Sicilian connection: un’artista siciliana negli States

Maria Domenica Rapicavoli catanese, vive e lavora a New York. APNEA è il titolo della sua mostra in corso alla Fondazione Brodbeck di Catania fino alla fine di gennaio.
GIOVANNI LEONE
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Maria Domenica Rapicavoli è nata a Catania (Italia) dove si laureata all’Accademia di Belle Arti (2001) ha poi studiato alla Goldsmith  University di Londra (2005) dopodiché vince una borsa di studio per l’Independent Study Program del Whitney Museum (2012) e da allora vive e lavora a New York. Partecipa al programma di residenza AIRspace presso l’Abrons Arts Center di New York (2015), all’International Study and Curatorial Program di Brooklyn (2014) e al Lower Manhattan Cultural Council Swing Space Residency Program di New York (2013). Ha vinto numerosi premi e borse di studio ed esposto in numerose mostre collettive e personali in Europa e negli Stati Uniti come si vede sul suo sito web.

Cos’è reale? Questo interrogativo è la meta attorno a cui ruota l’opera dell’artista siciliana, che del reale è intrisa. Ci sono poi il tempo presente, lo spazio di mezzo, la natura del vuoto, dimensioni senza corpo su cui è imperniata la produzione artistica di Rapicavoli che allarga gli orizzonti del pensiero. Il presente è un interstizio spazio-temporale istantaneo e in continuo divenire, è tra i tanti  futuri possibili l’unico che si fa presente, schiacciato tra passato in luce e futuro in nuce non fai a tempo a pensarlo che si è già rifugiato nel passato, il tempo più solido dove tutto sta, in attesa di essere visto, ripreso, svelato, interpretato. Lo spazio di mezzo è invece quel vuoto che separa e collega eventi distinti nel tempo e distanti nello spazio che si fanno nell’opera questioni, interrogativi legati da reciproche influenze di prossimità e a distanza. È con silenzi e suoni sottili che lavora l’artista, fa dell’opera realtà e della realtà opera con gli strumenti propri dell’arte, prolungando del presente e degli eventi la durata e così accorciando distanze spaziali e temporali. 

Rapicavoli lavora con materia immateriale, in vuoti densi, che richiedono all’osservatore doti di inter-ligenza per essere apprezzati, intelligenza viene infatti da inter-legere, cioè la capacità d’indugiare sui vuoti che separano le lettere, le parole, le righe, alla ricerca del non detto, componente complementare del detto nel dire. La componente aerea, volatile, torna nel suo filone di ricerca sui cieli ricchi di-segni con tratti non visibili che fanno presente la guerra anche in tempo di pace.

L’anno successivo al suo sbarco negli Stati Uniti torna col lavoro agli anni dello sbarco in Sicilia, cerca e trova resti di un aereo tedesco abbattuto sull’Etna nel 1943 e ne espone le foto nella mostra Disrupted Accounts allestita negli spazi dell’associazione BOCS (Box Of Contemporary Space) di Catania insieme a un’installazione sonora e video su manovre segrete militari americane. La mostra si chiude con le foto del MUOS (Mobile User Objective System) di Niscemi la nuova struttura di radar militare in Sicilia, che guarda allo spazio aereo e fa riflettere sulla guerra, che aleggia, senza descrizioni con immagini di cruente battaglie. 

L’artista costruisce la realtà come fa lo storico, mettendo l’accento su fatti esemplari che espone nella loro integrale e cruda nudità ma senza indugiarvi morbosamente. Allo stesso modo non c’è morbosità nelle immagini della guerra invisibile che giace sottesa in territori e comunità di pace armata e lavora dietro le quinte della scena dei maggiori teatri di guerra. Qui la battaglia si fa civica e civile, di opposizione critica e denuncia di interventi strategici militari americani che violano habitat, com’è il caso del MUOS, pronto a emettere onde elettromagnetiche ad altissima frequenza in una zona ambientalmente sensibile come la sughereta di Niscemi. 

A questo filone appartiene A Cielo Aperto, installazione iterata in Italia e USA dal 2014 che presenta una serie di fili in tensione che rappresentano i corridoi di volo aerei sopra la Sicilia, ad uso esclusivo dei droni militari. Questi fili corrono sulla testa dello spettatore sullo sfondo di una foto di cielo, proiettando tutt’intorno ombre sottili e sinistre. Nel tempo della globalità Rapicavoli viaggia con il suo bagaglio critico analitico e costruisce tra Sicilia e Stati Uniti un ponte invisibile, su cui transitano sia i rapporti tra mafie delle due sponde atlantiche che quelli tra paesi della North Atlantic Treaty Organisation (NATO) che in Sicilia sono sinonimo di base militare a Sigonella, di missili Cruise, di MUOS, di aree utilizzate come poligoni di tiro.

La documentazione fotografica che fissa l’istante si coniuga alle installazioni che restano sospese nello spazio come sospese, un’apnea utile a evitare di giungere frettolosamente alle conclusioni. Le mostre sono segmenti di linee di ricerca più ampie in cui si rinuncia all’intero a favore di un dettaglio che ha già in sé per intero il tutto, seppure in parte. Della Sicilian connection troviamo tracce in APNEA, mostra in corso a Catania alla Fondazione Brodbeck.

Spirito e vuoto tra assenza e mancanza

APNEA è il titolo della mostra di Maria Domenica Rapicavoli alla Fondazione Brodbeck di Catania fino alla fine di gennaio. Apnea come condizione sospesa d’ombra in cui ripararsi a prendere le forze. Apnea come eccezione, pausa nella sequenza del respiro che provoca un senso di soffocamento da vivere e così oltre-passare. La pausa presuppone un prima e un dopo: è la parte immobile di un movimento che precede e segue. 

Le opere esposte sono tessere di un mosaico di cui s’intuiscono i contorni, ma non è ancora dato mettere a fuoco per intero la figura. All’ingresso potrebbe essere esposto il tipico cartello stradale lavori in corso, perché le opere esposte sono segmenti di linee di ricerca più estese che hanno per certi versi carattere spirituale perché il filo conduttore sembra dipanarsi intorno alla natura del vuoto tra assenza e mancanza. 

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Una sezione della mostra dell’artista siciliana che vive a New York, è dedicata a Corleone, meta di pellegrinaggi d’ispirazione cinematografica, luogo fortemente simbolico in cui ancora oggi la rappresentazione è descrittiva di una realtà che non è delle origini ma ancora radicata nel presente. L’artista vi ha soggiornato in cerca dello spirito di un luogo in cui la società civile convive con la realtà mafiosa, che dello Stato controlla il territorio, del cittadino invade la sfera privata, della comunità condiziona l’economia e la vita sociale. La prima restituzione fotografica ci parla del tempo, lento, disteso e allungato nel campo da bocce dove giocano i paesani, un gioco che ad ogni lancio è causa di effetti vari nel campo da gioco. Il gioco è anche il soggetto dell’inquadratura, gioco di luci e ombre, bicromia eloquente espressione di Sicilia, come significativa è l’immagine con rete smagliata inutile a catturare e rinchiudere alcunché.

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A Corleone è custodita l’unica copia completa del maxiprocesso alla mafia istruito da Falcone e Borsellino (1986-1992), che vede ancora oggi insuperato il primato mondiale della quantità di atti e qualità di risultati, tali da avere condotto alle stragi di mafia. Non è un deposito (spazio stipato senza vuoti) ma un archivio, che nel vuoto ha una componente essenziale per consentire la consultazione e non solo la conservazione. L’artista estrapola una manciata di faldoni dalle centinaia del corpo degli atti e li mostra, come mattoni di costruzione della verità. Rappresentazione plastica del vuoto la incontriamo nella relazione tra cittadini e mafiosi, in quel vuoto dinamico che si muove tra prossimità e distanza, in uno spazio carico di tensione e soggetto a forze contrastanti di attrazione e repulsione. Allo stesso modo i faldoni sono isolati nello spazio che li circonda dopo essere stati estrapolati dall’archivio che s’intravede sfocato sullo sfondo, quasi sottendendo che il maxiprocesso è in sé opera d’arte (forense) in cui singoli fogli sciolti legano eventi distinti e distanti in una rete con tanti nodi. I faldoni sono isole con alle spalle un continente di parole, fatti, atti. 

Ci sono poi le foto delle tombe dei senza nome, ma non sconosciuti. Il soggetto qui è ancora il vuoto plurale che sta tra la mancanza dei propri cari e l’assenza di nome e parola per gli innominabili fantasmi condannati all’oblio. I fiori freschi recisi testimoniano visite premurose a vite interrotte, vittime di mafia considerate infami, quindi da ignorare, cancellare. D’altronde, come ha chiarito l’artista nel suo intervento di apertura della mostra, si tratta di un’equazione semplice, semplice: con il nome li si priva anche dell’identità che è come dire non sono mai esistiti, quindi non possono essere morti, ergo… la mafia non li ha uccisi, cioè la mafia non esiste. Proprio per questo è dirompente la collocazione dell’archivio del maxiprocesso proprio a Corleone, nella tana del lupo.

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C’è poi una foto unica e sola in cui si vede un letto vuoto con lenzuola sgualcite, ripresa all’interno di un convento che accoglie occasionalmente anche ospiti esterni non appartenenti al clero. Il vuoto non è qui assenza e neanche mancanza, è presenza invisibile e intangibile, ricorda il piatto catanese della pasta con le sarde a mare, dove del pesce c’è solo una eco lontana nel gustoso aroma di mare.

Ad altre sottrazioni è dedicata la seconda sezione della mostra con un’installazione aerea di pendoli realizzata con spaghi fluorescenti e piombi da cantiere riprodotti in legno, a formare le sagome di zone militari tattiche in scala, perimetrate in apposite mappe riservate aggiornate semestralmente. È un’altra forma di work in progress, queste zone non devono essere identificate per cui non sono cancellate ma si spostano anche di continuo, aree nomadi di vuoto d’aria, con precisi confini invisibili e inviolabili a proteggere la segretezza delle aree militari. Il perimetro di alcune di queste aree è riprodotto con una serie di pendoli, realizzati con piombi riprodotti in legno e lenza da cantiere, strumento di misurazione dell’eccezione, del fuori piombo, di ciò che è storto. Queste opere sono, come il tempo: sospese. L’altezza è diversa come la morfologia dei luoghi che hanno la natura dell’isola che non c’è di Peter Pan nel romanzo “L’uccellino bianco” di James Matthew Barrie del 1902. Anche in questa sezione protagonista è il vuoto.

Immagine che contiene muro, interno, terreno, soffitto

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APNEA è sospensione del respiro che provoca fame d’aria e senso di soffocamento, ma il distendersi del tempo è anche opportunità di assorbimento e metabolizzazione, come s’insegna nel prānāyāma, il controllo ritmico del respiro yogico, con respirazione che si distende e si allunga in tre fasi: a fare da intermezzo a inspirazione (puraka) ed espirazione (rechaka) c’è la pausa, la prima con ritenzione del respiro a polmoni pieni (antara o puraka kumbhaka), la seconda a polmoni vuoti (bahya o rechaka kumbhaka). Sono due momenti di apnea che prolungano il respiro e consentono di andare oltre la mancanza d’aria fino a raggiungere una sospensione tale da avere i caratteri dell’assenza. Le pause, gli spazi interstiziali che stanno “tra”, sono momenti fertili quando non li vanifichiamo riempiendoli di inutili distrazioni, sono l’impronta vuota lasciata da ciò che è stato, anticipazione di ciò che di lì a poco sarà, lasciando altre tracce. Nel respiro le pause sono fasi che determinanti per l’assorbimento dell’ossigeno e la metabolizzazione  del prāa, l’energia vitale universale che entra in noi sulle ali del respiro.

Sospeso nel vuoto al centro della sala, circondata dalle foto dei faldoni sta una scultura che è rappresentazione a cuore aperto di un diaframma teso, in apnea. Sembra parlare al visitatore che man mano mette insieme gli indizi fotografici e mette a fuoco l’ordine del discorso resta senza parole, a bocca aperta e col fiato sospeso ricompone queste prime tessere del puzzle in attesa di vedere (speriamo presto) il quadro d’insieme con i ritratti di tutti i faldoni, ciascuno con la propria fisionomia e i lineamenti di facce vissute a costruire il corpo di un processo che è uno spartiacque nella lotta alla mafia. C’è un prima e un dopo ma non è finita, non bisogna abbassare la guardia sottovalutando le doti rigenerative, camaleontiche e di adattamento della mafia.

La pausa allontana utilmente azione e reazione, così come avveniva nella fuga panica delle ninfe inseguite nei boschi dal Dio Pan, come racconta James Hillman in Saggio su Pan, o come insegna il detto calati juncu ca pass‘a china (piegati giunco e lascia passare la piena) che custodisce un sapiente elogio della flessibilità e della resilienza, evitando di opporti a una spinta più forte delle tue forze che finirebbe per spezzarti. Si vuol dire in sostanza, accogli le circostanze che sovrastano il tuo volere, asseconda momentaneamente il loro flusso per conservare le forze in attesa di riprendere il controllo e rialzarti. In ciò non c’è rinuncia ma sapiente attesa del momento giusto, introduzione di un tempo di mezzo in cui è necessario aspettare e in cui è possibile riflettere.

L’auspicio è che l’apnea qui documentata serva a raccogliere le forze per continuare la battaglia est_etica per un mondo migliore. 

Sicilian connection: un’artista siciliana negli States ultima modifica: 2024-01-19T11:46:16+01:00 da GIOVANNI LEONE
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