La lezione del mite Sven

ROBERTO BERTONI BERNARDI
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Per chi ha la mia età, Sven Goran Eriksson costituisce un mito. E se una parte della mia generazione tifa Lazio, il merito è suo e dello squadrone che, sia pur con metodi discutibili, seppe assemblare in quegli anni il presidente Cragnotti. Per questo, quando abbiamo appreso che Sven ha un tumore al pancreas e che gli rimane, se va bene, un anno di vita, è come se ci fosse passata davanti agli occhi tutta la nostra infanzia, con il suo carico di nostalgica bellezza. Con buona pace dei protagonisti dello scudetto del ’74, che quest’anno saranno celebrati come meritano, a conferire alla Lazio una dimensione internazionale sono stati, infatti, gli alfieri del periodo erikssoniano. E se i campioni globali messi insieme dall’allora patron della Cirio sono riusciti a esprimersi al meglio, prevalendo persino sugli atavici difetti di una città indolente e di una tifoseria fra le più calde, pretenziose e politicizzate d’Italia, non c’è dubbio che lo si debba a questo mite svedese che aveva fatto bene ovunque, riuscendo a ripetersi nel contesto più difficile.

Basti pensare a un’impresa di cui quest’anno ricorre il venticinquesimo anniversario: la Supercoppa europea conquistata nell’agosto del ’99, a Montecarlo, contro il Manchester United di sir Alex Ferguson. La Lazio veniva dal successo nell’ultima edizione della Coppa delle Coppe, vinta in finale contro il Maiorca di Héctor Cúper; gli inglesi, invece, avevano battuto in rimonta il Bayern Monaco, strappandogli la Champions dalle mani negli ultimi minuti di una finale tiratissima e coronando una stagione che li aveva visti trionfare anche in Premier League e in FA Cup, il famoso “treble” che costituisce il sogno di chiunque. Ebbene, contro cotanto avversario, la Lazio di Eriksson riuscì a prevalere per 1 a 0, grazie a un gol di Marcelo Salas nel primo tempo e a una sapiente difesa del risultato, agevolata dalle parate di Marchegiani, dallo straripante talento del capitano Nesta, dalla grinta di Mihajlović, dalla prontezza dei terzini Negro e Pancaro e dalla forza d’animo di Almeyda, centrocampista tuttofare.

Ribadiamo, tuttavia, che senza quel condottiero dal volto umano nulla sarebbe stato possibile, nemmeno strappare uno scudetto alla Juve dopo averne perso uno all’ultimo respiro l’anno precedente (quattro giorni dopo aver alzato al cielo la Coppa delle Coppe), quando quello squadrone dovette arrendersi all’esperienza e alla voglia di vincere del Milan di Zaccheroni. L’appuntamento con la storia, un quarto di secolo dopo la banda di Maestrelli, era, come detto, solo rimandato: la Juve cadde nella fatal Perugia, dove aveva già perso un titolo nel ’76, e la Lazio, dopo essersi imposta senza problemi contro la Reggina all’Olimpico, non dovette far altro che attendere che terminasse il nubifragio al Curi, che Collina facesse riprendere l’incontro e che Madama, ormai sfinita, si suicidasse.

Erano le 18,04 del 14 maggio 2000: la Lazio era campione d’Italia, Roma era pavesata di bandiere biancocelesti, Sven era portato in trionfo dalla sua gente, “Bisteccone” Galeazzi arrivava addirittura a interrompere la telecronaca della finale degli Internazionali di tennis per andare a raccontare e a godersi i festeggiamenti della sua squadra del cuore e la macchina perfetta allestita da Cragnotti poteva scalare la vetta del calcio italiano. Le è mancato qualcosa, va detto. Ebbe poca fortuna in Europa, ad esempio, dove nel ’98 dovette arrendersi, in finale di Coppa UEFA, all’Inter di un Ronaldo in versione marziana e nel 2000 venne eliminata ai quarti di Champions dal Valencia, consentendo a Cúper di prendersi la rivincita. Per il resto, solo gioia. E non è che Eriksson fosse arrivato sulla panchina laziale partendo dal nulla: nell’82 aveva condotto il Göteborg al successo, in finale di Coppa UEFA, contro l’Amburgo di Magath (che l’anno successivo avrebbe battuto la Juve trapattoniana nella tragica finale di Coppa dei Campioni ad Atene), poi aveva fatto bene con Roma, Fiorentina, Benfica e Sampdoria, infine l’apoteosi in un contesto, come detto, tutt’altro che adatto ai cuori deboli. La sua ultima recita all’Olimpico fu un mesto addio: una sconfitta per 2 a 1 contro il Napoli, nel gennaio 2001, mentre dentro e fuori lo stadio andava in scena un’immonda guerriglia urbana, con scontri e tafferugli che rendevano bene l’idea del clima che si respirava quell’anno in Italia.

Eriksson, ingaggiato dall’Inghilterra per fare il c.t., salutò tutti e volò a Londra. Non ebbe fortuna. I presuntuosi “Maestri” si fermarono tre volte ai quarti: sia ai Mondiali del 2002 e del 2006 che agli Europei del 2004, due volte su tre contro il Portogallo di un emergente Cristiano Ronaldo.

Anziché maledire il mondo e la vita, questo nordico dal cuore latino ha annunciato di voler dare un senso al poco tempo che gli rimane. Un galantuomo fino alla fine, dunque, un esempio di gentilezza e amore per il prossimo, il simbolo di cosa sia stata la nostra Serie A e oggi, purtroppo, non sia più.

Caro Sven, ti siamo vicini.

La lezione del mite Sven ultima modifica: 2024-01-12T23:25:00+01:00 da ROBERTO BERTONI BERNARDI
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