Non c’era alternativa

Per Berlinguer fu una scelta obbligata, quella del “compromesso storico”, dopo il golpe cileno. Sostenere che si sarebbe dovuto invece puntare a una maggioranza di sinistra, anche se risicata, significa non tenere conto della situazione concreta in cui si operava, dei rapporti di forza, degli equilibri mondiali.
PAOLO CORALLO
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La guerra fredda non è stata un pranzo di gala, come direbbe il “Grande Timoniere”. È una premessa che si dovrebbe aver sempre presente quando si riflette sulla storia del nostro Paese dalla fine del secondo conflitto mondiale al 1989. In particolare quando ci si concentra sugli anni Settanta che videro il Pci di Enrico Berlinguer all’apice della sua forza elettorale. Non ancora maggioranza, ma troppo forte per restare all’opposizione come nei duri anni Cinquanta.

È questa consapevolezza che mi sembra manchi all’articolo di Enrico Carone in cui si auspica un’analisi critica e non agiografica (come è sempre giusto) dell’esperienza berlingueriana e della strategia del compromesso storico che il leader comunista lanciò dopo il colpo di Stato in Cile.

Quella tragedia confermò che la divisione del mondo in due sfere di influenza, rispettata sia dagli Usa sia dall’Urss, era più che mai valida. Nel ’68 i carri armati sovietici avevano invaso la Cecoslovacchia senza che gli Usa e l’Europa occidentale levassero un dito per difendere il governo Dubcek e la “Primavera di Praga”. E quando i generali cileni bombardarono la Moneda, spingendo il presidente Allende a suicidarsi pur di non consegnarsi ai golpisti, i sovietici fecero la stessa cosa, cioè niente.

C’era stata una sola eccezione a questa regola, nel ’62: la Cuba di Fidel Castro. E mai si era arrivati così vicino allo scoppio della Terza Guerra Mondiale. Una vicenda ben presente alla Casa Bianca e al Cremlino.

In Italia, dopo le grandi lotte del biennio ’68-’69, cominciò la stagione delle stragi e il massimo impegno fu quello di far capire agli italiani la loro matrice fascista, sventando così il tentativo di addossare alla sinistra la colpa di tutti quei morti. Non fu una cosa facile, ma ci si riuscì. In quel periodo divenne popolare una locuzione latina, “cui prodest?”, che convinse gli italiani che la sinistra non aveva alcun interesse a destabilizzare il nostro Paese, e che a guadagnarci erano solo le destre reazionarie.

Quando Allende, alla testa della coalizione di Unidad Popular, vinse le elezioni cilene, sembrò che qualcosa stesse cambiando, che era possibile per le forze di sinistra andare al potere con il voto anche se si stava da questa parte del mondo. Il Cile aveva una lunga storia democratica e Allende era sì un riformista molto radicale, ma pur sempre un socialista, non certo sospettabile di essere un uomo di Mosca. Eppure… Prima le signore borghesi in piazza a percuotere le pentole vuote, poi i camionisti in sciopero mettendo in ginocchio il Paese, e infine il colpo di maglio dei generali con l’imprigionamento e il massacro di migliaia di militanti di sinistra.

Giancarlo Pajetta, che era ministro degli esteri del Pci, fece una relazione sui fatti cileni, secretata, al comitato centrale del partito. Tra l’altro, Pajetta sottolineò come tra le forze armate non ci fosse stata alcuna defezione, che neanche un pilota militare fosse riparato all’estero o una caserma avesse rifiutato di obbedire. Il favore per i golpisti nella borghesia urbana era notevole, ma questo già si sapeva. Ancora alla fine del 1988, quindici anni dopo il colpo di Stato, con il potere di Pinochet ormai agli sgoccioli, era possibile constatare il perdurare di quella simpatia per i generali.

Non fu certo solo Berlinguer a chiedersi se anche in Italia sarebbe potuta succedere la stessa tragedia in caso di vittoria elettorale della sinistra. Se lo chiedevano tutti. In un’intervista, Gerardo Chiaromonte cercò di tranquillizzare i democratici italiani affermando che l’Italia non era come il Cile, che non sarebbe bastato occupare la capitale, e che i militanti del Pci sapevano che avrebbero dovuto aprire le sezioni (al tempo non c’era borgo che non avesse una sede del partito) e occupare le piazze di tutti i comuni italiani. Affermazioni che davano un senso di forza, ma certo non rasserenanti. Sostenere oggi che la forza militante del Pci e le armi nascoste dai partigiani dopo la guerra sarebbero state un deterrente efficace è a dir poco un azzardo.  Non era con le competenze militari acquisite nella guerra partigiana che si sarebbe evitato un bagno di sangue. 

In questo contesto uscirono i tre articoli di Berlinguer, pubblicati da Rinascita, in cui lanciava la proposta di un compromesso storico tra le tre grandi forze popolari (Dc, Psi e Pci) per sbloccare la politica italiana in senso progressista con un consenso plebiscitario nel Paese.

Sostenere che si sarebbe dovuto invece puntare a una maggioranza di sinistra, anche se risicata, significa non tenere conto della situazione concreta in cui si operava, dei rapporti di forza, degli equilibri mondiali.

La prima dell’Unità (23 giungo 1976) esposta nella mostra I luoghi e le parole di Enrico Berlinguer, in corso a Roma

È stata la strategia berlingueriana a far ottenere al Pci le grandi vittorie alle amministrative del 1975 e alle politiche del 1976 che permisero ai comunisti, prima con l’astensione e poi con l’ingresso in maggioranza, di far cadere il “fattore K”, la clausola non scritta che li aveva sempre esclusi dalla guida del paese.

Poi, lo sappiamo, Aldo Moro, il grande interlocutore di Berlinguer, l’uomo che aveva compreso che era necessario aprire una nuova fase della storia italiana, venne assassinato dalla Brigate Rosse e la forza propulsiva della politica di Berlinguer, diciamo così, andò progressivamente esaurendosi. Ed è su questa fase che, io credo, dovremmo puntare la nostra attenzione. Si era nel mezzo del guado, ma non si ebbe la forza o il coraggio di andare avanti. Il Pci aveva già fatto alcune scelte importanti: l’accettazione del mercato, l’interruzione dei finanziamenti sovietici al partito, i rapporti con le grandi socialdemocrazie europee, il viaggio di Napolitano negli Stati Uniti del 1978 (solo pochi anni prima Kissinger aveva posto il veto al suo ingresso negli Usa), l’intervento di Berlinguer al XXV congresso del Pcus (che i sovietici pensarono bene di censurare). Ed è sempre di quegli anni la famosa affermazione del leader comunista di sentirsi più sicuro sotto l’ombrello della Nato, che forse era dettata anche dalla convinzione che l’incidente d’auto subito in Bulgaria nel ’73, da cui uscì vivo per miracolo, era stato un attentato ordito dai sovietici per eliminarlo una volta per tutte.

Tutte scelte importanti, di peso, che tuttavia non furono portate al loro sbocco naturale. Il Pci era diventato in tutto e per tutto un moderno partito socialdemocratico europeo, ma non fece l’ultimo passo in avanti, che in Italia significava superare la scissione di Livorno e puntare alla riunificazione con i socialisti. Ci si attardò nel sostenere una terza via tra il socialismo e il comunismo di stampo sovietico, l’eurocomunismo, che non era né carne né pesce. Questo mi appare come il grande limite della politica di Berlinguer, forse condizionato dalla paura che il partito non avrebbe retto a una svolta di questa portata, che i sovietici avrebbero intensificato i finanziamenti ai suoi oppositori interni per determinare una scissione, o forse per una sorta di lealtà con gli ideali della sua gioventù. Credo che nessuno abbia una risposta, ma è da lì che bisognerebbe ripartire.

Un’ultima annotazione. Nel suo articolo, Enrico Carrone si duole del fatto che Berlinguer abbia perso l’occasione per connettersi con la “neutralità attiva” di Olof Palme, “base necessaria per una futura Europa libera, autonoma, pacifica (ma armata fino ai denti)”. Già diventare a tutti gli effetti un partito socialista europeo sarebbe stato un bel passo avanti. Poi non riesco a dimenticare che la politica di Olof Palme è terminata con il suo assassinio.

Immagine di copertina: Piazza Ferretto (Mestre) gremita per un comizio di Enrico Berlinguer, 18 maggio 1975, Archivio Fondazione Gianni Pellicani

Non c’era alternativa ultima modifica: 2024-01-14T17:06:31+01:00 da PAOLO CORALLO
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1 commento

loredano 17 Gennaio 2024 a 10:01

La scorsa settimana dopo la lettura dell’articolo di Enrico Carone ero stato tentato di esprimere il mio dissenso dalla sua tesi, ma era troppo difficile per me argomentarla. Cosa che invece ha ben fatto Paolo Corallo.
Rispetto a quanto citato da Corallo, avrei però due brevi pensieri da esprimere.

Il riferimento di Berlinguer al golpe cileno era “tecnicamente dovuto” perché ben recente e quindi utile quale punto di riferimento per la presentazione del “compromesso storico” che andava ad illustrare. Ma guardando indietro, ora, si potrebbe allargare il campo delle motivazioni che anche lo stesso Berlinguer avrebbe potuto elencare.
Nel recente libro “La tigre e i gelidi mostri” di Dianese e Bettin, si documenta quanto avvenne nel 1964 per contrastare l’avvenuto ingresso del PSI al governo. Mi riferisco al tentativo di colpo di Stato del Gen. De Lorenzo.
Anche su Wikipedia (alla voce Antonio Segni) è riportato che: “Il 7 agosto 1964, durante un concitato colloquio con l’esponente socialdemocratico Giuseppe Saragat e il presidente del Consiglio dei ministri Aldo Moro, Segni fu colpito da trombosi cerebrale. Nessuno dei presenti ha mai fatto dichiarazioni sul contenuto del colloquio”.
Quella volta il tentato golpe fu bloccato, per la perseveranza e fermezza di Aldo Moro, e i socialisti rimasero al Governo.
Perseveranza morotea che invece nel 1978, onde evitare che si potesse esercitare verso il PCI, consigliò bene le BR di rapire e uccidere Moro stesso, prima che si realizzasse. Venendo a mancare uno dei poli di un circuito, la luce non si accende. Anche in questo caso, il “cui prodest?” sarebbe significativo.

Rispetto alla affermazione di Corallo “superare la scissione di Livorno e puntare alla riunificazione con i socialisti.” ho invece delle profonde riserve.
Il PSI di Nenni che entrò al governo nel 1963, o di De Martino, segretario dopo di lui, non esisteva più, da tempo!
Era ben vivo e vegeto invece, per quanto geneticamente mutato direi, il PSI di Craxi. Una sorta di “circo” di … saltimbanchi, nel senso che era ormai composto di personaggi capaci di saltare da “banco a banco” come gli eventi successivi all’aprile 1993 (contestazione davanti all’Hotel Raphael) dimostrano pienamente, direi.
Riunificazione con chi, quindi?

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