I mandarini di Noto

Il terremoto di scala 7, d'inizio gennaio, ha lasciato dietro di sé duecento morti e ventimila sfollati, di cui oltre la metà ancora impossibilitati a tornare a casa. La zona colpita, la penisola di Noto, è un lembo di terra che si staglia sul Mar del Giappone.
PIER GIORGIO GIRASOLE
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[TOKYO]

In un’affollata palestra di una scuola elementare adibita a rifugio antisismico, nella penisola di Noto, colpita dal terribile terremoto dell’1 gennaio, un’anziana donna, seduta sulle ginocchia come da abitudine, riceve un piccolo mandarino da uno degli addetti alla gestione dell’emergenza, con indosso rigorosamente una pettorina identificativa color azzurro. Una volta in mano, il mandarino viene sbucciato e diviso in due. Una metà viene consumata sotto la mascherina che copre il volto all’anziana evacuata, ma solo dopo che la restante metà è lasciata nelle mani della sua vicina “di futon”, anche lei anziana e raggomitolata in un ossequioso silenzio.

Tutt’intorno è silenzio, spezzato solo dal rumore delle sirene di ambulanze e mezzi dei vigili del fuoco, ancora alla ricerca di dispersi. Il terremoto di scala 7 ha lasciato dietro di sé duecento morti e ventimila sfollati, di cui oltre la metà ancora impossibilitati a tornare a casa. La zona colpita, la penisola di Noto, è un lembo di terra che si staglia sul Mar del Giappone ed è una zona prettamente votata alla pesca e all’agricoltura, nonostante la sua aspra conformazione.

Ma la cosa che conta di più è che, in queste zone, più del cinquanta per cento della popolazione supera i 65 anni. Il Giappone è uno dei Paesi con il tasso di anzianità maggiore del mondo. Molti dei pochi giovani che vivono in queste zone viene attratto, o meglio risucchiato, dalla grande fornace Tokyo, che sembra essere l’unico motore del Paese, che da terza è passato ad essere quarta economia del Mondo .

Qui nella capitale, le immagini della donna che divide il mandarino arrivano, ma la gente sui treni, invasi di variopinti reclami che sponsorizzano tutto, dagli shampoo ai viaggi organizzati, che sembrano tornati dopo la parentesi Covid, sembra ormai essersi assuefatta a queste immagini che quasi non le vede e non le “sente” neppure.

Nelle stazioni di provincia gruppi di addetti comunali salutano all’ingresso delle stazioni i pendolari al suono di slogan come “Aiutiamo la penisola di Noto! Coraggio Noto!” e simili, mentre ricevono in casse apposite, cospicue però sincere, offerte di qualche manciata di yen. 
Appena si arriva a Tokyo, però, i gruppi si riducono e la gente, come confessano in molti, si sta rimettendo in moto con entusiasmo dopo la pausa data dalla pandemia. Quindi meglio non disturbare questa Tokyo “all’opera”.

“Terremoto nella penisola di Noto: solo duemila forze di autodifesa inviate in 72 ore, un quinto di quelle per il terremoto di Kumamoto Le richieste di aiuto sono state tante, ma vite che avrebbero potuto essere salvate… Perché…” [da X: 津田社研 2023 @tsudashaken]

 A Noto il silenzio ha qualcosa di inquietante. Le persone anziane, che sono sfollate, rappresentano quel vecchio Giappone che il nuovo, moderno, globalizzato, ma forse anch’esso in declino, non vuole vedere. Molti sono i giovani che negli ultimi decenni hanno lasciato la campagna per fare fortuna in città. Alcuni di questi barattando case di provincia tradizionali e spaziose, in compagnia di genitori, con stretti e cari monolocali in grandi città, in cui spesso è addirittura proibito tenere con sé animali domestici, finendo così nel trovare nello smartphone l’unica compagnia alla solitudine.

Dall’altra parte le vecchie famiglie hanno accettato, senza remore, queste scelte e ora scelgono la via della sopportazione e del silenzio, che da sempre contraddistingue questo popolo, che mai ha avuto rivoluzioni nella sua storia. 

La risposta ufficiale del governo è, come sempre, eccezionale, con la formazione di unità di crisi e l’organizzazione di operazioni di soccorso, in buona parte affidate alle forze di autodifesa, ovvero l’esercito giapponese, e alla Croce Rossa. Mentre le ricerche dei dispersi proseguono, molti degli sfollati riceve cure in strutture apposite, spesso organizzate nelle palestre antisismiche delle scuole, che da sempre sono votate a questo scopo su tutto il territorio nazionale. Le offerte, a livello economico, non sono mancate e il sistema di raccolta si è messo in moto come da manuale. Per ultimo l’esercito degli Stati Uniti collaborerà sul territorio nelle operazioni di salvataggio. 

Ciò nonostante l’assistenza dal basso è ancora in fase di svilupppo e una coppia di amici ha avuto grandi difficoltà nel voler mandare abiti e coperte usate per i civili evacuati. In uno dei Paesi che producono più rifiuti al Mondo e che ha un mercato dell’usato che comprende veri e propri supermercati di abiti riciclati, ancora pochissimi hanno smosso per raccogliere vestiti e beni di prima necessità a livello locale. Inutile dire che i vestiti non si sono potuti inviare e che ancora una volta quella giapponese resta una società in cui l’iniziativa individuale e indipendente, benché motivata da nobili principi, non riesce a trovare spazio per fiorire. Anche dei missionari, a cui si sono rivolti alcuni stranieri per offrire aiuto fatto di oggetti concreti, hanno risposto che, per il momento, non prevedono canali di questo tipo se non quelli ufficiali. Degna di nota, in questo caso, la vicenda di un monastero buddista che si è trasformato in centro locale di raccolta di beni di prima necessità, vicino Kanazawa. 

Intanto a Noto si scava tra le macerie e molti degli sfollati soffre per lo stress. Qualcuno dei già esigui giovani residenti andrà a passare due mesi lontano dalle famiglie nelle zone colpite, per poter continuare gli studi superiori. Mentre un anziano pescatore di 86 anni è morto dopo essere stato evacuato in una delle tante palestre. I famigliari credono che lo choc per la distruzione e perdita della casa sia stato troppo grande.

 Anche la tipologia di edifici è una della cause di tanta distruzione nella zona. Oltre alle tradizionali case in legno, ci sono altri edifici, costruiti senza criteri antisismici e che per svariati motivi hanno risentito dei danni. In un Paese dove il mercato edile è uno dei più fiorenti al mondo, e dove conviene demolire piuttosto che ristrutturare, molte strutture precarie sono costruite per durare massimo una decina di anni e proprio per questo ospitano, a basso costo, moltissimi anziani, ormai impossibilitati a vivere soli in grandi case di stampo tradizionale. 

 E così, mentre a Noto il silenzio continua, nelle grandi città come Tokyo molti si chiedono come facciano questi tenaci anziani, stremati e sfollati, a resistere in un luogo così, perché sperano che un giorno qualcuno rivolga lo sguardo da dove è partito e non si vergogni più di quel Giappone contadino, tradizionale, ma anche sincero e autentico, che si rischia di dimenticare, a scapito di uno scintillante e moderno, ma anche e soprattutto terribilmente vuoto. 

I mandarini di Noto ultima modifica: 2024-01-19T18:36:13+01:00 da PIER GIORGIO GIRASOLE
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