Il principe e il ferroviere

GIANNI CHECCHIN
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Tra poco compirò cent’anni. Sono nato quando l’Italia diventava definitivamente fascista; non morirò democristiano, nemmeno comunista o socialista, e probabilmente me ne andrò da un paese che ancora per molto tempo girerà a vuoto su un perno logoro. A parte questo sfondo, devo essere pronto. Non tanto ad accogliere senza paura “l’ora che non ha più sorelle” (per quello non si sarà mai pronti, quindi meglio non affaticarsi), quanto a ricevere l’assalto più o meno amorevole di parenti e amici, forse anche di qualche giornalista. Mi faranno le solite domande che si fanno in questi casi. Soprattutto mi chiederanno come ci si sente ad avere attraversato un secolo intero, cosa si “vede” da quella distanza. So che deluderò tutti, e non me lo diranno; so che darò, com’è per altro inevitabile, le risposte scontate che i vecchi danno sempre quando si chiede loro di manifestare quella saggezza senile che esiste soltanto in qualche libro malamente interpretato, come se fossimo tutti dei Seneca o dei Montaigne. Forse dovrei essere anche pronto a fare qualche bilancio di tutti questi anni che ho vissuto, ma questo, francamente, lo troverei insopportabile, se non inutile. Vedremo.

Intanto sono qui, nella piazza di Piove di Sacco, tranquillo paesotto della Saccisica, fra Padova e Venezia, fra terra e acque, dove è nato ed è sepolto Diego Valeri, un gentile poeta che quasi nessuno ormai legge più, e di cui è difficile trovare le opere persino nelle biblioteche locali. Nella mia vita ho fatto il ferroviere e ho girato un po’ di stazioni, più o meno grandi, in tutto il Veneto, compresa quella di Piove, dove ho trascorso alcuni dei miei anni più felici. Un filo tenace di nostalgia mi lega a questo paese, ma ora sono qui soprattutto per ricordare un mio caro amico, il Principe.

Lo chiamavamo il Principe di Malamocco.

Perché?

Questo è colpa dei miei amici – diceva – e credo perché suona un po’ patrizio e un po’ plebeo, come pensiamo di essere noi veneziani. I nostri nobili si sono sempre sentiti diversi dagli altri aristocratici, e così anche la gente comune da tutta l’altra gente, perché ci sembra di essere tutto un “popolo” diverso, un po’ conti da calle e un po’ cialtroni col tricorno, raffinati o volgari quando serve, un po’ dogi, un po’ siori Todari e un po’ servi, presuntuosi, furbi e sciocchi a seconda della situazione. 

E poi – aggiungeva sorridendo – Malamocco fu per qualche anno la sede del dogado all’inizio della storia di Venezia.

Stazione di Piove di Sacco

Il Principe è stato il mio Maestro. Io sono un topo di campagna, dell’entroterra veneziano, non ho fatto studi regolari e quel poco di cultura che ho la devo a lui, che sarebbe mio coetaneo, e non so se è ancora vivo. É a Piove di Sacco che noi due venivamo spesso, anche dopo che sono stato trasferito altrove, per finire sull’altopiano di Asiago. Ci piaceva questo posto senza particolari attrattive, ma dall’aspetto gentile, come il suo poeta, e accogliente. Qui ci incontravamo ogni tanto per fare quelli che chiamavamo, in maniera un po’ pomposa, i nostri “simposi”, seminari sulla “venetudine”, per usare un brutto neologismo coniato forse da Parise. Vorrei provare a mettere insieme un po’ di quelle cose che allora ci siamo detti. Il mio amico, che dei due, come ho già detto, era quello colto, diceva che qui, meglio che in tanti altri luoghi più famosi e importanti, si coglie qualche aspetto dell’anima del Veneto, forse addirittura il segreto del suo essere Heimat, termine che lui diceva essere adatto in Italia forse solo alla nostra regione, e che dovrebbe essere reso con Matria piuttosto che con Patria, visto il lato femmineo presente spesso anche nel più ruvido montanaro. E a sostegno citava Guido Piovene, che sintetizzava così quest’idea nel suo Viaggio in Italia:

la loro terra per i veneti è una verità. Essa non ha nulla a che fare col sentimento nazionale, né per associazione né per contrasto. È una verità in più, di natura diversa. (…) Esiste nel cuore dei veneti una persuasione fantastica che la loro terra sia un mondo, un sentimento ammirativo, e quasi un sogno di sé stessi, che non hanno l’eguale nelle altre regioni d’Italia.” Piovene, però, si sbagliava quando aggiungeva che, nonostante quella “verità”, “nel Veneto non v’è traccia di separatismo.

Villa Velluti, Riviera del Brenta

Perché Piovene questo lo scriveva negli anni Cinquanta, e da allora tanta acqua è passata sotto i ponti, lungo il Po, lungo il Piave, lungo il Brenta. I veneti sono cambiati molto e forse non c’è più traccia di quell’Heimatliebe, lontana e immaginaria, sostituita da un confuso e rancoroso spirito di rivalsa, da nostalgie spesso tossiche. In ogni caso è difficile coltivare un rapporto decente con il proprio genius loci, quando dal “paesaggio del contadino, elementare, unitario, sufficiente e completo” si passa a “spazi dilatati, vari, casuali”e si vivono esperienze “che prescindono sempre più dai luoghi della nostra esistenza”(Eugenio Turri, Il paesaggio come teatro). Rimane un’oscura sofferenza, un disagio per vaghe cose scomparse con gli anni, che si cerca di lenire spesso con quella proliferazione di iniziative volte a recuperare “certi ordini perduti”, dalle finte ricostruzioni in costumi d’epoca, ai tristissimi musei di cultura popolare, alle sagre di paese coi prodotti “genuini”.

Qui, scrive sempre Piovene, “il folclore è in gran parte falsificazione o reminiscenza erudita.” Noi veneti in questo malinconico e febbricitante pseudo-euforico (l’espressione è di Zanzotto) tentativo di recupero del tempo perduto non siamo secondi a nessuno, forse anche per l’ombrosa consapevolezza di essere più colpevoli di altri del disastro in cui si sta consumando il “bel paese”. “È avvenuto in tanti altri luoghi del mondo. Ma perché qui sembra peggio?” – si chiedeva Zanzotto nel 1970, e provava a rispondere: 

…perché tutto pareva assorto in un qualche equilibrio, anche se già vagamente sfibrato, malato. Sembrano cadere a pezzi, nel grande scoppio, la regione veneta, il vecchio mondo veneto mitizzatosi come quiete rosea e un po’ tabaccosa, il delicato tono nervoso veneto, residuo incerto di una costellazione di certezze che si era formata nei secoli d’oro, sia pure a livello di casta; e cade a pezzi anche tutto un insieme di spazi e di prospettive umane che da quei secoli si potevano ancora ricavare”. (Il Veneto che se ne va).

Nessun importante, quanto noioso, convegno su “lingua e territorio” potrà darci qualcosa come i Colloqui con Nino, l’amico poeta contadino di Zanzotto, il quale già avvertiva nell’introduzione che “questi dialoghi ovviamente riescono sbiaditi, fiapi, rispetto alla realtà.” Come fai a conservare in modo vitale, non da teatrino delle maschere, qualcosa come la cultura popolare se il popolo non c’è più? Ben che vada avrai un onesto archivio di cose morte; negli altri casi la messa in scena di un lutto che non sa di essere tale, o parodie dell’autentico. E quando i futuri “vecioti” saranno quelli nati negli anni Ottanta e Novanta, anche quelli di Malo, vorrei proprio vedere chi riuscirà a leggere con gusto e qualche profitto un libro come Maredè, maredè…di Meneghello, a trovare commoventi, se non meravigliose, espressioni come “le raspaùre dela mèsa”, “…fa i can che va par césa”, parole come sarache, sacranòn, cagaùra, spotacio. sàntolo, pétola…; per non parlare delle poesie nel bellissimo e arduo dialetto di Luciano Cecchinel, che già ora sono leggibili in originale, e non nella traduzione caritatevolmente offerta dall’autore, forse soltanto da due o tre anziani di Revine Lago; ma anche i versi nell’ “idioma” di Zanzotto sono oggetto di ammirazione e di raffinatissime esegesi solo da parte di qualche colto accademico, o portate sul palcoscenico da qualche attore ancora devoto a un mestiere che forse conserva qualche parvenza di “minima sacralità”. 

Capannoni nel Nordest

Tutta l’Italia sta sprofondando in questo disastro linguistico e antropologico ma, tanto per fare un confronto fra italiani ai poli, se il dramma dei siciliani è sempre stato quello di non riuscire a prendere le distanze dalla propria identità storica e antropologica, vera o costruita che sia, quello dei veneti sta nel non capire più qual è la propria, come se la percepissero confusamente, dispersa e offuscata, ormai poco consistente. Il carattere siciliano è scolpito, netto, sicuro di sé anche negli errori e nelle inadeguatezze, con luci e ombre che si combattono, in una mischia a volte feroce, ma non sciolte le une nelle altre. Il carattere veneto è ambiguo al punto che, come scrive Piovene, in esso “i sentimenti più diversi tendono a mescolarsi come colori liquefatti”. (È la stessa differenza che c’è tra il paesaggio siciliano e quello veneto.) Il veneto, quello dei nostri giorni soprattutto, non si sente mai del tutto sicuro nella propria pelle, quasi volesse uscirne, ma non ne ha il coraggio. Da questa incertezza nascono gli aspetti contraddittori dell’animo dei veneti, in costante oscillazione tra un’atavica forma di timidezza e un esasperato quanto infondato orgoglio di sé stessi. Il siciliano non si vergogna mai, nemmeno di fronte agli aspetti peggiori del suo carattere, perché vede tutto sub specie fatalitatis. Il veneto è sempre afflitto da un oscuro senso di colpa, anche di fronte alle cose positive, come se avesse consapevolezza che non è del tutto merito suo se sono andate bene,

Ma allora, quando io e il Principe ci trovavamo nelle trattorie di Piove a parlare del “nostro” Veneto, dopo aver percorso, spesso in bicicletta, la Riviera del Brenta, lentamente, fermandoci ad ammirare ora una vecchia villa ora un’ansa dolce del canale all’ombra di un salice, credevamo ancora un po’ nell’esistenza di un “Veneto felice”, quello di cui scrivevano Giovanni Comisso e Diego Valeri. 

 A proposito di ville venete, però, proprio Comisso, che amava di più il Veneto ruspante e contadino di quell’altro cicisbeo, ci aveva avvisati che quel che rimaneva del mondo della “villeggiatura” era alla fine solo una bella malinconica scenografia.

Con la fine della Repubblica veneta tutto crollò in precipitosa rovina. Fu in vero come il finire di una festa, quando smontati i padiglioni e tolto ogni decoro di trofei e di luminarie non resta che lo spiazzo squallido, immondo di carte e di detriti. Ogni tanto, ora, si vede un cancello adorno di statue corrose, del tutto coperto di rampicanti che sembra non sia stato più dischiuso dal finire della festa grande. In qualche giardino, statuine di nani sembra giuochino una parodia degli abitatori di un tempo e un nobiluomo dal panciotto vellutato ancora dal muschio allignato, riguarda con l’occhialino, sul naso adunco, le festose apparizioni, ormai scomparse. (Lungo il canale Brenta)

Giardino di Villa Piovene, con vista su villa Godi-Mailverni, a Luogo Vicentino

A modo suo gli fa eco Piovene che, parlando della sua Vicenza, trova accenti contrastanti, tra l’affettuoso, l’ironico e il sarcastico. La città in cui è nato e dove ha trascorso l’infanzia e parte della giovinezza, da cui è fuggito come da una madre un po’ troppo morbida, attossicante e con piccoli durissimi artigli, gli appare come “ un’invenzione scenografica”, nata più per vanità e capriccio che per qualche necessità. Non solo, essa rispecchia perfettamente quello che è un tratto del carattere veneto, e che qui si manifesta in modo sontuoso: la sua “ambiguità tenera”, un carattere “che elude finché può le scelte e non vuole rinunciare a nulla.”(Le furie)

Generazioni di signori fantastici, chiusi nei loro umori, si dilettarono di erigere una Roma chimerica, ammorbidita dai soffi del vento che giunge dalla laguna di Venezia, e sa di cieli bianchi e di mari orientali. Poi prolungarono nei secoli la loro smania ornamentale, ricamando la loro città ed i colli vicini di statuine mitologiche, di pagode cinesi, di chioschetti turcheschi (…) La mia città, grazie alla loro opera, porta chi vi entra in una vita di passioni sfuggenti, che si trascinano sempre su false vie, senza mai trovare uno sfogo. (I falsi redentori)

 Anche il giovane Parise non era tenero con la sua terra d’origine se ne Il prete bello può scrivere:

Queste piccole città venete, dunque, senza importanza, sorte a mezza strada tra il mare e i granducati dell’interno, chiuse da campi e colline dove la nebbia bassa e di un colore stinto confonde e intorbida paesaggi e pensieri, vivono di una vita intima propria, ai margini della storia degli uomini e del Paese.

È stato il Principe a farmi conoscere questi autori che, nonostante ogni tanto qualche editore benemerito li ripubblichi, si fa fatica a trovare nelle librerie, dove invece abbondano sugli scaffali scrittori di cui non resterà traccia nella memoria di nessuno, nemmeno di coloro che li hanno letti. Il Principe li amava molto, e non solo perché veneti. Leggendo questi scrittori, mi diceva, ti sembra di camminare su un bordo viscido e tagliente, hai paura di sbagliare il passo, di farti male se cerchi di capire troppo, come con Dostoevskij (non a caso Le stelle fredde di Piovene ha per protagonista proprio l’ombra del grande russo), ma non puoi fare a meno di continuare, e però sei sempre deluso. Aveva ragione lo scrittore vicentino sulla letteratura italiana in generale e su quella veneta in particolare: “è un repertorio di espedienti per rifiutare o deviare il dolore.” Piovene, appunto, esprimerebbe al meglio l’anima torbida del Veneto, il suo lato in penombra, o in “malombra”, come appunto in Fogazzaro. In fondo si tratta sempre della peculiare capacità dei veneti di “arrestarsi sull’orlo del precipizio”.

Anche in noi, un po’ alla volta, si è fatta strada quella verità che adesso, che compio cent’anni, è qui davanti ai miei occhi. Il problema non è che non ci sono più “quei tiepidi e armoniosi ipogei che sono le osterie trevigiane, sopravvissute da secoli”, che si è dissolta questa “nostra terra veneta, blanda, docile e innocente” (Giovanni Comisso, Veneto felice). È che queste cose, in un certo senso, non ci sono mai state. Non c’è mai stato un Veneto felice, se non nell’immaginazione di chi lo ha amato. Certo, al posto di quelle osterie ora ci sono bar rumorosi per gli spritz e i cicchetti rivisitati; al posto del morbido paesaggio che ancora si poteva godere dal giardino di villa Godi Malinverni a Lugo Vicentino, quando Visconti vi girava Senso, ora c’è una distesa di capannoni, molti dei quali già abbandonati. Ma il confronto non ha senso e noi non potremmo più vivere in quelle antiche campagne povere battute dalla pellagra, e quelle cittadine malinconiche e ipocrite degli anni Cinquanta e Sessanta (come Treviso in Signore&signori di Pietro Germi) sono solo le genitrici di quelle tristi e consumistiche di oggi, delle Insaponate sul Piave di cui parla con troppa rabbia un giovane scrittore contemporaneo. 

In ogni mondo, in ogni tempo, c’è una “sudicia porta dell’Inferno”, in quello della borghesia “eterna” e in quello contadino, perduto e troppo spesso “sacramentato” nel doppio significato del termine. Libera nos amaluàmen. Liberaci dal luàme (dal letame). Era una sorta di “preghiera fondamentale” che Meneghello attribuisce all’efficace storpiatura del suo amico Nino (anche qui un Nino), in una pagina rivelatrice del suo capolavoro.

Andrea Zanzotto

Non so se il mio amico ha letto gli ultimi interventi di Zanzotto sui problemi a lui cari, per esempio l’intervista con Marzio Breda, In questo progresso scorsoio, ma sono sicuro che condividerebbe quasi tutto. Forse aggiungerebbe che il disastro che ha rovinato buona parte del Veneto antico e “felice” non è tanto opera di barbare nuove generazioni che hanno tradito padri e nonni, ma era già in incubazione, come un batterio, in fondo all’anima di quei padri e di quei nonni, senza che questi ne fossero del tutto coscienti. Nell’avidità giustificata da secoli di tramandata miseria stava l’“innocenza” delle vecchie generazioni, ma erano già lì l’indifferenza per il lato estetico del paesaggio e il desiderio cieco del riscatto economico che ha portato, già negli anni Cinquanta, a costruire brutte case “moderne” con finalmente le meritate comodità. Ricordo un mio vicino di casa, a Piove, un vecchio, aveva fatto la Grande Guerra, che fece cementare un piccolo bellissimo giardinetto selvatico. Sua moglie lo curava con commovente dedizione, per costruirci sopra un gabinetto nuovo e un orrendo box di plastica ed eternit per la bicicletta e una motoretta. A Cesuna, invece, sull’Altopiano di Asiago, un mio amico è riuscito a rovinare il magnifico profilo delle montagne che si poteva godere dalle finestre della sua cucina perché ha voluto davanti casa un campetto da basket per il figlio adolescente. In più, sempre per soddisfare i desideri dei figli, ha distrutto una magnifica vecchia cantina per sostituirla con una bruttissima taverna in “stile moderno”. E pensare che ogni tanto andavamo insieme a farci un bicchiere di rosso e due chiacchiere con Mario Rigoni Stern, il più strenuo difensore dell’identità di quei luoghi. Se è vero che “il paesaggio, la natura contribuiscono a formare le creature che l’abitano”, come può essere accaduto che quel “molle e materno” paesaggio veneto abbia prodotto creature così irriconoscenti nei suoi confronti? Meneghello ha detto che le forme del paesaggio diventano “forme della coscienza”. Ma qui, nel Veneto, qualcosa è andato storto in questo processo di influenza reciproca fra il paesaggio e le persone, qualcosa di velenoso ha mostrificato l’anima degli uomini e ha sfigurato le pianure e le colline. E ora cerchiamo invano, noi che in anni ormai lontani abbiamo intravisto una “beltà” che sembrava facile, a portata di carezza, di ricordare quel che ci ha toccato gli occhi e il cuore come un dono immeritato. Lo cerchiamo con una gita domenicale ad Arquà, ad Asolo, sul Montello, facendo una passeggiata fra gli alberi nel bosco del Cansiglio, andando a pranzare in un agriturismo che “inventa” i piatti della tradizione, e dove tutto è un inganno malinconico, perché, come ebbe a dire il poeta, ”…et in Arcadia horror”. È diverso con la montagna? Non so, non credo. Anche Cortina è uno di quei mercatini dell’usato che i veneti amano in particolar modo; vi si trova ancora qualcosa di buono – un piatto di canederli ben fatti, una tazza di cioccolata calda e una fetta di strudel (forse) – ma il resto è paccottiglia in costume, straccetti venduti come feticci, alberghi come mobiletti semifalsi. Certo, ci sono sempre le vette lassù, con la loro bellezza ottusa e indifferente… Ci basta questo?

E poi c’è Venezia che, come altre bellissime città europee (Praga, per esempio), mostra l’evidente stanchezza di essere da sempre troppo ammirata. Sono tutte vecchissime donne, un tempo affascinanti e seduttive, un po’ alla volta diventate dames charmantes, infine matrone piene di rughe, di acciacchi e di risentimenti, in cui, più che nelle brutte o mediocri, si vede il lavoro micidiale del tempo. Come quelle nobildonne, che ai bei tempi tenevano colti e raffinati salotti frequentati dal gran mondo, e ora sono costrette dalla decadenza del secolo a gestire pensioni di second’ordine per gente di passaggio, arredate però con qualche buon mobile d’epoca. 

Non occorre rileggere il velenoso libretto Contro Venezia di Regis Debray (che a dire il vero se la prendeva soprattutto con i cinici e melanconici nichilisti amanti della città lagunare: “Le Europe in declino si susseguono ma non si somigliano. La Vienna del 1890 produce dei pensatori, la Venezia di cento anni dopo dei pensierosi.”) per trovare qualcuno che, in posa controcorrente, parla male della “città più bella del mondo”. Già il conte Cesare, in Malombra di Antonio Fogazzaro, ne parlava in questi termini:

Io non ho mai potuto soffrire quella lurida, puzzolente, cenciosa città di Venezia, che perde a brani il suo manto unto e bisunto di vecchia cortigiana, e mostra certa biancheria sudicia, certa vecchia pelle schifosa.

Chissà cosa ne avrebbe detto ai giorni nostri, invece che nel 1881. 

Un eccesso di bellezza (ammesso che l’espressione abbia senso) può produrre sensazioni tra lo stordimento e la nausea. Forse l’autore straniero che ha espreso il suo amore per Venezia con maggiore sobrietà, senza smancerie decadenti, è Brodskij, in quel magnifico omaggio che è Fondamenta degli incurabili.

Lo stesso Zanzotto, nello scritto che accompagna il libro di Fulvio Roiter Essere Venezia, ha degli accenti amari, anche se il suo intento è di provare a indicare un nuovo silenzio per “entrare in Venezia”.

Inoltre da troppo tempo ci si sente quasi comandati ad entrare in una cartolina, in un lotto di soprammobili, nel kitsch più bovinamente collaudato. È il momento in cui solo aggrappandosi ad un rifiuto e quasi a un odio, e in ogni caso stando almeno a traballare su un forse, passerella quanto mai veneziana, si può continuare a tirar fuori parole. Il mozzafiato del miracolo programmato per i turisti di tutte le generazioni è il moscio ectoplasma con cui bisogna subito mettersi in lotta: purtroppo con una certa probabilità di perdere.

Calle del Vento

Ma torno alla letteratura e ai nostri seminari, proprio quelli su Zanzotto. Lunghe giornate abbiamo trascorso a leggere e a cercare di interpretare quel “difficile e pur tanto affabile poeta ctonio” (l’espressione è di Contini) che è appunto Zanzotto, lui che scende bene in profondità nei cunicoli dell’anima veneta. É come se nella sua opera alcune caratteristiche di quell’anima salissero ad altezze liriche vertiginose e misteriose, ignote per lo più a quella stessa umanità che le incarna o che non sa che farsene. Leggere certe poesie di Zanzotto, diceva il Principe, è un po’ come leggere un testo orfico, gnostico o della mistica ebraica, di quelli più intricati, senza però pretendere la “conoscenza” di chissà quale mistero metafisico. A volte si è sconcertati, non si capisce quasi niente, nel senso che si dà solitamente al verbo “capire”, però si viene catturati dentro un turbine leggero di suggestioni fonetiche e semantiche mescolate, che aprono piccoli o grandi squarci dove sembra di gettare lo sguardo su una pianura di significati segreti, infrattati e anche terribili, per una volta a portata di mano, in fondo semplici e parte del piccolo mondo che abitiamo, proprio qui nelle nostre campagne venete. E alla fine rimani invece solo col tuo significante, a volte cristallino a volte torbido, sempre stupendo, che ti inquieta, attrae e ti sfianca, una pietra dura inattaccabile da qualsiasi ermeneutica. E allora ti sembra di aver capito tutto, ma non puoi più dirlo, perché quel “tutto” si è consumato durante lo sforzo di avvicinamento al “senso”. 

 Ormai non leggo quasi più poesia. A volte, però, nelle ore più scure, recito a me stesso, sottovoce, qualche verso, come per farmi coraggio, come per rivendicare la possibilità, ancora una volta, di un “andare fuori”. Perché “in ‘n tènp scur che no riva pi andoi 

                                       co tai de foc a broar  

                                    gargat de paltan,  

                                       no l’è fiévera asèi  

                                       gnanca par zigarghe  

                                       maladizion al ziel  

                                       quel che l’è pèrs e quel che ‘l pol ndar  

                                       fa ‘n sònċ injelà 

                                      no ‘l ghe iol pi a gnesun; 

                                      e par che gnent cres de gnent  

                                      cofà un oltà via  

                                      l’è sol da zavariar”.

(in un tempo buio in cui non arrivano più angeli / con lame di fuoco ad ustionare / gole di fanghiglia / non c’è febbre abbastanza / neanche per urlare / maledizioni al cielo // quello che è perduto e quello che può perdersi / come un sogno assiderato / non duole più ad alcuno; /e poiché niente cresce da niente / come a uno impazzito / resta solo da delirare) (L. Cecchinel, Sanjut de stran)

L’ultima volta che ho incontrato il Principe è stato più o meno vent’anni fa. ”Ti ricordi – mi disse, mentre stava per andarsene lungo Calle del Vento – il romanzo di Tomasi di Lampedusa? Lui sì un vero Principe, che parlava della sua terra come da noi nessuno è ancora riuscito a parlare del Veneto. S’imparano tante cose da quel libro, e non solo sui siciliani. Se me lo permetti ti faccio la parafrasi, adattata a questa nostra mezza terra mezza acqua, di un passo famoso di quel libro. E poi lasciami andare. Sono molto stanco e non ho molto tempo. Non abbiamo più molto tempo.”

 Prima di noi ci furono i Serenissimi (quelli veri), i Leoni di San Marco; dopo sono venuti i Tristissimi, i gatti da campo, che si azzuffano per qualche lisca e una testa di pesce marcio; e comunque, novelli serenissimi o tristissimi, imprenditori e gondolieri, artisti e baristi, bottegai e professori, continueremo a crederci gli eredi degli Orseolo e dei Polo, dei Mocenigo e dei Foscari … ibernati nel mito di una Repubblica fantasma, senza nemmeno ricordarci più chi erano davvero e cosa hanno fatto.

 Mi mise una mano sulla spalla, una leggera carezza; era sempre stato il suo modo di salutarmi. Poi si allontanò senza dire più una parola. Da allora non ho più avuto sue notizie. 

Dedicato a mio padre, un ferroviere.

Il principe e il ferroviere ultima modifica: 2024-01-10T19:57:56+01:00 da GIANNI CHECCHIN
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