Un veneziano da Nobel. Intervista con Fabrizio Tamburini

L’astrofisico di fama internazionale racconta il suo rapporto con i numeri e con le stelle, e le sue grandi passioni, per Venezia, che ha dovuto lasciare, per i bolidi e per il violino.
BARBARA MARENGO
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A parte la passione per le auto, ho adottato indegnamente tre violini, uno francese di metà Ottocento, uno dei primi del Settecento e uno dei primi del Novecento, quando posso mi scarico i nervi durante e dopo il lavoro, se c’è una stanza libera al centro Fabbrica H3 SerenDPT all’isola della Giudecca, Venezia. 

Un lavoro, quello di Fabrizio Tamburini, di alta specializzazione: lui, veneziano ma oramai abitante di terraferma, laureato con lode in Astronomia all’Università di Padova, un curriculum di specializzazione con Ph.D in relatività e fisica quantistica in Inghilterra, e non solo, oggi ricercatore presso la Società Rotonium di Udine (studio e sviluppo di algoritmi e calcolatori quantistici ottici etc), autore assieme a un team variegato dell’esperimento del maggio 2011 sulla vorticità delle onde elettromagnetiche dalla Loggia di Palazzo Ducale all’Isola di San Giorgio, Veneziano dell’anno nel 2012, collabora con alcune Università italiane e straniere: dopo la pandemia ha lasciato l’incarico a Karlsruhe in Germania,

dove ho colto l’occasione di ricoprire il ruolo di direttore di ricerca (corrisponde a professore ordinario in Italia) con piena libertà di lavoro, e nel 2018 mi è arrivata la nomina della Ångström Lecture, la Lectio magistralis che si tiene ogni anno ad Uppsala in Svezia col sostegno dell’Accademia Reale delle Scienze di Svezia e l’Istituto Nobel per la Fisica. Dopo cinque anni in Germania sono rientrato e oggi mi occupo principalmente di ricerca applicata al computer quantistico: strumento di calcolo che, utilizzando le proprietà della fisica quantistica, sovrappone vari stati fino a ridurre una particolare classe di calcoli complessissimi che richiederebbero un tempo esponenziale molto lungo, se risolto da un computer normale, a uno lineare risolvibile in tempi accettabili.

Il prof. Tamburini è un appassionato, fin da bambino, di auto veloci. Qui è con il collega Anton Zeilinger, Nobel per la fisica, accanto a una Ferrari. Altino, 2014

Se decrittare un codice richiederebbe milioni di anni o analogalmente simulare alcune dinamiche molecolari in campo farmaceutico, con il computer quantistico si ottengono calcoli in tempi accettabili, questi oggetti del mondo subatomico utilizzati in calcoli particolari tendono a dissiparsi, il termine tecnico è DECOERENZA. Ora stiamo cercando di usare particelle di luce con le proprietà dei vortici in modo da poter codificare più informazioni in ogni singola particella di luce e avere meno decoerenza. Si vuole arrivare alla costruzione di un computer quantistico fotonico: questo tipo di computer sarà venduto e offerto sul mercato per la ricerca in campo medico o quant’altro con l’obiettivo di avere in futuro sistemi di calcolo quantistico accessibili anche per il pubblico quando si riusciranno ad abbassare i costi per un uso universale. Al posto dei bit si useranno i quantumbit, o qbit, informazioni codificate nelle proprietà quantistiche della materia o della luce che vanno a sovrapporsi una sull’altra: per esempio per un sistema classico di bit a 16 componenti, la sua completa descrizione richiede i 16 BIT mentre per un sistema quantistico con 16 qbit si riecìsce ad ottenere un’informazione codificata in un numero di elementi di 2 elevato a 16, un numero estremamente maggiore. Oggi un computer quantistico da 9 qbit costa 900.000 dollari, quello di Google che ne ha 70 ed è sempre in fase di sviluppo è costato fin’ora 3,3 miliardi di dollari, con applicazioni incredibili: noi cerchiamo di progettare e costruire qualcosa di abbordabile prima per i centri di ricerca nazionali ed internazionali e poi per il grosso pubblico. Abbiamo in Italia e all’estero collaborazioni in vari centri di ricerca e con vari ricercatori.

Alla ZKM DI Karlsruhe Fabrizio Tamburini con Vittorino Boaga e Peter Weibel, 3 settembre 2015
Fabrizio Tamburini con Bo Thidé, Anton Zeilinger e Janos Bergou, 4 ottobre 2022

E meno male che tali complicate – per i profani – affermazioni siano stemperate in sottofondo dai miagolii del gatto Cici, altra passione di Tamburini dopo auto e violino: un gatto abituato a rispondere da casa alla voce dell’amico umano al telefono durante le frequenti trasferte all’estero, che nel corso dei suoi venerabili diciassette anni d’età è stato coccolato anche da Margherita Hack…

Purtroppo la Società lascerà la sede della Giudecca, mi sono trasferito a Padova per comodità logistica perché il problema che mi pongono i collaboratori non è legato solo al costo del parcheggio al Tronchetto e del biglietto del battello, tecnici e investitori oggi hanno fretta, affermano che arrivare nel cuore di Venezia porta via tutta la giornata, ogni volta mi propongono di incontrarli a Mestre… Un vero peccato, ribadisco, perché al centro dei Santi Cosma e Damiano mi trovo benissimo, sono circondato da amici. Il mondo di adesso è fatto di incontri definiti al minuto, con il tempo che scorre al limite dell’isteria… I clienti o vengono per lavoro e soggiornano a godersi la città o hanno i minuti contati…

Venezia quindi sta perdendo anche da questo punto di vista, dovrebbe essere città che favorisce i contatti come è sempre stato nei secoli…
Lascerò purtroppo Venezia, dove ho potuto studiare e lavorare volontariamente come un eremita, per fare matematica pura e applicata alla fisica quantistica: per elaborare i miei modelli matematici devo essere solo senza nessuno attorno, concentrato completamente… il gatto lo vedo la sera… a casa… c’impiego un’ora e mezza da Mestre alla Giudecca.”

Fabrizio Tamburino premiato a Palazzo Ducale, 2017

Quali sono stati e come si sviluppano dunque i suoi studi in questi ultimi anni?
Tre sono i filoni principali: il primo di astrofisica che continua con l’applicazione dei vortici e studi sulla luce e proprietà del campo elettromagnetico. Ci sono aspetti legati alla luce che non utilizziamo nella scienza anche se li conosciamo dai primi anni del Novecento, quando i fisici hanno scoperto varie simmetrie: per la conoscenza del cosmo e per le telecomunicazioni ne utilizziamo solo una piccola parte, l’idea è stata semplice, usare oltre alle solite grandezze, quali intensità, frequenza e polarizzazione, anche i vortici e altre proprietà note del campo elettromagnetico. L’astrofisica e l’astronomia sono come la Formula uno, se funzionano in condizioni estreme funzioneranno per ogni applicazione, come per le telecomunicazioni, secondo filone di studi, settore che investe e comporta enormi capitali. Il terzo settore di studio è il computer quantistico. 

La mia passione vera resta l’astrofisica e la matematica pura assieme alla logica matematica, oggetto di molte mie pubblicazioni, il mio passatempo…

In questi giorni sto leggendo per divertimento il Trattato di Armonia e il Trillo del Diavolo di Tartini (sonata in Sol minore per violino scritta dal compositore nella prima metà del Settecento, particolarmente difficile che non riuscirò mai a suonare decentemente), oggetto di un trattato dello stesso compositore (Pirano 1692-Padova 1770)” dove si trovano proporzioni armoniche di fisica acustica alle quali faccio tanto di cappello.

Quindi una tradizione importante che continua per la fisica italiana e internazionale, dai Ragazzi di via Panisperna a oggi.
Il problema è che no ghe xe schei [e finalmente esce il vero veneziano che c’è in lui, Fabrizio Tamburini, che a malincuore lascia l’ufficio di Venezia dopo aver lasciato la casa di Sant’Aponal dove oggi abita la sorella… Con tentazione di trasferimento all’estero e speriamo di no].

Dopo l’esperimento del 2011 dalla loggia di Palazzo Ducale, i vortici anche della vita materiale inseguono Tamburini: ma dove sono finite le antenne protagoniste della trasmissione dalla torretta di San Giorgio al Palazzo?
Un’antenna è nel museo di Karlsruhe, le altre le ho io, un ricordo indelebile dell’esperimento, organizzato da Tullio Cardona, giornalista che si occupava tanto di Venezia…

I violini di Fabrizio Tamburini
“Maledetto, io l’ammmazzo“

Una conversazione che si conclude in veneziano, con tutti i cerimoniali del caso. 

Mi abito alla Cipressina, dove che vive tanti veci venexiani…” conclude Tamburini, forse con un vortice minimo di malinconia nella voce. “Impossibile però tornare a Venezia, se non come sede di rappresentanza. Venezia non riesce a tenere i ritmi richiesti oggi: gli interlocutori non vogliono arrivare di là del ponte della Libertà: i venexiani dise che i xe persi quando che i passa el ponte, viceversa chi dalla terraferma arriva a Venezia se sente persi per le complicazioni di raggiungere il centro… Penso che più avanti andemo, sarà sempre peggio, anche per tutti i centri storici, in mano ai foresti che i gà comprà tutto, la città no xe gnanca più nostra neanche economicamente…

Un gatto, la passione per le auto, i violini, tanta scienza.

Immagine di copertina: Un brain trust nella cucina veneziana di Vittorino Boaga, nella foto con Fabrizio Tamburini e Bo Thidé

Un veneziano da Nobel. Intervista con Fabrizio Tamburini ultima modifica: 2023-12-15T16:43:07+01:00 da BARBARA MARENGO
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