Kamakiriad di Donald Fagen: un futuristico viaggio sentimentale

PAUL ROSENBERG
Condividi
PDF

English Version/ ytaliglobal

Fin da ragazzo due cose mi hanno sempre particolarmente attratto: la musica e la fantascienza. A undici anni, il pomeriggio tipico dei miei fine settimana consisteva nel leggere Ray Bradbury e ascoltare Out Of The Blue degli ELO, un gruppo verso cui ero stato attratto inizialmente dal logo della loro astronave. Non sorprende quindi che negli anni io sia stato attratto da istanze che combinavano questi due elementi, musica e fantascienza. A esempio, ho ascoltato la famosa colonna sonora di John Williams per il primo film di Star Wars (un doppio album) più di quanto abbia fatto per qualsiasi altra cosa. Ma ancora più interessanti per me sono le canzoni che combinano elementi di fantascienza, e quando ripenso ad alcune delle mie canzoni preferite di quei giorni mi vengono in mente Starship Trooper degli Yes, con le sue ovvie connotazioni, e “’39” di Brian May dei Queen, una canzone che racconta la storia degli effetti della dilatazione del tempo nei viaggi spaziali. Poi c’è l’album No Earthly Connection di Rick Wakeman, che presuppone che la musica sia stata portata sulla terra da esseri provenienti dallo spazio:

La musica è il tempo dell’astronauta
È una forma di viaggio per suscitare amore
La musica è il tempo dell’astronauta
Lasciata sulla terra perché l’uomo la trovi
La musica non ha alcun legame terreno…

[Music is the spaceman’s time
It’s a travel form of moving love
Music is the spaceman’s time
Left on earth for man to find
Music has no earthly connection…]

Queste canzoni sono solo ovviamente esempi di canzoni dai temi futuristici. D’altra parte, Kamakiriad, l’album solista di Donald Fagen del 1993, è un album di taglio fantascientifico, secondo però un ordine completamente diverso, dalla premessa tematica dell’album alle tecniche di produzione avanzate che spesso rendono il sound futuristico, direi ultraterreno, e tuttavia in qualche modo familiare. In effetti, in Kamakiriad, l’invenzione si fonde con un senso di familiarità in tanti modi, peculiari e molto efficaci, dando vita a un futuristico viaggio sentimentale in cui, sono pronto a scommetterci, molti di noi “di una certa età” possono riconoscersi.

Fagen spiega chiaramente la storia dell’album ai suoi ascoltatori nelle note di copertina del CD, che qui di seguito riporto:

Kamakiriad è un album di otto canzoni tra loro correlate. L’azione dura qualche anno e si svolge nel futuro, in prossimità del millennio. Nella prima canzone, “Trans-Island Skyway”, il narratore fa sapere che sta per intraprendere un viaggio nella sua nuova dream-car, una Kamakiri personalizzata. È costruita per il nuovo secolo: a vapore, provvista di un orto e d’un collegamento radio con Tripstar, un satellite di routing. Le sei canzoni successive descrivono le sue avventure lungo il percorso. Nell’ultimo pezzo, “Teahouse On The Tracks”, il narratore atterra nella tetra Flytown, dove deve decidere se è arrivato alla meta o se deve continuare ad avanzare verso l’ignoto.

Questa odissea in una nave futuristica inizia in un paesaggio residenziale urbano che a chi vive in America è familiare: “Ci fermiamo a Five Zoos, dopo aver passato motel e aree di parcheggio”, ma si notano altresì parole talvolta inconsuete (a partire dal titolo dell’album stesso) utilizzate per descriverlo; “Raggiungiamo la spianata proprio all’alba…” , un uso intelligente di un termine oscuro per distesa. Ma il vero elemento alieno nel primo pezzo, Trans-Island Skyway, è la musica stessa. Che strumento è quello che suona l’armonia, insistente, metallica all’inizio e poi per tutta la canzone? Una chitarra? Anche la linea di basso sembra incredibilmente meccanica – così come la batteria, che propone una parte velatamente difficile ma cruciale con la cassa e la sincope che sono, direi, perfette.

Davvero una produzione futuristica:

Irreale com’è a volte il sound, l’andamento musicale di Kamakiriad è ingannevolmente lineare, con Donald Fagen e Walter Becker spalleggiati da una solida sezione ritmica a tre – organo, chitarra e batteria. Peraltro ci sono altre sette voci di sostegno e sette fiati, nomi veramente grandi, come Randy Brecker, Lou Marini, Alan Rubin, Cornelius Bumpus e Roger Rosenberg. È un arsenale impressionante, e Fagen lo dispiega magistralmente, con pezzi di voce e sezione di fiati che rimbalzano l’un l’altro e s’intrecciano con la voce leader in modi che, sebbene ricorrenti nel lavoro di Fagen, al mio orecchio raggiungono la loro massima espressione qui in Kamakiriad.

Particolarmente esemplare, a questo riguardo, è Springtime, il terzo brano dell’album. L’interazione tra le sezioni è stupefacente. E se provate ad ascoltare di nuovo le curiose percussioni futuristiche, ogni rullio vi sembrerà un’intera sezione di strumenti, mentre a margine il pur inquieto piatto della batteria batte il ritmo in modo incredibilmente costante.

Springtime è anche un notevole esempio di sentimentalismo, l’aperto sentimentalismo che pervade l’album, la storia di una visita in un parco di divertimenti dove puoi pure guardare in faccia i dolori del passato. Sembra cupo, eppure la canzone squaderna lo sfarfallio ottimista di una storia che, si direbbe, suona abbastanza familiare…

Vacanze di Pasqua – ’66
Una capanna a Cape Sincere
Mad Mona che inforna dolci gospel
Fu un anno radicale
Un po’ di stupidera
Finiamo nel microspazio
Meglio ancora questa volta
Con Coltrane sul K.L.H.
E vai al Lake Nostalgia…

[Easter break – ‘66
A shack on Cape Sincere
Mad Mona bakin’ gospel candy
It was a radical year
We get a little silly
And we fall into microspace
It’s even better this time around
With Coltrane on the K.L.H.
Swing out to Lake Nostalgia…]

Non si può non rimanere ammirati da come Fagen incorpora i suoi punti di riferimento nei nomi stessi: “Cape Sincere”, “Lake Nostalgia”, e l’allusione a K.L.H. (che se non lo sapete, erano all’epoca considerati tra i migliori diffusori). Quanto poi a “microspazio”, parola inventata, beh, se hai mai avuto “un po’ di stupidera” dopo aver mangiato qualche “caramella gospel” probabilmente sai cosa intende dire.

Ma torniamo alla fantascienza. Il singolo Tomorrow’s Girls racconta la storia di belle donne provenienti dallo spazio, che scendono sulla Terra per rovinare la vita di uomini sventurati. Ma verranno pure da un altro mondo, ma con un’altra torsione Fagen-esca, sembrebbero molto tradizionali, “un virus che indossa pompe e perle”.

Si vede che si sta solo divertendo però, dal primo ritornello della canzone:

Da Sheilus alle scogliere di Kizmar
Da Stargate e dai mondi lontani
Corrono verso il nostro sole
S’affrettano per la festa
Ecco le ragazze di domani…

[From Sheilus to the reefs of Kizmar
From Stargate and the Outer Worlds
They’re speeding towards our sun
They’re on a party run
Here come Tomorrow’s Girls…]

Ma d’altra parte, non ti sbagli – queste ragazze sono aliene, e sono pericolose:

Sbarcano sulle spiagge del Jersey
I loro motori fanno turbinare la sabbia bianca
Il caldo è così intenso
I terrestri non hanno difesa
Contro le ragazze di domani…
[They’re landing on the Jersey beaches
Their engines make the white sand swirl
The heat is so intense
Earthmen have no defense
Against Tomorrow’s Girls…]

Noterete come via via, nell’album, il sound si faccia costantemente più tradizionale – a parte gli inarrivabili toni bassi e rotondi che Walter Becker riesce a ottenere, il resto di Tomorrow’s Girls ha più fantascienza nei testi che nella musica.

Nelle canzoni che poi seguono, il viaggio del narratore è un susseguirsi di alti e bassi, e come si apprende all’inizio dell’album, nell’ultimo brano finisce, come tanti di noi, a fondo, nella tetra Flytown. Eppure per una canzone che inizia con il verso “Tonight could be the night you crash” [Stanotte potrebbe essere la notte in cui ti schianti], c’è una sensazione decisamente positiva, ottimista nella musica, che ora ha completamente abbandonato i suoni futuristici high tech dell’inizio dell’album a favore di un’atmosfera da jazz club fatiscente – Teahouse on the Tracks. Di nuovo, la storia abbandona anche la fantascienza, perché proprio come pensa il nostro eroe, lui potrebbe essere alla fine, coglie le tensioni di una jam session, si fa prendere, dove

Un gatto ti dice amico
Se hai gli occhi
Per ritmatizzare
Porta il tuo cappello schiacciato e l’ascia

[Some cat says buddy
If you’ve got eyes
To rhythamatize
Bring your flat hat and your ax]

Ecco un altro esempio dei giochi di parole inventati da Fagen – “rhythamatize” – sai istintivamente cosa significa – oppure “groovessential” (goditelainsomma) (la mia parola preferita) che appare più avanti nella canzone, quando immerso in una frizzante jam session (“la folla saltellava, in sincronia con il ritmo”), il narratore sente “da qualche parte nel profondo… cose congelate che cominciano a rompersi”. Il giorno dopo è in piedi e pronto ad affrontare di nuovo il mondo:

È domenica mattina
Sei di nuovo al volante
Ti senti calmo, fresco, forte
Se ti pare giusto
guida finché c’è luce
Questi sono i fatti groovessential…

[On Sunday morning
You’re back at the wheel
You’re feeling calm and crisp and strong
If it feels right
Just drive for the light
That’s the groovessential facts…]

Devo dire che mi aveva davvero commosso l’ottimismo spudorato di questa canzone, specie perché proveniente da un tipo come Fagen, che fino ad allora aveva come coltivato, con Becker, l’immagine del cinico furbetto. Ma ripeto se vedi canzoni come Any Major Dude o Rikki Don’t Lose That Number, t’accorgi che non sempre rivolgono uno sguardo stanco a ogni tema.

Peraltro il cambiamento non era solo prettamente musicale. Quello stesso anno Fagen, fino allora appartato, fece una tournée con i NY Rock e i Soul Revue, a cui, quando poi io lo vidi, si era unito anche Walter Becker. Seguì poi una serie di tournée di Steely Dan, e si scoprì un altro Steely Dan – e Donald Fagen – molto più leggero. Fu bello vedere, soprattutto quella prima tournée, quando Fagen si alzava dalla tastiera con la sua melodica ed eseguiva Teahouse On The Tracks, e ha fatto una giga sul palco quando cantava il verso “you get a case of party feet”.

Donald Fagen, che esegue la canzone più positiva e ottimista che abbia mai scritto e che balla sul palco. Fu quello un viaggio sentimentale che non dimenticherò mai, come lo è Kamakiriad, che mi piace ancora immensamente ogni volta che lo sento, a trent’anni dalla sua uscita, e che, per quel che vale, considero uno degli album più straordinari mai prodotti.

E questo, cari amici, è il fatto groovessential.

Traduzione di Guido Moltedo

Kamakiriad di Donald Fagen: un futuristico viaggio sentimentale ultima modifica: 2024-01-23T19:52:41+01:00 da PAUL ROSENBERG
Iscriviti alla newsletter di ytali.
Sostienici
DONA IL TUO 5 PER MILLE A YTALI
Aggiungi la tua firma e il codice fiscale 94097630274 nel riquadro SOSTEGNO DEGLI ENTI DEL TERZO SETTORE della tua dichiarazione dei redditi.
Grazie!

VAI AL PROSSIMO ARTICOLO:

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE:

Lascia un commento