La prosa del mondo e la poesia della vita

ALFONSO  MAURIZIO IACONO
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Ho la fortuna e il privilegio di poter guardare gli alberi dell’Orto Botanico che si stagliano nel cielo in una finestra senza prospettiva quasi come in quei quadri dove Cézanne dipinge la Montagna Saint Victoire. Al tempo della pandemia sentivo gli uccelli cinguettare e i cani abbaiare. Mi alzavo per prendere un libro nell’altra stanza e, affacciandomi alla finestra che dà sulla via che porta alla Torre Pendente, non vedevo nessuno per strada, i negozi, i ristoranti e le pizzerie chiuse e nel silenzio colorato che riempie la via, non potevo non pensare alla rumorosa e variegata fiumana di persone di tutte le razze che durante l’anno si muovono incessantemente con azioni sempre uguali eppure sempre diverse. Pensavo a quanto doveva essere smarrito chi non poteva lavorare né guadagnare, pensavo a coloro che rischiavano lavorando, ma pensavo anche a come potrebbe essere una vita dove al rumore di fondo delle auto si sostituisca il suono degli esseri viventi, dal frusciare degli alberi all’abbaiare dei cani e al miagolare dei gatti, dall’allegro cinguettare degli storni allo stridulo garrire dei gabbiani, dal pianto dei bambini alle risate e ai canti degli adulti, in un mondo pervaso dalla lentezza e immune a quell’ansia che sta lì sull’orlo dell’abisso pronta a diventare angoscia.

Paul Cézanne, Mont Sainte-Victoire, particolare

Nella storia arriva sempre l’inatteso. È giunto con il Covid. Quando accade, il primo tentativo di risposta è di cercare di inquadrare l’evento inaspettato nei propri schemi mentali e culturali. La sapeva già Democrito il quale faceva originare la credenza negli dèi e nella religione dalla paura umana dei fenomeni irregolari della natura, un’eclisse, una cometa, un fulmine. Alla paura si sostituisce pian piano lo stupore, allo smarrimento il bisogno di conoscenza. Il coronavirus è stato un evento inatteso, di fronte al quale, a causa della sua epocalità, dobbiamo rivedere tutti i nostri manuali di filosofia e di teoria. Una pandemia di questo genere nell’età della cosiddetta globalizzazione rende superflua e inutile, ad esempio, la filosofia dello ‘stato d’eccezione’ che andava bene, forse, nel secolo scorso e probabilmente fino al 1989, cioè fino alla caduta del Muro di Berlino, quando si cercavano pratiche di libertà compatibili con un comunismo alternativo al cosiddetto socialismo reale sovietico e cinese. Ma arrivò il neoliberismo e smantellò l’organizzazione del lavoro di fabbrica, abbatté il potere operaio, spostò, aumentandoli e frammentandoli, gli spazi dello sfruttamento e delle diseguaglianze, aziendalizzò i servizi dello stato sociale come la sanità, la scuola e l’università, smantellò lo stato sociale.

Aveva ragione Mark Fisher quando parlava di Realismo Capitalista. Il mondo come una grande azienda la cui filosofia pratica è la competizione, l’individualismo, la messa ai margini della cooperazione e della solidarietà confinate nel mondo del volontariato, la libertà e l’eguaglianza come diritti che convivono sullo stesso piano con l’onnipotenza e il desiderio di sopraffare l’altro. Questo fa sì che, oggi, ogni tentativo di denunciare le sopraffazioni dello stato coercitivo in nome della libertà si confonde con l’idea di libertà che ebbero gli americani quando andarono in farmacia ad acquistare le mascherine ma anche nell’armeria a comprare fucili e pistole. Tutto ciò in democrazia e, appunto, non in nome dello stato d’eccezione, bensì della libertà individuale intesa come identificazione con la proprietà privata così come, in fondo, l’aveva teorizzata John Locke alla fine del 1600 e poco dopo genialmente descritta da Daniel Defoe nel suo capolavoro Robinson Crusoe. Quando, nell’isola, Robinson vide un’orma, si spaventò e cominciò a costruire un muro, il primo di una lunga serie che dalla letteratura (fino a Kafka) è passata alla realtà storica delle barriere israeliane, statunitensi, nigeriane, ungheresi, turche e ora per un’Europa che non è Europa. Non riesce più a distinguere tra una libertà il cui limite è il rispetto della libertà dell’altro e una libertà in cui l’altro è soltanto un limite all’espansione del proprio ego. Questo vale per gli individui come per gli stati. L’ultimo Foucault si era reso conto che il potere non è un male in sé, ma va esercitato senza trasformarlo in dominio. Oggi non ci servono, temo, metafore come il rizoma di Deleuze e Guattari. Il Molteplice ci ha liberato dal vecchio Uno, è vero, ma ora abbiamo bisogno di un Uno che sappia riconoscere i Molti e la loro infinita alterità, e che, nello stesso tempo, ne eviti la loro frammentazione.

Paul Cézanne, Mont Sainte-Victoire, particolare

La pandemia avrebbe dovuto insegnarci che possiamo uscire realmente dalla prosa del mondo, solo se la cooperazione prevale sulla competizione, se il senso collettivo ha la meglio sull’individualismo, se la sanità e la scuola non sono più aziende alla ricerca del PIL, se la natura viene intesa come bene comune. Oggi nel capitalismo più che mai prevale invece quel che Melville fece dire al capitano Achab e cioè che il fine era folle ma i mezzi erano razionali. Dobbiamo fermare la follia del fine e ricercare, nel disincanto, la poesia di un altro mondo possibile, perché quello in cui viviamo continua a somigliare a una macabra danza di topi dentro una nave che affonda. La pandemia ci ha fatto annaspare tra i flutti di un mare sporco e agitato, ma prima o poi saranno, assieme alle guerre, i disastri ambientali a farci annegare. L’unica cosa per cui valga veramente la pena di lottare, e di lottare insieme per l’eguaglianza reale in un mondo diverso, è la poesia della vita che sta a noi rendere visibile perché è lì, nascosta e confusa con ciò che Hegel e Merleau-Ponty hanno chiamato la prosa del mondo. Il disincanto di una politica realista forse è necessario, ma non sufficiente. Voglio ciò che temiamo di dire perché, troppo presi dalla nostra postazione di critici disincantati, siamo timorosi di cedere al patetico e dunque abbiamo pudore a parlarne. Voglio il tempo della poesia della vita, che non è tale se non è per tutti, e tanto più la voglio ora che, come sempre, l’inatteso – il Covid, le guerre in Ucraina e a Gaza – mette a nudo la dimensione prosaica delle nostre paure e delle nostre incertezze. La poesia della vita, che si trova nelle trame e negli interstizi della prosa del mondo, è, come asserì Hugo von Hofmannsthal, la profondità nascosta nella superficie.


Copertina: Paul Cézanne, Mont Sainte-Victoire, foto di Steven Zucker.

La prosa del mondo e la poesia della vita ultima modifica: 2024-01-17T16:06:52+01:00 da ALFONSO  MAURIZIO IACONO
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