Oltre l’effimero

La “vocazione” a cui la città è stata sottoposta e ridotta nel corso degli anni è nell’overtourism. Eppure Venezia non è del tutto morta, è viva e vegeta. Se non altro per i suoi studenti – vera anima e risorsa della città – che la popolano, la vivono, ne fruiscono, partecipano alla sua vita e attività economica e ne alimentano l’ingegno, le idee, la ricerca in tutti i campi e discipline, decidendo molto spesso di fermarsi qui, rimanere ad abitare e prendervi anche la residenza.
ALBERTO FERRIGOLO
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Sta per tornare il Carnevale, l’effimero evento degli eventi, in una Venezia che ha un passato glorioso, un presente drammatico e un futuro da incubo. Appare inequivocabilmente segnato e ineluttabile il destino della città lagunare. Al di là del turismo, c’è poco o nulla. Nessun’altra alternativa. Sia essa economica, sociale, organizzativa. La “vocazione”, a cui la città è stata sottoposta e ridotta nel corso degli anni, è tutta qui: nell’overtourism. Non c’è scampo. Difficile tornare sui propri passi e sugli errori commessi nel corso degli anni. 

Al di là dei buoni propositi e di flebili volontà d’inversione di tendenza, come l’idea recentissima di limitare a un massimo di venticinque persone il numero dei gruppi ammessi in città, con guide prive di microfoni e altoparlanti per non disturbare chi ci vive. Come se potesse bastare… Né sono sufficienti le tasse di soggiorno, l’aumento del costo dei biglietti dei trasporti (nove euro) per i turisti, i non residenti e per quanti non possiedono la carta Venezia è Unica, il cui costo è ora raddoppiato, passando da cinquanta a cento euro per una validità di cinque anni. Possesso che dà la facoltà anche a chi non è di Venezia di pagare il pedaggio sui mezzi pubblici allo stesso importo dei veneziani, 1,50 euro a corsa.

Lo si capisce bene in questi giorni (mese di gennaio) di stasi dei flussi turistici, rallentati e vieppiù diradatisi con le feste di Natale, tant’è che non ci sono o ci sono assai pochi turisti in circolazione (a parte il weekend). Venezia è singolarmente vuota, silenziosa, circolabile e vivibile, così i commercianti di diverso ordine, grado e specialità han preso la palla al balzo e deciso a grande maggioranza di prendersi le ferie, serrare le attività fino alla fine del mese di gennaio, quando poi – a breve – avrà inizio il fatidico Carnevale 2024, previsto dal 27 gennaio al 13 febbraio. Diciassette giorni di bagordi e guadagni.

Se non c’è turismo, perché aprire i battenti di bacàri, salsamenterie, alimentari, ristoranti, trattorie, negozi di souvenir, babbucce friulane, maschere e persino qualche albergo? Meglio approfittare del calo dei flussi, riposarsi e aspettare il momento adatto alla ripresa. Il Carnevale, appunto.

Carnevale di Venezia © Claudio Cecconcello

Vuota, la città è libera e bella. Ma sembrano venir meno i servizi essenziali, quelli che la rendono viva, vivace, partecipata e persino popolare, anche se il cartello elettronico posizionato in via Garibaldi ci avvisa che in città i posti letto son diventati ormai più degli abitanti: 49.474 contro 49.146, al fixing del 13 gennaio. Persino l’attività culturale è sospesa: nessuna mostra d’interesse e rilievo. Lo zero assoluto mentre l’apertura de I mondi di Marco Polo. Il viaggio di un mercante veneziano del Duecento a Palazzo Ducale, in occasione dei settecento anni dalla scomparsa del “viaggiatore dei viaggiatori”, è prevista per il 6 aprile, subito dopo Pasqua, due mesi scarsi dopo il Carnevale. 

Tutto calcolato, una sola pausa di circa un mese, a gennaio, per ricaricare le batterie individuali mentre un tempo, fino alla fine degli anni Settanta – prima che Venezia diventasse la slot machine turistica che è oggi – la stagione dei flussi vacanzieri andava da Pasqua, alta o bassa che fosse, fino a fine settembre dopo la Mostra al Lido: sei mesi di turismo e sei mesi di tregua, all’incirca, come documenta anche il fotografo Andrea Merola nel suo memoir fotografico, sociale, sindacale, culturale, politico, ma anche molto scritto, Venis Andergraun (I Antichi Editori Venezia, 2022).

Ma nei sei mesi di pausa dal turismo, la città allora almeno funzionava. Eccome se funzionava. Non andava in ferie tutta insieme. I locali chiudevano solo una o al massimo due settimane, ma a scaglioni e con riguardo per chi ci viveva, i veneziani, che allora vi abitavano in numero di gran lunga meno esiguo di oggi. E senza i quali, vero tessuto connettivo, la città è destinata a morire per davvero.

Paradosso dei paradossi, oltre alle edicole – trasformatesi a poco a poco in soli empori di souvenir senza giornali, anche in seguito alla crisi di quest’ultimi – chiudono una dopo l’altra pure alcune vecchie osterie, trattorie e ristoranti, tipici luoghi popolari della socialità lagunare e cittadina. E la città vuota, priva delle sue masse turistiche, si mostra anche in tutta la sua bellezza spettrale di quinta vuota. Dentro e dietro, sopra e sotto. Un ammasso di palazzi disabitati e di case dismesse, anche nella loro condizione strutturale, nel bel mezzo del centro storico così come nei sestieri meno battuti.

Chi mai le ristrutturerà, assieme a palazzi e al patrimonio della sua archeologia industriale che sta andandosene un po’ alla volta ben bene a ramengo, o potrà permettersi di farlo, se non banche, assicurazioni, grandi gruppi industriali o edilizi, trust e imperi immobiliari? Enti, strutture, società con solidi e tanti mezzi economici, potentati pronti a investire sulla loro trasformazione. E in quelli della città, in tutti i sensi. Ciò che non può che favorire lo spopolamento, incentivare il cambiamento della destinazione d’uso di spazi e immobili, quindi il conseguente aumento dei prezzi di vendita e d’affitto. Tra B&B, Airbnb e affitti brevi. Tutto in favore della rendita. Di posizione, di chi il patrimonio ce l’ha.

Ma i restauri principali, in genere, non sono a uso abitativo, bensì per fini museali, espositivi. Anche la Biennale ha le sue colpe e responsabilità, in quanto sottrae continuamente spazi, risorse e patrimonio alla città in carne e ossa, specie a quelle meno strutturate e più giovani. Chi tra quest’ultimi, universitari, dottorandi, architetti, artisti o studiosi, cerca uno spazio per vivere, lavorare, organizzarsi in proprio, per approfondire e ricercare o anche solo per dar vita a luoghi associativi ad uso e consumo del tessuto sociale cittadino, nel tentativo di riunificarlo, deve contendersi i pochi luoghi disponibili e agibili, specie ai piani bassi, con chi ha più risorse e offre maggiori garanzie o ha maggiori disponibilità di reddito ed economiche. Denaro. Cosicché, alla fine, vincono sempre i potentati.

Il mondo cosiddetto dei “curatori” è alla continua ricerca di luoghi disponibili per far eventi o per uso foresteria, offrendo cifre fuori mercato pur di ottenerli al proprio scopo. Ciò che induce i proprietari a optare per queste offerte decisamente più vantaggiose e remunerative in soli pochi mesi d’affitto, a discapito di tutte le altre richieste e offerte. Residenziali comprese. È la gentrificazione, bellezza! Una vera e propria guerra. Con decine e centinaia di vittime, specie tra i più giovani, studenti costretti ad affittare case a due, tremila euro e a riempirle di coinquilini pur di abbassare il costo individuale del posto letto, che ormai è valutato a oltre 500 € per un singolo al mese.  

Se lo Iuav, l’Istituto di Architettura di Venezia, ha contribuito anni fa all’efficace restauro dei Crociferi, l’ex convento dei Gesuiti nell’omonimo campo tra Santi Apostoli e Fondamenta Nuove, trasformandolo in residenza per studenti, professori, ora acquisito dalla catena Combo, presente anche a Milano, Torino, Bologna con analoghe strutture, le Assicurazioni Generali hanno pensato bene di restaurare le Procuratie Vecchie sopra i portici, sul lato destro di Piazza San Marco, spalle alla Basilica, trasformandole in un’inutile e intellettualmente incomprensibile giochino psicologico, scarsamente frequentato, dal titolo A World of Potential, The Home of The Human Safety Net  (biglietto d’ingresso per i non residenti nove euro – come un biglietto del vaporetto per chi non ha la fatidica carta Venezia è unica – ma gratuito per veneziani e cittadini metropolitani, stando alle dichiarazioni sul sito), ovvero una mostra interattiva al terzo piano dello stabile focalizzata sulla “consapevolezza personale”. Un’esperienza definita “divertente e giocosa per comprendere e connettersi con i propri punti di forza caratteriali, consentendo loro anche di vedere le migliori qualità nelle persone che li circondano”: creatività, perseveranza, gratitudine, curiosità, speranza, intelligenza sociale, lavoro di squadra, parole chiave e concetti tradotti in 16 installazioni interattive analogiche e digitali “per riflessione e autoanalisi”. Un complicato divertissement, un esagerato dispendio di capitale, un restauro molto leccato, discutibile dal punto di vista estetico e persino etico, al di là delle intenzioni e delle finalità dichiarate.

Un negoziante apre la serranda di un negozio allagato sotto il porticato delle Procuratie Vecchie, in piazza San Marco, 29 novembre 2021. Con una punta di marea a meno di 100 cm sul medio mare, il sistema Mose non è stato attivato, ma piazza San Marco è finita comunque sott’acqua. ©Andrea Merola

Eppure Venezia non è del tutto morta, è viva e vegeta. Se non altro per i suoi studenti – vera anima e risorsa della città – che la popolano, la vivono, ne fruiscono, partecipano alla sua vita e attività economica e ne alimentano l’ingegno, le idee, la ricerca in tutti i campi e discipline, decidendo molto spesso di fermarsi qui, rimanere ad abitare e prendervi anche la residenza. Dimostrando di amare e di esser attaccati a questa città più di chiunque altro. Certamente molto di più delle sue stesse istituzioni. Sia politiche sia culturali, che pensano solo a sfruttarne la rendita. Storica, estetica e di posizione. Anche se pure gli studenti vengono trattati come carne o “merce da turismo”.

Vale a questo proposito citare l’ambizioso progetto Venezia città Campus o Studing Venice che dir si voglia, che ha “per obiettivo di realizzare nella città lagunare un centro di sapere e di eccellenza capace di attrarre, formare e trattenere giovani talenti con conoscenze avanzate, attraverso la qualità dell’offerta formativa e della ricerca, ma anche dei servizi correlati nel contesto di una comunità inclusiva, moderna e sostenibile” e per il quale è stato firmato un protocollo d’intesa alla fine dello scorso mese di giugno a Ca’ Farsetti, sede municipale, tra il sindaco Brugnaro, i rettori delle università e il presidente della Fondazione Venezia Capitale mondiale della Sostenibilità, l’ex ministro della Funzione pubblica Renato Brunetta. 

Si tratta di un progetto-pilota che mira ad instaurare nuove relazioni tra gli atenei, le imprese e i territori, contribuendo a rafforzare il diritto allo studio, la didattica innovativa e percorsi che sappiano guardare al futuro, che sappiano anticipare le necessità del mondo delle imprese e della società in cui i ragazzi e le ragazze dovranno cercare lavoro una volta terminati gli studi,

si legge nelle intenzioni programmatiche del progetto.

L’intesa, insomma, punta

alla realizzazione di una Città campus di respiro internazionale, diffusa tra città storica e Terraferma, (a Venezia, nelle aree di compenetrazione tra porto e città, a Mestre, nella zona di via Torino, e a Porto Marghera, attorno alle aree del Parco Scientifico Vega) anche attraverso l’attrazione di studenti, ricercatori, docenti e personale amministrativo da tutto il mondo, [oltre a spingere] sull’incremento della popolazione studentesca residente.

Con l’attrazione del capitale umano sarà automatico l’arrivo di nuovi investimenti, a cui dobbiamo dare la massima fiducia nel rispetto delle regole. È il momento di andare avanti, rimboccarsi le maniche, affrontare la sfida per una Venezia che cresce e si rinnova per il futuro delle nuove generazioni,

ha dichiarato il sindaco il 29 giugno.

“Venezia ha un’opportunità. Dalla monocultura turistica, un’economia a basso valore aggiunto, si può davvero ipotizzare di ripensare il tessuto socio-culturale cittadino”, ha aggiunto e sottolineato Brunetta. Ma vista in questo modo, l’operazione si presenta piuttosto come un’ipotesi di una “sostituzione”: barattare l’uscita dei suoi residenti con l’ingresso di studenti, ricercatori, professori ai quali – trattati al pari dei turisti – affittare dimore, residenze o foresterie ad hoc al momento opportuno. Certo, i giovani Venezia possono contribuire a “rivitalizzarla”, non c’è il minimo dubbio, ma per quanto tempo? Stabilmente o in via transitoria, occupando posti letto stagionalmente o in maniera duratura? Non è dato saperlo. O le foresterie una volta dismesse in estate, quando studenti, docenti e ricercatori faranno ritorno alle proprie residenze ufficiali o andranno anche loro in vacanza, verranno immesse nel circuito del mercato turistico stagionale…? Un’operazione, quella di Venezia Città Campus che appare più nominale che reale. Un po’ specchietto per le allodole, un po’ propaganda, un po’ fumo negli occhi… Dove Venezia rischia di rimanere sempre la solita “vetrina”, dove merce e prodotti vengono esposti stagione dopo stagione, facendo tendenza, ma dove le vetrine cambiano, solo per la scenografia, ogni tre mesi.

Quel che sembra continuare a mancare, nella progettualità, è il mercato vero e proprio, quello strutturale, al di là di quello meramente turistico mordi&fuggi o in continuo ricambio. Che significa mercato? La riflessione da farsi è tutta qui. Prendiamo, a esempio, il settore della cultura. Al di là di dare occupazione stagionale ai giovani studenti quale forma di integrazione di reddito per fare i guardasala ai Giardini della Biennale, alle Corderie o nei musei oppure gli addetti alle biglietterie o magari anche gli allestitori in qualità di manovalanza di qualche mostra o, ancora, gli intrattenitori per i giochi interattivi al A World of Potential, The Home of The Human Safety Net delle Generali, quel che sembra mancare è la capacità di Venezia di avere o di creare “mercato”. Nel campo dell’arte, a esempio. Paradossalmente, a vederla da fuori, sembrerebbe che la vita di Venezia si basasse o reggesse proprio sulla produzione culturale e sul mercato dell’arte, ovvero su questi due settori economici.

© Andrea Merola

Ma così non è. Non c’è produzione né mercato. Sia dell’arte o di altro, a esclusione del turismo, la sua vera monocoltura. Almeno che non si consideri mercato dell’arte il suo sistema espositivo. Ma dal punto di vista produttivo?  Non ci sono per esempio grandi gallerie, né fiere d’arte contemporanea. Ma lo stesso può valere per la musica. Chi la fa? Dove si fa, ad esclusione del Conservatorio o del Teatro La Fenice? O la Fondazione Luigi Nono. Non ci sono luoghi dove si fa musica o ci si può esibire, a parte la Terraferma, un po’ a Marghera. Che ne è del progetto dell’Arsenale, ad esempio? Ma lo stesso discorso può valere per il teatro, al di là del fatto che la Biennale abbia uno specifico settore che se ne occupa. Ma cosa dà e resta in città di tutto questo? E chi distribuisce le diverse produzioni che in questa città eventualmente nascono e vivono? 

E i grandi investitori alla Benetton sono più interessati a investire nella ristrutturazione del Fondaco dei Tedeschi per farne un centro commerciale di superlusso piuttosto che investire in produzione di cultura in loco. Stesso discorso per il cinema, al di là della passerella e del red carpet nei dieci o più giorni della Mostra al Lido. 

Lo stesso vale per chi gestisce Punta della Dogana o Palazzo Grassi, i francesi alla François Pinault. Eppure a Venezia c’è una istituzione di prestigio tra le migliori del Paese come l’Accademia di Belle Arti, ma i giovani artisti e pittori che da lì fuoriescono dove possono esporre? Per chi possono produrre? Per quale committenza? E chi li seleziona? A Venezia, ci viene suggerito, interessa solo l’evento che è legato alla produzione turistica e interessa assai poco che rimanga qualcosa di strutturale “al di là della struttura che deve produrre l’effimero”.

Eppure la materia prima per produrre non manca, a cominciare dagli spazi possibili e immaginabili, le aree dismesse della zona industriale di Porto Marghera, i vecchi forti austriaci in disfacimento, lo stesso Arsenale in laguna, sulle isole, Punta Sabbioni, il Cavallino, Treporti, il Lido. È un lavoro lungo, faticoso, dal basso, fatto d’incontri e confronto tra realtà sociali e culturali grandi e piccole, spontanee, organizzate, strutturate, che non mancano. Che si dovrebbe connettere con l’Università e la ricerca. Tra lavoro e formazione, alta o bassa che sia. Ma a chi interessa? Non alla città della facile rendita turistica che la città la rende ricca ma allo stesso tempo la depreda. Rubandole il futuro. Diversamente da quanto accade in città come Mlano, Torino, Bologna, la stessa Roma.

Eppure se Venezia è un pesce, come dice e scrive Tiziano Scarpa, non è un’isola. Vive in un contesto metropolitano, che è dato anche dalla Terraferma. Alla quale in questi quattro decenni ha voluto restare fortemente avvinghiata, nonostante i numerosi tentativi referendari che la volevano separare… La politica invece di fare spallucce, anche se contraddetta e smentita dal voto popolare sula separazione, dovrebbe invece saper leggere le indicazioni che le vengono date da quanti a Venezia ci vivono e anche da chi a Venezia, per le più diverse ragioni, obtorto collo, se ne è dovuto o voluto andare.

Immagine di copertina: Manifestanti aderenti all’Agenzia Sociale per la Casa e di altre associazioni del territorio durante la manifestazione per il diritto all residenzialità nel centro storico di Rialto, 18 novembre 2023. © Andrea Merola

Oltre l’effimero ultima modifica: 2024-01-22T12:43:44+01:00 da ALBERTO FERRIGOLO
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