Trump fa già paura

GUIDO MOLTEDO
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Sono trascorsi tanti anni ormai dal quel 25 giugno 2015 in cui Donald Trump lanciò la sua prima sfida presidenziale. E tanti altri anni lo vedranno ancora protagonista, fino al gennaio 2029, quando terminerà il suo secondo mandato presidenziale, se come suggeriscono da tempo i sondaggi, sarà lui, il prossimo 5 novembre, il vincitore delle sessantesime elezioni presidenziali della storia degli Stati Uniti. Non una meteora, dunque, se davvero andrà così. Non un incubo da dimenticare lungo un percorso di sostanziale democrazia, ma un quindicennio con al centro costantemente la sua figura, la sua ideologia, il suo linguaggio, un periodo così lungo e intenso da configurarsi come una svolta che segna in profondità l’America, una svolta epocale dalla quale non sarà facile tornare indietro.

Non è solo propaganda, quando s’afferma che il voto di novembre sarà un referendum sulla democrazia. Ed è in questi termini che pone la sfida con Trump il presidente Biden, lesto nell’incoronare l’ormai storico avversario, vincitore dei caucus repubblicani in Iowa, come suo duellante presidenziale. È come l’avesse scelto lui, tra gli sfidanti repubblicani potenziali, come il migliore avversario possibile, migliore dei candidati più freschi, una donna, Nikki Haley, un governatore, Ron DeSantis, nella loro giovanile imprevedibilità più insidiosi del pur pericoloso ma prevedibile tycoon, un duellante già messo ko quattro anni fa, e carico di problemi tali – 91 casi giudiziari – che l’appesantiscono nella lunga competizione e potrebbero intralciare la sua corsa fino a farlo inciampare e cadere. E tutto questo nella cornice del voto come referendum sulla democrazia, che agli strateghi della Casa Bianca sembra il campo di gioco più favorevole per un presidente-candidato che annaspa nei sondaggi e che vede sgretolarsi pezzi decisivi del suo elettorato, sensibili, ormai, forse, solo all’ennesimo appello alla difesa della democrazia messa in pericolo dal dittatore Trump.

Si sa i sondaggi vanno presi come un termometro spesso capriccioso, ma può essere indicativo – a sostegno della linea di scontro definitivo scelta da Biden – il dato clamoroso della raccolta fondi, dove il presidente segna risultati senza precedenti, fondi raccolti soprattutto all’insegna della battaglia decisiva per salvare la democrazia: 97 milioni nell’ultimo trimestre del 2023. Il ticket Biden-Harris dispone così, adesso, di 117 milioni di dollari in contanti. Si profila un duello molto dispendioso e cruento, mentre le primarie repubblicane sembrano già senza storia e quelle democratiche sono solo virtuali, a meno che alla fine non si squaderni lo scenario di una convention aperta, voluta dai big del partito di fronte un’evidente, incombente sconfitta di Biden.

Nonostante tuto questo la competizione resta imprevedibile, meno scontata di quanto non si sia già indotti a considerarla sulla scorta dei risultati di caucus in uno stato rurale, che, se contano, è per il loro valore psicologico più che politico. Tanto che i democratici iniziano le loro primarie non più in Iowa ma direttamente in New Hampshire, uno stato più rappresentativo dei diversi segmenti dell’elettorato e dove il prossimo martedì si misureranno nuovamente i competitor repubblicani rimasti in corsa.

Da quel momento in poi si potrà veriuficare la reale forza di Trump, anche in rapporto a quelle di Haley e DeSantis, specie dovessero decidere di unirle, le loro forze, uscendo di scena il più debole dei due a favore del meglio piazzato. A quel punto, ammesso che ci sia ancora vita nel Partito repubblicano, le primarie potrebbero acquistare senso, anche se difficilmente la posizione in testa dell’ex presidente sarebbe messa a rischio.

Infatti, come scrive il New York Times, la netta vittoria di Trump in Iowa, rivela un ulteriore livello di profondità del serbatoio di devozione nel suo partito. Per otto anni ha coltivato una relazione con i suoi sostenitori che ha pochi precedenti nella politica. Li valorizza, li diverte, parla per loro, li usa per il suo vantaggio politico e legale. È una connessione – un legame faticosamente costruito, secondo alcuni, un culto della personalità secondo altri – che ha scatenato una delle forze più durevoli nella politica americana.

Trump, osserva ancora sul NYT un decano della politica conservatrice americana, Newton Gingrich,

non è un candidato, è il leader di un movimento nazionale. Nessuno ha ancora capito come farcela con il campione di un movimento. Ecco perché anche con tutte le faccende legali che s’accumulano, questo non fa che infuriare il suo movimento e alimenta incredibilmente la loro rabbia.

Trump fa già paura ultima modifica: 2024-01-16T17:01:30+01:00 da GUIDO MOLTEDO
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