Vita della mia vita, anima della mia anima

ALON MIZRAHI
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Nel corso del Novecento circa novecentomila ebrei sono stati espulsi o sono fuggiti o emigrati da paesi mediorientali e nordafricani a maggioranza islamica. L’ultimo esodo, dall’Iran, avviene in seguito alla Rivoluzione khomeinista.
Si stima che 650.000 di loro – ebrei sefarditi – si sono stabiliti in Israele.
L’85 per cento degli ebrei nel mondo sono aschenaziti, il restante quindici per cento sefarditi. Circa il dieci per cento degli aschenaziti vive in Israele, contro l’ottanta per cento di tutti i sefarditi, che costituiscono il 55 per cento della popolazione israeliana (contro il 45 per cento di aschenaziti).

Mizrahì, o mizrahìm (dall’ebraico misrach, “oriente”) è un’espressione che identifica quelle comunità ebraiche originarie del Medio Oriente e del Maghreb.
Il testo che qui pubblichiamo è tratto da X (Twitter) [Alon Mizrahi | without equality there’s no freedom @alon_mizrahi]

Vita della (mia) vita, anima della mia anima. Da un po’ di anni chiamo mia figlia con quello che si traduce dall’ebraico come “la vita della vita” o “amore dell’amore”; questa è una versione moderna, israeliana, dell’uso arabo della lingua. Sono cresciuto in un luogo e in un periodo molto sionisti. Ma ho avuto la fortuna di crescere tra i Mizrahi, gli ebrei arabi; sia mio padre sia il mio amato zio parlavano arabo come prima lingua, e i due, amici d’infanzia, sposarono due sorelle, mia mamma e mia zia, nate in Marocco da genitori ebrei. La musica araba faceva parte della colonna sonora della mia infanzia, e fin da giovane conoscevo i nomi e riconoscevo le voci di leggende come Farid al-Atrash, Abdel Halim Hafez, Warda, Umm Kulthum, Fairuz e altri.

Papà, ogni tanto, mi portava con sé dove lavorava (era un operaio edile), e il suo compagno di squadra Isaa, un arabo di Nazareth, era come un amico di famiglia. Tutti lo conoscevamo, gli volevamo bene e l’accoglievamo con chiunque ci trovassimo. Non ho mai dimenticato come una fredda mattina d’inverno, quando accompagnavo mio padre in una giornata di lavoro, la moglie di Issa ci preparò caffè e tè, accompagnati da dolci e deliziosi biscotti ricoperti di zucchero a velo, poiché non ci avrebbero permesso di prendere Issa e andarcene (certo, non posso parlare per tutte le case arabe, ma ne so abbastanza per dire con sicurezza che non si passa semplicemente per una casa araba: ci si siede, si prende un caffè, si mangia qualcosa e si chiacchiera un po’ insieme. In questo gli ebrei arabi sono simili).

Come molti ebrei Mizrahi di seconda e terza generazione, non so parlare arabo, ma ne mastico un po’, e la musicalità della lingua ha sempre un suono che mi è familiare. Che fortuna essere stato in contatto con arabi, ebrei e semplicemente arabi, fin dalla giovane età, non sono mai stato intimidito da nulla di arabo. Al contrario: mi sono affezionato immensamente alla gentilezza, al calore del cuore, all’umorismo, alla dolcezza speciale di una strada, di un negozio o di una casa araba. Negli anni successivi, lamentavo la cesura forzata tra me e le mie radici arabe creata dalla mentalità paranoica di Israele. Come molti altri ebrei arabi della mia generazioneo, non ero più un arabo, ma nemmeno un vero e proprio israeliano e fino a oggi non sono sicuro di cosa significhi essere israeliano, in realtà, a parte la negazione delle esperienze ebraiche e la negazione delle realtà attuali).

L’israeliano, proprio come l’americano o l’inglese, connota l’essere bianco. E bianchi noi ebrei Mizrahi non lo siamo, né lo saremo mai. A differenza di molti ebrei mizrahi, mi sono rifiutato di diventare un guscio vuoto, riempito solo con il contenuto ideologico dello Stato: un ebreo arabo de-arabizzato. Questo non lo potrei essere. Ho scelto invece di essere libero.

Quando ho sentito dire del modo in cui il nonno di Nur, Khaled, la chiamava, e di quanto fosse simile al modo in cui chiamo mia figlia, e quando vedo la sofferenza, le ferite, le bruciature, il dolore e la morte dei bambini di Gaza, il ricordo e la coscienza di me, delle mie radici, conosciute e semplicemente genetiche, prendono vita immediatamente, innegabili e nude. Questi ragazzi non mi sono estranei. Loro sono io e anche i miei. Sento il loro dolore e la loro paura, capisco la tenerezza e gli addii dei loro genitori addolorati, anche se in realtà capisco solo poche parole qua e là. La mia anima capisce l’arabo, mettiamola così. Il messaggio di paura, odio e sospetto del sionismo nei confronti degli arabi e dei palestinesi mi è totalmente e per sempre estraneo. Lo considero un trionfo personale. Non odierò mai il popolo arabo. E soffro per la terribile disumanizzazione del popolo, delle società e delle comunità arabe che racchiudono così tanta bellezza, gentilezza e amore. Il mondo conoscerà la verità. Ne sono sicuro e farò tutto il possibile per contribuire a realizzare questo giorno, motivo per cui scrivo questo (io con mia figlia).

Vita della mia vita, anima della mia anima ultima modifica: 2024-01-22T18:32:05+01:00 da ALON MIZRAHI
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