Inciampando tredicimila volte a Francoforte

Gli ebrei erano il cinque per cento della popolazione di questa città, e adesso – ovviamente – ci sono pietre d’inciampo in ogni strada.
SUSANNA CALIMANI
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[FRANCOFORTE SUL MENO]

Sono arrivata a Francoforte quasi nove anni fa, ho comprato un numero di telefono tedesco, ho cercato gli alimentari italiani, mi sono iscritta in palestra, nella borsa ho sempre occhiali da sole e ombrello, ché qui è giugno la mattina e novembre la sera. Le verdure sono merce di lusso, il sapore è un optional e la pizza vegetariana la condiscono con i cetrioli e il mais. I tedeschi fanno la fila, sono puntuali (anche ai concerti di musica tamarra), pagano separati al ristorante, mettono spezie e salse ovunque, amano la panna e i budini, vivono di birra, carne e patate; fanno sagre senza motivo e ci vanno sui tacchi. Appena vedono il sole si spogliano e aspettano con ansia il momento in cui potranno mostrare i muscoli su cui hanno lavorato duramente per tutto l’interminabile inverno. Ognuno ha i suoi momenti di gloria…

Ma una cosa ha segnato, più di ogni altra, il mio lungo soggiorno a Francoforte: camminando per le strade di questa strana e moderna città internazionale continuo a inciampare. Andando in ufficio il primo giorno sono inciampata, e sono inciampata tornando a casa un venerdì sera: c’era una candela sul marciapiede, mi sono avvicinata e sono inciampata. Ma nulla di grave. Poi passeggiando e andando a zonzo, e di nuovo al mercato, nella strada dei negozi, accanto alla fermata della metro, nel quartiere chic e nel quartiere radical chic. Così ho cambiato strada, e sono inciampata ancora. Allora ho preso il tram per andare in centro, ma sono inciampata anche lì.

Friedrichstraße, Francoforte

Inciampo. Sempre. Ovunque.

Sì, perché per quanto faccia attenzione a dove metto i piedi, Francoforte è piena di Stolpersteine: le Pietre di Inciampo.

Non sono tutte, ma in teoria ce ne dovrebbero essere circa tredicimila, perché nel 1933 a Francoforte c’erano 26.158 ebrei, metà riuscirono a scappare, l’altra metà fu deportata. 

Venivano raccolti in quello che allora era il mercato all’ingrosso, il Grossmarkthalle. 

Per anni, quello stesso luogo, l’ho attraversato ogni mattina per andare in ufficio, per berci un caffè dopo pranzo, per andarci in palestra, per prendere i libri a prestito dalla biblioteca.

Ogni giorno, mattina e sera, stando seduta o camminando.

Il mio ufficio era ventisei piani sopra al Grossmarkthalle.

Ne tornarono indietro seicento e nel 1945 ne erano rimasti 160.

 

Oberlindau, Francoforte.

Gli ebrei erano il cinque per cento della popolazione di Francoforte, e adesso – ovviamente – ci sono pietre d’inciampo in ogni strada. E allora mi fermo, leggo il nome, guardo quanti anni avevano, cerco di indovinare che parentela avessero, perché raramente le pietre di inciampo stanno da sole: spesso sono due o tre insieme, una accanto all’altra, così come probabilmente sono stati portati via. 

Una volta ne ho trovate otto tutte insieme, strette strette. 

Se qualcuno esce dalla porta di fronte alla quale sono state poste, li guardo e mi chiedo ogni volta “chissà se abitano proprio nella casa di Adelheid e Irma Krause? chissà se lo sanno cosa è successo loro, se ci pensano, se accendono un lume in loro ricordo ogni 25 novembre. E se non lo fanno quelli che ora abitano nella loro casa, chissà se c’è ancora qualcuno che possa avere memoria di Irma e Adelheid, o di Selma e Gisela, o di Aron, Rebecka, Breindal, Esther, Frieda, Johanna, Tscharka e Benzijan?”

La memoria, già. Ho la memoria del cellulare quasi piena, perché spesso fotografo le pietre e poi cerco i nomi su Google: lo faccio così, per vedere se qualcuno si ricorda di loro, ché, oramai, se non ti si trova su Google non esisti.

Ma raramente trovo qualcosa. 

In media seicento volte su tredicimila.

Inciampando tredicimila volte a Francoforte ultima modifica: 2024-01-18T20:40:07+01:00 da SUSANNA CALIMANI
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