Costruiamola.

Violenza in genere, di genere, degenere.

La violenza dilaga, le cronache quotidianamente riportano episodi di violenza di ogni tipo indirizzata verso estranei, congiunti o anche su sé stessi, ed è giusto interrogarsi sulle radici della violenza. Si mette (giustamente) l’accento su quella di genere che è diventata una piaga della società contemporanea, ne restano vittime specialmente le donne ma non solo, c’è quella che subiscono i maschi (soffocata dall’orgoglio maschile che non ammette debolezza) e quella indirizzata verso chi ha orientamenti diversi e alternativi. Di violenza ce n’è di ogni genere, di degenere e di generica, di ogni forma e colore al punto che l’espressione “violenza inaudita” è ormai superata, travolta dai fatti: se ne sentono infatti di tutti i colori e con ogni gradazione. È un fiume in piena di cui facciamo esperienza nella quotidianità, dove l’aggressività verbale sfocia improvvisamente nel mare magnum dell’aggressione fisica, ma è soprattutto nella psiche che la violenza si annida, fiorisce e ferisce e tra le armi più affilate c’è la parola.

Le radici della violenza

La sociobiologia considera l’aggressività una dotazione “di serie” dell’essere umano, mentre la sociologia e la psicologia sociale la considerano un prodotto della società che può quindi essere controllato con un’azione di socializzazione e con il rispetto delle norme sociali. Psicologi ed etologi ritengono che la violenza sia parte integrante del nostro essere, componente inestirpabile che possiamo contenere e attenuare ma non eliminare tuttavia, tale “radicalità” della violenza non legittima in alcun modo la rassegnazione nichilista di chi pensa che è sempre stato così e sempre così sarà. 

Da violenza siamo circondati ma è dentro di noi che dimora come spinta interiore, con salde radici e pronta a germogliare in modo subdolo e forme diverse. Il fatto che sia pronta ad alzare la testa in ciascuno è tabù, preferiamo pensare che queste cose possono accadere e accadono ma non a noi (lo stesso ragionamento che facciamo quando ci mettiamo al volante dopo avere bevuto alcolici senza capire che stiamo giocando alla roulette russa). Piuttosto che approfondire il nesso di cause ed effetti preferiamo considerarla con fatalismo una questione statistica di fortuna o sfiga che colpiscono a casaccio, ma sulla violenza non si può e non si deve mai abbassare la guardia. Mai! Occorre vigilare sui sintomi dell’insorgenza e agire ciascuno come può a partire dal proprio, da sé stessi, e poi da chi ci sta intorno. La violenza sta nell’altro, ma quell’altro siamo anche noi. Dobbiamo tornare al motto delfico del conosci te stesso tanto caro a Socrate in noi e con gli altri, rilanciare il dialogo come metodo necessario e veicolo di introspezione in noi e con gli altri. L’ autocoscienza è stata il motore della rivoluzione dei costumi a cavallo degli anni Sessanta e Settanta ma poi se ne sono perse le tracce nonostante i giovani di allora siano gli adulti di oggi, torna e prevalere un riserbo che ha i caratteri del silenzio omertoso fatto di bugie, egoismo e individualismo. 

Gli anticorpi del corpo sociale

Il risultato è che il sistema immunitario del corpo sociale risulta debilitato dall’infiacchimento degli anticorpi (che siamo noi, tutti noi, nessuno escluso). C’è bisogno di agevolare la produzione di difese immunitarie, smettiamola di restare alla finestra e scendiamo in campo, facendo comunque attenzione a non entrare a gamba tesa nella sfera individuale altrui. Bisogna rompere l’omertà non solo riportando gli eventi violenti prima indicibili in cronaca ma ragionando insieme su un fenomeno che ci riguarda tutti, parlandone non per morbosa curiosità. Parlarsi, raccontare, condividere esperienze, confrontarsi, non per giudicare ma per analizzare e sforzarci di comprendere, acquisire coscienza e conoscenza per poi agire di conseguenza in prima persona. Questo non vuole essere un invito alla delazione o alla messa all’indice di chi è portatore di disagi psicologici (lo siamo tutti in un modo o in un altro), vuole essere piuttosto un’esortazione all’impegno individuale sul piano sociale, alla vigile attenzione amorevole verso a una solidarietà che non si limiti all’altalena tra accondiscendenza compassionevole ed emarginazione, ma si spinga a farsi prossimità e accompagnamento, affinamento della capacità di leggere tra le righe dove si annidano solitudine e marginalità, isolamento e la convinzione di non venire ascoltati, di non vedere riconosciute le proprie ragioni. Frustrazione è foriera di danni, ci si sente vittima d’ingiustizia e per questo è una delle ragioni scatenanti la follia, si sente di vivere la paradossale e insopportabile condizione di vittime che vengono considerate carnefici. La percezione e il sentire individuale non è detto siano giusti ma sono comunque legittimi e possono diventare causa scatenante violenza, d’altra parte la sottovalutazione di sofferenza e frustrazione generano prima rancore e rabbia, poi gesti disperati. Il primo passo è contrastare il senso di solitudine e attenuare quello di abbandono dell’individuo in seno alla comunità. 

Trauma

Artefice di violenza è spesso chi ne è stato a sua volta vittima e che continua a sentirsi tale, senza accorgersi di farsi carnefice. Ne Il bisogno di PENSARE Vito Mancuso indaga la radice del trauma che individua nella meraviglia come ferita:

Esiste anche un altro genere di meraviglia, dolorosa, ed è l’amara sorpresa che deriva da un colpo inaspettato e che per questo ci procura una ferita profonda, la meraviglia come ferita, «ferita» che in greco si dice thraùma, termine pressoché invariato nell’italiano trauma e che presenta una significativa assonanza con il termine greco per «meraviglia››, thaùma. Un incidente, una malattia, un tradimento, insomma un trauma, e da qui il gemito da cui sgorga la domanda: ma com’è possibile? E il pensiero si mette in moto, indignato di fronte all’ingiustizia e all’assurdità della vita che si rivelano in seguito alla ferita ricevuta. La quale a questo punto, come è stato efficacemente detto, diviene una specie di feritoia che consente di vedere al di là delle mura del sé.

Invece continuiamo a erigere muri per non vedere o sentire anziché dedicarci giudiziosamente ad aprire o allargare brecce nella κρισιζ che è discontinuità, distinzione, rottura d’integrità, opportunità di cambiamento, occasione di prossimità o distanza.

Una delle superstizioni più frequenti e diffuse è che ogni uomo abbia solo certe qualità definite, che ci sia l’uomo buono, cattivo, intelligente, stupido, energico, apatico, eccetera. Ma gli uomini non sono così. Possiamo dire di un uomo che è più spesso buono che cattivo, più spesso intelligente che stupido, più spesso energico che apatico, e viceversa: ma non sarebbe la verità se dicessimo di un uomo che è buono o intelligente, e di un altro che è cattivo, o stupido. E invece è sempre così che distinguiamo le persone. Ed è sbagliato. Gli uomini sono come fiumi: l’acqua è in tutto uguale è ovunque la stessa, ma ogni fiume ora è stretto, ora rapido, ora ampio, ora tranquillo, ora limpido, ora freddo, ora torbido, ora tiepido. Così anche gli uomini. Ogni uomo reca in sé, in germe, tutte le qualità umane, e talvolta ne manifesta alcune, talvolta altre, e spesso non è affatto simile a sé, pur restando sempre unico è sempre se stesso. In alcuni uomini tali mutamenti sono particolarmente bruschi.”(Lev Tolstoj, “Resurrezione”, Traduzione di Emanuela Guercetti).

Violenza tra spirito del tempo e Natura 

Per un verso la violenza è fenomeno senza tempo, per altro verso è figlia legittima del nostro tempo. La condizione di instabilità tipica della nostra epoca genera diffidenza, incertezza, paura e un clima di generalizzata conflittualità, anticamera di quella diffusa aggressività che mina le relazioni interpersonali e sociali. Non sappiamo gestire le emozioni e le crisi, al minimo segnale partiamo all’attacco lancia in resta nella presunzione che la miglior difesa sia l’attacco. Tale dinamica si riverbera nella politica dove il confronto è diventato sinonimo di scontro pregiudiziale e contrapposizione a prescindere, si fa leva sulle differenze, esaltate a scapito delle possibili convergenze. Questo è sintomo di una profonda crisi d’identità (individuale e collettiva) che nello smarrimento di sé vede accentuarsi i fattori di diversità per distinguersi, ma non come “diversi” perché diverso è l’altro non io che non sono l’eccezione ma la regola. Così facendo s’introducono pericolose distanze.  L’origine della violenza sta tanto nell’istinto individuale proprio della natura animale quanto nella indifferente cattiveria dell’istinto collettivo dell’anima naturale. La Natura è sempre pronta a esercitare una crudeltà cieca e necessaria sacrificando gli individui o intere specie per preservare la vita nel complesso. L’essere umano dal canto suo scivola nell’egoismo individualista con una disinvoltura disarmante, con buona pace dell’intelletto che lo distingue dalle altre specie viventi. La questione è di carattere culturale e sociale, ci riguarda tutti, nessuno escluso, riguarda l’intera comunità a partire dalla famiglia, suo nucleo primario. La velocità di diffusione dell’informazione impedisce ormai di lavare i panni sporchi in famiglia dove con l’alibi di uno spirito solidale prima che gli eventi violenti accadano si sminuisce, dopo si ridimensiona. In verità non si ha voglia di essere coinvolti, e il modo migliore è di negare l’esistenza del problema. Familiari e amici siamo impreparati ad affrontare la questione, incapaci d’interpretare i segni premonitori, preferiamo negare l’insorgere di circostanze foriere di rischi per comodo egoismo. Non si accetta di parlarne, né di essere o di avere accanto una persona ignorando evidenti psicosi, nevrosi, perversioni. Tantomeno si accetta di avere istinti violenti, si preferisce convincersi che la situazione non è poi così grave, sono momenti, sfoghi passeggeri. Si allontana dalla vista la fastidiosa realtà delle cose e si sottovalutano i disagi che nella maggior parte dei casi vanno scoperti perché abilmente celati da chi ne è preda. Quando la sofferenza esplode in tutta la sua evidenza è ormai troppo tardi per contenere i danni, ci si può solo leccare le ferite. La violenza è appiccicosa, ne restano tracce nell’esperienza, nella memoria genetica, nell’educazione. Il vero modo per contrastarne l’insorgere è sul piano culturale, spostando l’accento dall’avere all’essere, dal possesso al rispetto, dall’omogeneità alla diversità, dall’omologazione all’autenticità che insieme alla sincerità è ingrediente bandito alla tavola della società dei consumi, delle immagini, dell’apparenza e della finzione.

L’inganno della gentilezza e il concorso di colpa

Periodicamente si vedono fiorire appelli alla gentilezza dimenticando quanto si può essere falsi e cortesi. Tanti quelli che con nonchalance e il sorriso sulle labbra fanno i comodi loro, talvolta senza neanche avvantaggiarsene agendo a scapito del prossimo a cui provocano danni e ferite con il loro narcisismo, rivelandosi tossiche. Costoro hanno perso ogni sensibilità e non si accorgono del male che provocano. La violenza può annidarsi anche nella gentilezza ed è questa la formula più subdola, riusciamo magari a contrastare la violenza sfacciata e ostentata con arroganza ma siamo meno preparati a difenderci dai colpi bassi sferrati col sorriso in viso dalle numerose brutte persone di bell’aspetto a cui tendenzialmente concediamo benevola fiducia lasciandoci ingannare dall’abito. Nel lasciarsi ingannare c’è l’abilità di costoro a nascondere il loro sentire e l’incapacità della vittima a coglierlo che diventa responsabilità del lasciarli fare. Di queste relazioni pericolose ha scritto Viola Di Grado nel libro Fame blu, indagando e indugiando sul gioco di ruolo tra le figure di carnefice e vittima. Non mi è dato sapere quanto le persone dannose siano colpevoli né se la loro irresponsabilità li privi di ogni responsabilità, certamente però l’azione dannosa di queste persone va contrastata e arginata per proteggere sia il prossimo che la comunità, evitando di alimentare la spirale della violenza che fa poi delle vittime nuovi carnefici. 

Sul piano ideale il giudizio di valore sulla violenza non può che essere di condanna, nella realtà si dovrebbe tenere conto di tante sfumature, non per assolvere ma per sospendere il giudizio e riconoscere il diffuso concorso di colpa che il non farsene carico collettivamente comporta. L’aggressività è sì finalizzata all’affermazione di sé nella competizione con gli altri, ma non ha sempre e valenza negativa. Ce l’ha quando è finalizzata alla sopraffazione, sottomissione e all’umiliazione del prossimo in virtù di pre-potenza (quella forma di potenza solo supposta che cela debolezza e fragilità). Entro certi limiti può essere utile come valvola di sfogo per abbassare la pressione e darci modo di accorgerci di una condizione di insorgente sofferenza se affiniamo la capacità di guardarci con gli occhi di chi ci sta di fronte, quando riconosciamo in essi uno specchio parlante sincero, come quello della fiaba di Biancaneve ma a differenza della regina non rifiutiamo il loro dire senza essere interrogati. A posteriori sembra sempre che la violenza piombi improvvisa e inaspettata come un fulmine a ciel sereno: è mai possibile che solo dopo che accadono i fatti ci si accorge del disagio psicologico degli individui e di quello sociale in segmenti di comunità? il leitmotiv è “chi l’avrebbe mai detto, sembrava persona/famiglia tranquilla”. Non riuscendo ad arginare e ridurre la violenza ci si rifugia nella repressione, misura che ci consente di allontanare l’attenzione da noi e lamentare lacune nelle istituzioni o nella efficienza ed efficacia delle forze dell’ordine o nell’apparato giudiziario, così ci assolviamo ma – come cantava De André nella Canzone del maggio

anche se il nostro maggio ha fatto a meno del vostro coraggio, se la paura di guardare vi ha fatto chinare il mento … e se vi siete detti “non sta succedendo niente” … provate pure a credervi assolti siete lo stesso coinvolti.” 

Non vedo, non sento, non parlo

C’è una formula precisa per la valutazione del rischio: R=F x M (oppure P x G). Ci dice come il Rischio sia il prodotto della Frequenza (o Probabilità che un dato evento dannoso accada) per Magnitudo (o Gravità delle conseguenze una volta che l’evento è accaduto). Le misure per la riduzione dei rischi intervengono su uno dei fattori, la prevenzione sulla frequenza e la protezione sulla gravità. L’aumento della casistica e la gravità delle conseguenze dimostrano che non stiamo lavorando bene, interveniamo sulla protezione dando assistenza psicologica alle vittime sopravvissute e sulla prevenzione solo con campagne di informazione con spot e cronaca, ma resta carente la formazione per attrezzarci ad affrontare questioni complesse come questa e per incidere sul piano sociale con cambia-menti di carattere culturale. È proprio a livello sociale che occorre intervenire, a partire della famiglia che ne è il nucleo primario, poi nella cerchia degli amici e infine nella comunità, invece, ieri come oggi è proprio la famiglia la culla dell’omertà perché non si vogliono avere problemi ed è più comodo sminuire i disagi come manifestazioni occasionali passeggere. Se – dopo avere provato a parlare con il soggetto interessato – cercate di avere un confronto con familiari e amici di qualcuno che ritenete sia portatore di disagio psicologico, per condividere le vostre perplessità vedrete ergersi una barriera, anche se vi rivolgerete a chi riterrete più solido verrete respinti come persone che vogliono danneggiare il soggetto, ti si dirà “ha avuto un semplice momento di debolezza come tutti ne abbiamo, ma ormai è superato e ora sta bene”. Ci convinciamo e confidiamo che una data situazione critica passi, attaccandoci alla memoria di momenti in cui le cose andavano meglio, preferendo negare che erano appunto momenti. Non è cambiato molto, la tendenza oggi come ieri è quella di lavare i panni sporchi in famiglia, senza far emergere nulla, che vuol dire non far niente e aspettare che il tempo faccia il suo corso, non sanando ma lasciando indietro gli eventi di cui non deve restare memoria.

Cosa possiamo fare?

La sensazione è che prevalga un approccio di carattere repressivo a babbo morto, solo dopo che i buoi sono usciti dalla stalla, non sulla protezione e tantomeno sulla prevenzione. Da un lato c’è la polizia che interviene (se lo fa) quando la situazione è già grave o i fatti accaduti, come giudici e avvocati. Anche gli psicologi si sentono pontificare a posteriori mentre è nel prima che ci sono lacune. Le teorie psicologiche vengono usate strumentalmente dai media per fini di audience e non di formazione e informazione, il risultato di questo riduzionismo e banalizzazione è amplificare paure generiche de svalutare la figura e la funzione dello psicologo ridotto a psico-star della tv.

Bisogna ripartire dall’educazione, innanzitutto, quella etica generale fatta di principi sani ricevuti nell’ambiente familiare e sociale, la cui efficacia è legata all’esempio, la prima e più alta forma d’insegnamento. C’è poi l’educazione civica per l’accettazione del diverso che è in noi e intorno a noi e che viene spesso fatto bersaglio di tensioni e frustrazioni. Trascurata e non valorizzata è l’educazione alla comunicazione, all’ascolto (per il quale occorre avere antenne vigili a rilevare segnali di sofferenza, disagio, debolezza e fragilità) e alla comunicazione non violenta (per contenere i toni e i modi nella comunicazione evitando di scatenare reazioni violente).

Servono aiuto, formazione e una pronta assistenza che i servizi sanitari con i loro lunghi tempi di attesa non sono in grado di dare. Preziosi sono i servizi offerti dal terzo settore, dal telefono azzurro ai numeri verdi di vario tipo alle case-famiglia. Ma non bastano anche perché i fondi sono stati ridotti drasticamente. Si dovrebbe agire di concerto con i servizi sociali che vengono regolarmente ridimensionati dalle amministrazioni locali per ragioni di bilancio. L’iniziativa si contrae dunque a quella volontaria/individuale di chi può permettersi di rivolgersi a psicologo, psichiatra, neurologo, terapeuta ecc. costringendo a far ricorso alla professionalità privata mentre la maggioranza viene abbandonata a sé stessa. È così che il disagio psicologico galoppa senza alcun serio contrasto.

Qual è il ruolo e la funzione dello specialista e quali i limiti del suo campo di azione? In alcuni casi il terapeuta è l’unico ad avere cognizione di situazioni e comportamenti messi in atto dal paziente, pericolosi per ciò che fa e per le reazioni che potrebbe provocare, cosa può fare senza venir meno alle norme del codice deontologico e all’obbligo del rispetto del segreto professionale? La terapia farmacologica serve ad attenuare non a risolvere, oltre al rapporto di esplorazione interiore individuale urge agire in modo adeguato alla complessità e delicatezza della materia organizzando gruppi funzionali con figure e specializzazioni diverse in grado di valutare i rischi e d’intervenire nei conflitti arginando i danni provocati a sé stessi e agli altri da pazienti non coscienti. L’azione non è solo quella legata alle vicende individuali, che devono essere rispettate come tali, ma anche quella che si amplifica nelle relazioni sociali alle diverse scale e forme.

C’è da chiedersi come costruire un ponte per superare il guado che separa l’individuo, la comunità e il contesto, teatro degli eventi e di interazioni complesse. In situazioni di conflitto andrebbe analizzato il contesto allargato, le posizioni delle parti, le tensioni che corrono sottotraccia. Non si può inquadrare il contesto se si guarda solo attraverso gli occhi del paziente che indossa lenti da lettura che mettono a fuoco il dettaglio da vicino ma sfocano ciò che sta in secondo piano. 

La sensazione è che possa esserci spazio d’azione tra lo psicologo che ascolta, l’apparato giudiziario (la polizia, l’avvocato, il giudice), la politica che dovrebbe interpretare i segnali del corpo sociale per intervenire ove necessario dotando lo Stato di strumenti operativi e risorse adeguate all’emergenza. Ma specialmente siamo noi che dobbiamo aiutarci e per farlo non possiamo che iniziare riconoscendo i nostri limiti e le nostre lacune, indugiando sull’osservazione interrogativa non inquisitoria. Bisogna riattivare le difese immunitarie del corpo sociale creando sinergia e un clima di collaborazione e partecipazione diffusa a tutti i livelli, partendo dalla cerchia degli amici e dalla famiglia che sono nuclei di comunità e scrigno in cui sono custodite chiavi che possono aprire molte porte. Spalanchiamo porte e finestre, lasciamo entrare la luce cercando in essa l’ombra.

Giulia ci obbliga a interrogarci ultima modifica: 2023-12-06T10:27:51+01:00 da GIOVANNI LEONE
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