Confondere globalmente, insultare localmente

Se a livello nazionale si confondono i problemi e le soluzioni, perché a livello locale le stesse componenti politiche dovrebbero fare diversamente? La vicenda tristemente esemplare di Ferrara, dove il sindaco arriva ad attaccare personalmente l’arcivescovo per le sue iniziative di accoglienza e integrazione.
GAETANO SATERIALE
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[FERRARA]

Sempre più spesso si sente usare il termine “transizione”, per parlare di fenomeni in atto a livello del pianeta. Come se ciò che si descrive fosse un fatto neutrale, con una dinamica propria di inizio e di fine, qualsiasi politica si attui a livello globale o locale. Sappiamo invece, per esperienza ormai annosa, che le transizioni energetica, climatica, digitale, possono prendere intensità e direzioni molto differenti a seconda dei comportamenti degli uomini e delle politiche delle loro istituzioni. In molti casi dalla transizione si passa all’emergenza, cioè a una dinamica di grande intensità e foriera di enormi rischi per la Terra, per gli uomini che la abitano, per la fauna e per la flora. Malgrado questo, sempre più spesso (basti richiamare il recente discorso di Trump in Iowa) anche le democrazie consolidate pensano che si possa fingere di nulla e tornare indietro, magari all’uso del carbone e del petrolio ignorando gli effetti deleteri delle emissioni che ne derivano. “America first” diventa un “noi facciamo quello che è più conveniente ai nostri interessi: ognuno per sé!” Per usare una facile sintesi si potrebbe dire che si è passati da un mondo bipolare (l’equilibrio della “guerra fredda”) a un presunto dominio dell’Occidente in tutti i campi, a una multipolarità fatta di conflitti e di “guerre calde”.

Tra le tante emergenze che sono di fronte a noi (qualunque termine usiamo per descriverle) ormai si profila a livello globale anche una “emergenza umanitaria” sempre più intensa, che deriva dall’estendersi di guerre non più solo locali, di terrorismo diffuso, di massacro di civili inermi, ma anche di diseguaglianze inaccettabili sul piano sociale, economico, sanitario e persino alimentare. Il mito della globalizzazione finanziaria che crea sviluppo e reddito per tutti è svanito ancor prima della crisi del 2008. Come ha detto Papa Francesco, non è mai accaduto che il libero mercato dei beni distribuisca il benessere a tutti. Le diseguaglianze sono cresciute e non calate. 

Questa emergenza umanitaria produce e produrrà spostamenti di migliaia (forse milioni) di persone da un paese o da un continente all’altro, alla ricerca di condizioni di vita più accettabili. Lo si è già visto varie volte nel corso della storia e anche i paesi del continente europeo, oggi invidiati per i livelli di benessere e di welfare raggiunti, sono stati luoghi di emigrazione interna ed esterna fino a quasi tutto il ventesimo secolo: per le giovani generazioni lo sono ancora.

Anche di fronte all’emergenza umanitaria si fanno distinzioni formali che crollano al crescere dei flussi (“chi scappa dalla guerra ha più diritti di accoglienza di chi scappa dalla fame”) e si evocano soluzioni come la chiusura dei porti e delle frontiere che non riducono gli ingressi ma moltiplicano il numero delle vittime delle migrazioni a partire dalle donne e dai bambini e fanno del “mare nostrum” un “mare monstrum”. 

Fin da quando i migranti eravamo noi italiani (verso le Americhe, la Gran Bretagna  e i paesi europei più ricchi e anche tra Sud e Nord dell’Italia), l’obiettivo dei singoli e delle famiglie di italiani non era l’accoglienza ma l’integrazione. La possibilità di diventare cittadini con pienezza di diritti e di doveri come i nativi e come i migranti delle generazioni precedenti. Il percorso di integrazione, è da sempre fatto di 3 acquisizioni: la casa, la scuola, il lavoro. Quando si realizzano queste condizioni si attua una cittadinanza con pienezza di diritti e di doveri, altrimenti si resta ai margini della collettività, dando vita a comportamenti spesso al di fuori della cultura civica e delle leggi, se non a veri racket.

Al momento non sembra che a livello di UE si sia deciso di imboccare insieme il sentiero dell’integrazione (ognuno è “First” a casa sua), continuando a discutere di come “ridurre e spartire” l’accoglienza, piuttosto che dar vita a un percorso trasparente di “nuova cittadinanza”. Tantomeno in Italia dove si confondono le politiche economiche di aiuto per lo sviluppo (“il Piano Mattei”), necessariamente di lungo periodo, con quelle del blocco dei flussi, della carcerazione preventiva (CPR), del sub affitto dei profughi. La società civile, le ONG, il volontariato cattolico e laico, spesso suppliscono, seppure calunniati e osteggiati, le carenze della politica.

Di recente, la Regione Emilia Romagna ha approvato un provvedimento che promuove l’assegnazione di case popolari anche ai migranti. Non solo ai migranti, non prevalentemente ai migranti (come qualcuno teme) ma ipotizzando che il diritto alla casa per tutti debba essere soddisfatto come diritto essenziale per una politica di inclusione.

Contro questa scelta si è da più parti polemizzato. A Ferrara il sindaco in carica è arrivato al punto di insultare volgarmente l’arcivescovo per le azioni di accoglienza e integrazione (casa, scuola e lavoro) che l’Arcidiocesi gestisce e sostiene come scelta necessaria. Un gesto, quello del sindaco, dovuto all’ignoranza, prima ancora che a un’idea politica. Alla ricerca di un miope consenso elettorale piuttosto che a un progetto alternativo. Del resto, se a livello nazionale si confondono i problemi e le soluzioni, perché a livello locale le stesse componenti politiche dovrebbero fare diversamente? “Confondere globalmente, insultare localmente” sembra purtroppo la scelta fatta dal centro destra. 

Immagine di copertina: L’arcivescovo di Ferrara, mons. Giancarlo Perego, e il sindaco della città, Alan Fabbri

Confondere globalmente, insultare localmente ultima modifica: 2024-01-19T16:28:27+01:00 da GAETANO SATERIALE
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