Duccio K. Marignoli, mecenate

IDALBERTO FEI
Condividi
PDF

English Version / ytaliglobal

[SPOLETO]

Poche settimane fa mi sono trovato per caso a Spoleto, dove non tornavo da troppi anni, su invito di amici che organizzavano un convegno dedicato alla scultura barocca fra Firenze e Roma: Artisti che non si direbbon di primo seggio. È in quell’occasione che ho incontrato il patron della manifestazione, una persona unica che vale la pena di essere conosciuta e che vorrei avere il piacere di presentarvi con questa breve intervista. 

Poliglotta, cosmopolita, studi in America, un antico casato alle spalle, una casa a Londra, mostre organizzate in mezzo mondo… Duccio K. Marignoli, come mai ha deciso di fermarsi a Spoleto? Forse perché, come recitava una vecchia canzone “aggio viaggiato e saccio tutto o munno, ma sto cielo affatato sta sulo ‘cà?”
Dico sempre che sono ritornato a Spoleto, ma in effetti a Spoleto non ci avevo mai vissuto prima del 2000. E anche questo trasferimento da Londra è avvenuto in modo quasi impercettibile, un po’ alla volta, senza una determinata intenzione. Avevo ereditato da mio padre la metà di palazzo Marignoli. Lui l’aveva a sua volta ereditata, vuota, ma mio padre era un artista e non era particolarmente interessato ai restauri né a vivere nei palazzi. Però fu generoso con me. Rifece il tetto, pensando che forse un giorno la casa l’avrei voluta io. È stata quindi la casa a portarmi in Umbria, ed eventualmente il mio progetto di vita, una fondazione di famiglia per lo studio della Storia dell’Arte.

Interno di Palazzo Marignoli, Spoleto

Lei è l’uomo dei paradossi. Padre di Perugia, madre di Honolulu e un nome implacabilmente senese: Duccio.
La nostra famiglia proviene dalla Toscana, da cui fu esiliata e quindi espulsa in un piccolissimo posto sulla montagna sopra Norcia dal nome perfetto per un esilio: Legogne. Da lì i Marignoli scesero a Spoleto e poi giunsero anche a Roma. Duccio associa una piuttosto flebile memoria toscana (si era pensato a un nome di famiglia) con un omaggio di mio padre al pittore senese.

Che cos’è quel “K” nel suo cognome?
K sta per Kaumualii, il mio nome hawaiiano. Volevo includerlo ma non potevo infliggere la condanna di saperlo scrivere in Italia, così ho aggiunto solo l’iniziale. Inoltre, l’errore ortografico in hawaiiano è considerato piuttosto grave perché i nomi sono legami con i nostri antenati (e non sono condivisi con altre famiglie, per esempio), hanno dei precisi significati e perciò non devono essere alterati. Il mio può essere tradotto come Re sacro, una scelta forse un po’ ottimista da parte dei miei genitori.

Le Hawaii. Qualcuno ogni tanto ci va, ma da turista, e questo non è certo il suo caso. Come sono adesso?
Il turismo è ovviamente dappertutto, non sempre con effetti positivi. Ha stravolto il luogo. Da bambino giravo per Honolulu con mia madre o con altre persone come sua sorella, e per loro era come se vivessero in due città sovrapposte, una che non esisteva più e l’altra la moderna Honolulu. Raccontavano di muretti, apparentemente normali, ma che per loro erano il posto dove riposava la regina Emma quando andava a trovare la tomba di suo figlio; o di un albero nel mezzo delle torri di Waikiki, tutto ciò che era rimasto del giardino di Ainahau, la residenza della principessa Kaiulani. Era come vivere nel mondo contemporaneo ma al tempo stesso in una specie di fiaba drammatica. Come hawaiiano indigeno, almeno sono felice che i giovani abbiano ripreso a studiare la loro cultura. Peccato però che è stato perso così tanto.

.

La facciata di Palazzo Marignoli

Palazzo Marignoli oggi è una delle meraviglie di Spoleto, ma quando lei lo ereditò nel 1972 era perfettamente vuoto, forse sembrava il castello di Capitan Fracassa, il romanzo di Théophile Gautier. Ci racconti qualcosa di questa ricostruzione: soprattutto quale è stato il momento più difficile, quello inevitabile quando si pensa di mollare tutto.
Questa avventura è nata, come tanti eventi della mia vita, in modo casuale, senza – almeno all’inizio – una vera intenzione. La casa vuota e non vissuta era piuttosto deprimente e allora mi sono detto che magari servivano dei piccoli lavori, come rimettere a posto le persiane. Da quel momento mi sono ritrovato come su uno scivolo in un progetto che sembra non finire mai! Meno male che ho ereditato solo metà casa, l’altra metà appartiene ai miei cugini, perché già questa sembra infinita.

La pinacoteca. Che criteri ha seguito per ricrearla dal nulla?
All’inizio era tutto più chiaro. Avevo studiato alla Columbia University di New York la pittura, soprattutto romana, del Sei e Settecento e in qualche modo questa è ancora la parte più consistente della collezione. Si colleziona quello che si conosce. Negli anni, però, è poi scattato qualcosa nella mia mente: la collezione in qualche modo era la mia biografia e da quel momento – a volte con un interesse profondo, a volte solo episodicamente – sono entrati altri filoni. Per esempio, ultimamente ho studiato la pittura di eruzioni di vulcani alle Hawaii. Nell’Ottocento e nei primi del Novecento si era formato un gruppo di artisti specializzati in queste vedute. Qualche piccolo esempio è poi entrato in collezione. Anche se in Italia sono sconosciuti, lì sono ricercatissimi e perciò c’è molta competizione. In genere, però, cerco di ricostruire conoscenze che provengono dalla mia vita.

Tela di Filippo Marignoli

La pittura lei ce l’ha nel sangue; suo padre, il marchese Filippo Marignoli, non è stato un artista da dimenticare.
Assolutamente, il suo esempio mi ha inevitabilmente marcato. Da giovane prese parte al Gruppo di Spoleto, un drappello di giovani artisti che abbracciarono l’Informale ed ebbero un certo seguito, poi entrò come artista della Galleria L’Attico a Roma. Dopodiché, viaggiò molto e dagli anni Settanta arrivò a sviluppare un suo stile molto particolare con dei paesaggi costituiti da segni essenziali, molto tersi. In questo periodo entrò nel gruppo della Galleria Denise René a Parigi, fu il solo artista non completamente astratto che loro esposero. Da mio padre ereditai, oltre all’interesse per la pittura in genere, una tendenza a vedere tutta l’arte come contemporanea e parte della vita, oltre anche a un’inquietudine che mi portò per molti anni a viaggiare continuamente. Da lui ereditai un’altra cosa molto importante: nel Gruppo di Spoleto degli anni Cinquanta c’era un altro giovanissimo pittore che poi scelse un’altra strada, Bruno Toscano, il celebrato storico dell’arte. Arrivando a Spoleto, questo legame ‘ereditato’ mi regalò, benché a un’età in cui non ero più un ragazzo, un mentore oltre che un amico. Mi ha molto influenzato nelle personali scelte di ricerca: spero di essere stato all’altezza della sua lezione.

La “Kencha-Shiki“’, la sacra cerimonia dell’offerta del tè al Iolani Palace Honolulu. Tra i dignitari, con le altezze reali, i principi del Giappone Takamado, la Marchesa Kapiolani Marignoli. 20 luglio 2001/BRUCE ASATO PHOTO. Nelle due immagini in alto Duccio K. Marignoli sulla scalinata dello Ialani Palace, Honolulu

E quando ha deciso di essere uno storico d’arte, ha influito la figura di suo padre nella scelta del campo di studi? Perché il suo interesse va soprattutto alla pittura, in particolare quella dal Barocco all’Ottocento.
A dire la verità, mio padre voleva molto che dopo la Columbia University continuassi a interessarmi alla Storia dell’Arte, e forse proprio perché mi spingeva, mi convinsi che volevo fare altro. Dopo gli studi a New York, finii a Londra per studiare cinema e mi affacciai appena al mondo della regia. Devo dire che la lezione più grande che imparai è che non volevo fare cinema. Con la scomparsa di mio padre, sono ritornato alla Storia dell’Arte: questa è una cosa che avrei voluto poter fare, confessargli che in fondo aveva ragione. Gli anni di Londra, quasi venti, sono stati comunque bellissimi, e poi lì ho imparato ad andare alle aste, nelle biblioteche, insomma la ricerca.

A chiusura della nostra conversazione le chiedo di raccontarci della sua creatura più ambiziosa e complessa: la The Marignoli di Montecorona Foundation.
La Fondazione – ha un nome in inglese perché è una fondazione americana e non è un vezzo – fu iniziata da mia madre e da me proprio per dare continuità ai nostri interessi, soprattutto al mantenimento della casa e della sua collezione. Abbiamo pensato tutti e due che forse non serviva un piccolo e magari limitato museo personale, ma che era invece più interessante un centro di studi di Storia dell’Arte. Oltre alla collezione, la Fondazione sta anche organizzando in questo periodo una biblioteca piuttosto grande, siamo a più di 48.000 titoli, non aperta al pubblico generico (non abbiamo l’organizzazione per farlo) ma a chi collaborerà con i nostri progetti. Siamo un piccolissimo organico di quattro persone, io, Massimo Roberto, Michele Drascek e Claudia Grisanti, e ci siamo dati dei titoli, ma in effetti ognuno deve fare qualsiasi cosa serva. Sarei il presidente, ma sono anche il bibliotecario, il traduttore o altro. Oltre a Bruno Toscano abbiamo anche un gruppo di Storici dell’Arte (e amici) che ci aiutano e senza i quali saremmo persi, come Sir Timothy Clifford, Susan Sayre Baton, Giovanna Sapori, Simonetta Prosperi Valenti Rodinò e Steffi Roettgen in modo continuativo;  altri come Luciano Arcangeli, Stefania Petrillo e Andrea Bacchi per iniziative particolari (anche se sempre più frequenti). Inoltre, alcuni giovani fanno ben sperare che presto saranno pronti a prendere loro il controllo. La mia idea sarà veramente riuscita se e quando io non ne farò ormai più parte e se – spero – la Fondazione continuerà a vivere, magari in modi che ora neanche posso immaginare.

Roma dicembre 2023

Le forografie nell’articolo ambientate a Spoleto sono di Marcello Fedeli. Il ritratto, nell’immagine di apertura, è di Simone Settimo.

Duccio K. Marignoli, mecenate ultima modifica: 2023-12-14T16:32:11+01:00 da IDALBERTO FEI
Iscriviti alla newsletter di ytali.
Sostienici
DONA IL TUO 5 PER MILLE A YTALI
Aggiungi la tua firma e il codice fiscale 94097630274 nel riquadro SOSTEGNO DEGLI ENTI DEL TERZO SETTORE della tua dichiarazione dei redditi.
Grazie!

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE:

Lascia un commento