Il Pd deve essere fondato

ALBERTO MADRICARDO
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La crisi che sta oggi vivendo l’Italia è così vasta e profonda, ha delle potenzialità involutive così gravi e drammatiche, che, per analizzarla, davvero non si sa da dove cominciare. Ma un punto da cui cominciare ci deve essere. Sta dove si è interrotto il filo conduttore dell’epoca precedente e il nuovo di quella attuale non si è ancora riusciti a filarlo. Come la rottura del filo precedente non è avvenuta d’un colpo ma per successivi sfilacciamenti, così anche le occasioni, poi perdute, di dare una nuova direzione al paese verso il risanamento dalle sue storiche malformazioni, si sono presentate in un arco di tempo non brevissimo. A occhio e croce direi che le porte per dare avvio a una nuova storia si sono aperte e chiuse nell’arco del ventennio a cavallo del nuovo millennio.

Il vecchio PCI era rimasto imbottigliato nel compromesso proposto da Berlinguer alla DC, non a caso, all’indomani del golpe cileno di Pinochet supportato da Kissinger e dagli Stati Uniti. L’ultimo vero segretario del PCI che abbia avuto ambizioni di elaborazione strategica, con questa proposta aveva tentato di aggirare il “fattore K.” (come lo aveva nominato Alberto Ronchey: un modo elegante per indicare il divieto degli USA ai partiti comunisti dell’Occidente di fare parte di governi di paesi Nato). 

Il rapimento e l’uccisione nel 1978 di Aldo Moro, che dell’incontro tra DC e PCI era stato anche paziente architetto, aveva sbarrato la strada alla possibilità di un ingresso nel governo da parte dei comunisti. A distanza di tanti anni, quell’episodio (la cesura più drammatica della nostra storia repubblicana) resta avvolto da ombre che le inchieste giornalistiche e storiche svolte in questi ultimi decenni hanno contribuito a inspessire invece che diradare.   

Ma dopo la caduta del Muro di Berlino e la fine della guerra fredda, negli anni ’90 il divieto che aveva bloccato il PCI sulle soglie del governo e imposto per diversi decenni una grave torsione alla nostra vicenda nazionale era in parte superato. Gli USA, vinta la competizione con l’Unione sovietica, erano rimasti l’unica potenza indiscutibilmente egemone nel mondo. Perciò erano meno sospettosi e più rilassati. Così, pur nella persistente subordinazione, il “vincolo esterno” imposto alla politica italiana si era fatto relativamente meno stretto. 

Si era dissolta nel 1994 la DC, il partito – stato sorto e prosperato per decenni come diga contro il comunismo. La situazione interna italiana dal punto di vista politico era diventata fluida. Era praticamente scomparso, con la fuga di Craxi in Tunisia nello stesso anno, anche il PSI craxiano. Entrambi, DC e PSI, per autocombustione, ovvero a causa della loro corruzione interna. Restava in campo il PCI, relativamente più impermeabile a essa per la tensione ideale che a lungo aveva animato i suoi militanti.  Ma aveva cambiato nome, assumendo quello di Partito democratico della sinistra (PDS).

Al di là della sua ancora cospicua consistenza sociale ed elettorale e delle formule progressiste che esprimeva, Il PDS di Occhetto non aveva però un’autentica vitalità. Era nato da una rimozione: non aveva mai cercato di spiegare veramente le ragioni profonde della crisi del progetto rivoluzionario, nell’URSS come in Italia.  

Il PCI era nato sull’onda della rivoluzione russa: qualcosa di straordinario era accaduto nella Russia della Rivoluzione d’ottobre, tale da mettere le ali ai piedi ai movimenti di emancipazione sociale in tutto il mondo. 

Il grande economista John Maynard Keynes, dopo una sua visita in Russia effettuata nel 1925, aveva buttato giù in brevi note (pubblicate nel 2022 dalla LUISS University Press con saggio di Palo Nori) le sue impressioni su questo immenso paese al culmine del suo travaglio rivoluzionario. A conclusione di esse egli scriveva:

A volte è possibile percepire l’entusiasmo, che si rivela grandioso. A tratti, malgrado la povertà, la stupidità e l’oppressione si ha la sensazione che sia questo il laboratorio della vita. È qui che gli elementi chimici vengono mescolati in nuove combinazioni, è qui che puzzano ed esplodono. Potrebbe – c’è una piccola possibilità – venirne fuori qualcosa. – e concludeva – Quanto sta succedendo in Russia è più importante di quanto sta succedendo negli Stati Uniti d’America.  

Questa “piccola possibilità” che aveva risvegliato il mondo, intravista da Keynes in Russia nel 1925, si chiuse ben presto. Schiacciata da Stalin, da lui sepolta e ibernata sotto un manto più spesso di quello che ricopre il nocciolo radioattivo del reattore di Chernobyl, essa scomparve anche formalmente nel 1991, nonostante i tentativi di Gorbaciov (generosi ma purtroppo maldestri e tardivi) di riportarla in vita.

Piazza Ferretto stracolma per il comizio di Berlinguer, 18 maggio 1975, Archivio Gianni Pellicani

Ma il PCI aveva espresso una certa originalità di elaborazione rispetto alla Russia: non ne era stato un mero riflesso come tanti altri partiti comunisti nel mondo. Il contributo originale del PCI alla teoria mondiale della rivoluzione lo aveva dato Gramsci, con la sua idea di “blocco storico”. Successivamente Palmiro Togliatti, senza particolare originalità, aveva elaborato la prospettiva di una “via italiana al socialismo”, ma il contributo teorico più rilevante era quello prodotto da Gramsci. 

Quest’idea di Gramsci si riferiva allo sviluppo di un’aggregazione organica, sociale prima e più che politica, alla formazione di un grande laboratorio sociale che avrebbe dovuto crescere a mano a mano che parti di società sarebbero uscite dalla passività staccandosi dal blocco conservatore per aggregarsi a quello intorno alla classe operaia e valorizzarsi reciprocamente nel loro incontro. 

Le loro specificità, lungi dal venire smussate e ridotte nell’incontro con altre, si sarebbero date mutuo risalto, arricchendo e facendo crescere la capacità attrattiva (egemonia) del progetto comune di nuova società. Il blocco storico gramsciano sarebbe stato un laboratorio sociale, analogo a quello osservato da Keynes in Russia nel 1925, in grado di fondare una nuova storia e di far scaturire dal suo seno quella “piccola possibilità” che a questa storia nuova avrebbe fatto da stella polare. 

“La minaccia rossa”

Con la proposta di compromesso storico nel 1973, la dichiarazione di “sentirsi più sicuro nel patto Atlantico” del ’76, e di “esaurimento della forza propulsiva della Rivoluzione d’Ottobre” annunciato nel 1981, Berlinguer si staccava non solo dall’esperienza sovietica, ma anche chiudeva il laboratorio sociale aperto in Italia dal ‘68 e cessava l’impegno teorico del partito.

Nonostante il pomposo aggettivo “storico” con cui il segretario del P.C.I. lo aveva accompagnato, si trattava infatti di un comune compromesso tra soggetti politici, non tra classi e gruppi sociali diversi. Il compromesso berlingueriano sarebbe avanzato infatti solo se ciascuno dei contraenti avesse rinunciato a qualcosa, non aggiunto qualcosa di suo. Agli antipodi perciò dell’idea gramsciana di “blocco storico”.

Dopo l’eliminazione di Moro che ne aveva venne dimostrata l’impraticabilità (a differenza dell’idea del blocco storico gramsciano che dimostra ancora oggi, nonostante i tempi tanto mutati, una sua fecondità nel mondo) la proposta di Berlinguer venne abbandonata, anche da lui stesso. Ma con questa il PCI chiudeva la sua storia: il laboratorio sociale e la ricerca teorica venivano sacrificati a vantaggio della tattica politica. Così agli inizi degli anni ‘90 la stagione delle grandi lotte sociali degli anni ’70 era alle spalle. Il PCI aveva abbandonato da tempo l’ambizione di ricostruire “dal fondo” il processo di socializzazione umana.

Di compromesso storico non c’era neanche più bisogno di parlare. Non c’era più il bisogno di teorizzare alcunché: la teoria traccia la forma del possibile cui dare contenuto storico. Per rassegnarsi allo stato di cose esistente, per lasciarsi conficcare al proprio posto, non serve nessun pensiero. 

Comunque è solo con la fine dell’U.R.S.S. che si apre formalmente un’epoca nuova. Non erano più i tempi in cui – come dice Kierkegaard:

Sorretti da un’illusione, per combinare qualcosa non occorrono gli stessi sforzi di quando ogni illusione è perduta.

In questa nuova epoca gli sforzi per guadagnare qualcosa dovevano essere fatti tutti, senza sconto. Per capire le conseguenze di questo dato di fatto bisognava avere una apertura di visione, capire che questa era l’essenza della nuova epoca. 

Certo non poteva bastare un ‘occhiata per capire un passaggio d’epoca come quello che avvenne nei primi anni Novanta. Parlare adesso di quel tempo, a distanza di trent’anni, è molto più facile. Ora possiamo intendere qualcosa che allora forse nessuno poteva tenere insieme: le oscillazioni vertiginose, il “tutto e contrario di tutto” con cui la storia ama confonderci ogni volta che dimentichiamo l’esperienza di sentirsi – come dicevano elegantemente i Greci – “trastulli nelle mani degli dei”.  

Ma la profondità epocale della cesura, la sua radicalità erano già allora assolutamente evidenti. Tutti sentivano che il passo leggero sull’ala dell’illusione era diventato pesante una volta che questa si era involata. Ma il passo pesante fa rimbombare la terra, e il suo tonfo restituisce al camminatore il senso della propria gravità, della sua consistenza. Negli anni Novanta la confusione era però tale che la gravità venne scambiata per leggerezza. 

La “gioiosa macchina da guerra” con cui Occhetto si presentò sulla scena nei primi anni Novanta, era una costruzione politica sfilacciata e impoverita nel suo patrimonio ideale e sociale. Vi dominavano più le inerzie che un reale dinamismo. 

L’azione giudiziaria aveva fatto strage della vecchia classe dirigente politica: era stata il cancellino che aveva ripulito la lavagna. Ma l’aveva lasciata vuota, tutta da riscrivere. Il gesso necessario la sinistra non l’aveva più. Eppure se Berlusconi non fosse sceso in campo nel 1994 riempiendo il vuoto lasciato dalla DC probabilmente il PDS avrebbe vinto le elezioni. La sua però sarebbe stata una vittoria senza slancio, per mancanza di avversari.  E si sarebbe arenata presto. 

La tendenza a pensare meno, un pragmatismo di corto respiro supportato dall’alibi della concretezza, parvero più adatti alla situazione. La parola d’ordine davanti a un tempo tanto enigmatico fu: “superficializzarsi”, ritirare la chiglia, come se ciò bastasse per far abbassare le acque. 

Si riscoprì come nuova di zecca – per esempio – una socialdemocrazia che sarebbe stata a breve resa obsoleta dalla globalizzazione e dalla finanziarizzazione dell’economia. Berlusconi scese in campo con la sua azienda: il programma “Amici”, per esempio, andato in onda nel 1992 e ancora oggi in atto, è un esemplare laboratorio (anti)sociale: la “chiglia profonda” della sua strategia di restaurazione. E vinse le elezioni. A suo modo aveva capito che il disincanto va elaborato, sostanziato con contenuti sociali reali, gestito con la stessa serietà e radicalità dell’incanto. 

Ma invece che riaprire un unico, grande laboratorio (del) sociale, da cui far scaturire la “piccola possibilità” che aveva mosso il mondo (che Keynes aveva intravista in Russia) una sinistra piatta, di superficie, aprì il bla bla degli innumerevoli laboratori politici. 

Arturo Parisi e Romano Prodi

Il lavoro di ripensamento e di sperimentazione delle pratiche sociali avrebbe dovuto essere immenso, prolungato, e soprattutto radicale. Al posto di quella novecentesca, che ragionava per ottenere una sommatoria di forze in schieramenti tenuti insieme solo dalla contrapposizione in vista della miracolosa ora X, avrebbero dovuto essere sviluppati un pensare e una prassi volta alla fondazione di tanti laboratori sociali locali, isole territoriali in cui quelle masse già escluse dalla pratica sciagurata dell’“autonomia del politico” sarebbero state iniziate alla mentalità e alla pratica di governo. La radicalità di queste esperienze locali avrebbe conferito loro un respiro universale. La nuova politica avrebbe dovuto legittimarsi (fondarsi) facendosene incubatore, connettore e corollario. 

Avvenne tutto il contrario. Il nuovo PD nasceva nel 2007 senza una cultura nuova, senza un pensiero, con un compromesso che realizzava dentro il nuovo partito, in sedicesimo, quello che Berlinguer aveva immaginato per il paese intero: una operazione politica al ribasso, nella quale ciascuno dei contraenti, la comunista, la cattolica, la socialista e la liberaldemocratica avrebbero rinunciato a qualcosa di proprio e da cui il sociale come tale sarebbe stato escluso. Il PD non nasceva da un blocco storico di tipo gramsciano: era la realizzazione postuma del pensiero di Berlinguer.  Perciò non ha mai avuto una vera fondazione e una vera storia. La fondazione è la condizione per cui – come dice Hanna Arendt – “la città può innalzarsi in una sua storia”. 

Romano Prodi, espressione di quel poco di borghesia nazionale illuminata che c’è in Italia, è la figura che nella fase iniziale del PD ha avuto il ruolo più rilevante. Con il suo primo governo (il secondo è solo una ripresa indebolita del primo) ha tentato di costruire un’altra storia. Ma per dare inizio a un’altra storia non basta lo spirito costruttivo, non basta un programma di governo: costruire e fondare non sono lo stesso. Di questa storia nuova storia Prodi era il costruttore (artifex), non l’autore (auctor). 

Elly Schlein

Il governo Prodi richiedeva di avere alle spalle una fondazione e venne a trovarsi in una situazione simile a quella dei pirandelliani “Sei personaggi”. Aveva bisogno di avere dietro un partito che fosse un nuovo grande laboratorio del sociale. Si trovò invece un partito che era una realizzazione in miniatura del compromesso storico.  Non sarebbero bastate per una vera fondazione l’istituzione delle primarie. Le primarie sarebbero state una sorta di astratto simulacro del laboratorio sociale: attivizzano le persone in relazione alla scelta del candidato, non anche nell’interazione diretta (orizzontale) tra loro.  

Il PD non fu fondato. Non riaprì “il laboratorio della vita” (cosa non semplice, perché non basta per crearlo “far parlare la gente”).   

Perciò quello iniziato da Prodi rimase il tentativo di un artifex cui mancò l’auctor. E il PD non ha potuto avere mai una sua vera storia. Ancora oggi il PD possiede una memoria, una cronologia storica, un album di famiglia. Non una storia. I pensieri che ha formulato, i percorsi che ha tentato via via nel tempo, stanno tutti insieme come le carte in un unico mazzo che qualcuno – importa relativamente poco chi – tiene in mano. Niente è davvero passato, qualsiasi carta può essere pescata, rimessa nel mazzo e all’occorrenza ripescata. 

Al suo interno le differenti posizioni politiche galleggiano in una fluidità perpetua, talvolta si accordano, talaltra si urtano tra loro ma senza mai direttamente interagire, né tra loro né con il laboratorio sociale del partito (che non c’è).

Se guardiamo alla miseria culturale del ventennio a cavallo del nuovo millennio, non ci possiamo sorprendere del vuoto politico di oggi. 

A Elly Schlein, alla quale guardo con simpatia perché comunque è stata espressa da quella vaga astrazione di laboratorio sociale che sono le primarie, che sta però correndo il rischio di far la parte dell’ennesima carta pescata (con intenti chiaramente cosmetico – gattopardeschi) prima di esservi riposta nel mazzo, vorrei dare un consiglio non richiesto. Più che il programma del PD ne promuova finalmente la fondazione, riapra cioè, se ne è capace, il laboratorio sociale. Comprendendo che cosa significhi praticamente oggi realizzare quello che Keynes diceva avvenire nel laboratorio sociale dell’Ottobre, quando

gli elementi chimici si mescolavano, puzzavano ed esplodevano in nuove combinazioni della vita..   

Il Pd deve essere fondato ultima modifica: 2024-01-12T16:16:01+01:00 da ALBERTO MADRICARDO
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1 commento

Marco Zanetti 17 Gennaio 2024 a 20:04

E se invece rinunciassimo a fondare alcunché? [del resto non vedo forze all’orizzonte capaci di tanto e neppure ci erano esattamente riusciti i più capaci che abbiamo avuto alle spalle] Se poi per miracolo si rifondasse dabbene il Pd con chi dovrebbe confrontarsi poi? Con 5stelle ed altri partiti/gruppi/consorterie non di destra? Sarebbe un confronto squilibrato e quindi difficile e quindi improbabile. Forse meglio accontentarsi di un accordo di collaborazione quinquennale (i cittadini tendono a scommettere sui candidati che assicurino un governo quinquennale) da negoziare al meglio (pochi e chiari obiettivi) tra le forze disponibili così come esse sono. Esattamente come fecero tra il ’43 e il ’45 monarchici, badogliani, comunisti, democristiani, azionisti, liberali e socialisti.

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