Daniele De Rossi è la Roma

ROBERTO BERTONI BERNARDI
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Mentre in Arabia Saudita alcuni degli illustri esuli di quest’estate cominciano a capire che i soldi sono importanti ma persino nel calcio non sono tutto, ecco che l’algida proprietà americana della Roma torna a innalzare un’antica bandiera. Stanca dellesuberanza di un tecnico che, evidentemente, sa essere speciale solo quando allena squadre ricchissime e composte da campioni già affermati, la famiglia Friedkin ha deciso di esonerare Mourinho e di affidare la panchina giallorossa a Daniele De Rossi.

Il personaggio, almeno nella Capitale, non ha bisogno di presentazioni. Sappiamo bene, infatti, cosa rappresenti lui per la Roma e la Roma per lui, ci ricordiamo di quando si rammaricò di aver potuto dedicare alla squadra che ama fin da bambino una sola carriera e non ci siamo dimenticati di quando venne messo alla porta, senza tanti complimenti, dalla precedente dirigenza americana, convinta, nella sua presunzione, di poter guidare una società fra le più complesse in assoluto dall’altro capo del mondo e senza alcun rispetto per personalità come la sua e quella di Totti.

Diciamo che i miliardari yankee attuali sono più furbi. O, quanto meno, sembrano aver capito cosa significhi la Roma per una città fra le più passionali che esistano, in cui quei colori costituiscono molto più di una fede e la cui tifoseria è in grado di fare la differenza, nel bene e nel male. Del resto, più di un osservatore ha fatto notare che se il timoniere lusitano è rimasto sul ponte di comando per due anni e mezzo, nonostante risultati deludenti, almeno in campionato, e un atteggiamento costantemente polemico verso chiunque, lo si deve al fatto che la curva pendesse dalle sue labbra, in attesa di un miracolo che, purtroppo, non si è compiuto.

Mourinho, ammettiamolo, sarebbe stato perfetto per l’ambiente romanista: carismatico, un po’ folle, esagerato in tutto, un capopopolo nato, un leader in grado di porre se stesso di fronte alla squadra, alle contestazioni, alle sconfitte, il parafulmine ideale per una realtà complessa e senza un attimo di requie. Peccato che questo atteggiamento da conducator, con battute fulminanti annesse, potesse andar bene quando in squadra aveva gente come Eto’o e Milito o Kaká e Cristiano Ronaldo: fenomeni abituati a vincere, in contesti in cui tutto è stato allestito per raggiungere quest’obiettivo.

A Roma è diverso. A Roma vincere è difficilissimo, le infatuazioni iniziali sono spesso seguite da acute disillusioni e il popolo, perché di popolo si tratta, non di pubblico, sa amare perdutamente un personaggio ma anche odiarlo in maniera viscerale. Mou è stato amato da molti, idolatrato, osannato, ma forse bisogna prendere atto che fosse l’uomo sbagliato nel posto sbagliato. Ribadisco: i suoi metodi possono funzionare dove qualcosa si porta a casa comunque, non dove le attese messianiche vengono poi tradite. 

De Rossi, per cui la maglia giallorossa costituisce una seconda pelle, quei colori ce li ha nel sangue. Conosce Roma e la Roma come solo Totti, Bruno Conti e pochi altri. È felice come un bambino ma, al tempo stesso, determinato a portare avanti le sue idee. È un uomo perbene, puro, uno che non avrebbe mai voluto indossare nessun’altra maglia, anacronistico nel suo attaccamento e nella sua dedizione alla causa. Se vogliamo, costituisce l’opposto del portoghese: un mercenario di talento ma non certo un tipo che si affezioni più di tanto ai club che allena, anche se in panchina dà sempre l’impressione di star vivendo il D-Day. Daniele non avrà bisogno di scene esasperanti, toni sopra le righe e conferenze stampa trasformate in show; ha dentro un amore autentico, ha realizzato il suo sogno, sta vivendo un momento magico e non faticherà a trovare le motivazioni giuste per rilanciare una compagine che, al momento, langue in una posizione di classifica che mal si concilia con la sua storia e i suoi effettivi valori tecnici. 

E così, ora che sta venendo alla luce il bluff di un campionato farlocco e di squadre artificiali, assemblate attraverso una raccolta di figurine strapagate solo per compiacere le ambizioni di una discutibile casta di ambiziosi plurimiliardari, qualcuno riscopre la bellezza di un ragazzo di cuore che non chiedeva altro che di poter tornare a indossare la casacca con la quale è cresciuto e per la quale ha rinunciato ad andare a conquistare una messe di trofei altrove. Speriamo solo che lo lascino lavorare, che non sia travolto dal clima pesante che si respira in una città e in un ambiente che sembra essersi arreso, che riesca, con la sua grinta, a restituire a un’intera comunità l’orgoglio di essere tale; insomma, che possa essere se stesso. Gli basterebbe questo per essere davvero grande.

Daniele De Rossi è la Roma ultima modifica: 2024-01-18T12:32:45+01:00 da ROBERTO BERTONI BERNARDI
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