Trump pigliatutto (ma non troppo)

L'ex presidente è riuscito a consolidare la maggioranza dei consensi repubblicani in Iowa. Ma i dati rivelano nel contempo la sua relativa vulnerabilità tra alcuni blocchi elettorali: gli elettori delle periferie e quelli con un alto livello di istruzione.
MARCO MICHIELI
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Donald Trump ha vinto il caucus in Iowa con il 51 per cento e conquistato tutte le contee dello stato, tranne una, persa per un voto. Se potevano esserci dubbi sulla sua presa sul Partito repubblicano, l’Iowa è l’ulteriore prova che questo è il partito di Trump. L’ex presidente ha ancora una volta dimostrato che il legame con i suoi elettori è “The Most Durable Force in American Politics”, la forza più duratura della politica americana, come ha titolato il New York Times.

Escono sconfitti il governatore della Florida Ron DeSantis, che è arrivato secondo con il 21 per cento; e l’ex ambasciatrice delle Nazioni Unite Nikki Haley, che è arrivata terza con il 19 per cento. Quarto classificato è stato l’uomo d’affari Vivek Ramaswamy, che ha abbandonato la corsa dopo aver ottenuto solo l’8 per cento dei voti e dichiarato il proprio supporto a Trump.

Nonostante l’affluenza più bassa rispetto al caucus del 2016, complici le basse temperature e una bufera di neve, Trump ha conquistato una percentuale che è più del doppio della quota ottenuta otto anni fa (anche se in termini di voti reali, lo scarto è di poche migliaia). La differenza in termini percentuali con DeSantis è stata di 30 punti, quella con Haley di 32. Prima di Trump, il più grande margine di vittoria per un vincitore repubblicano del caucus dell’Iowa era stato quello di Bob Dole nel 1988, con 13 punti di vantaggio. Trump l’ha cancellato.

Malgrado il ruolo avuto nell’incitazione all’attacco al Campidoglio del 6 gennaio 2021 e le 91 accuse penali per aver tentato di sovvertire le elezioni del 2020, per aver conservato documenti classificati e per aver falsificato i registri relativi ai pagamenti di denaro non richiesto a una pornostar, Trump è largamente sostenuto dalla base del suo partito. Un’indulgenza politica che si manifesta nonostante le molteplici sconfitte elettorali, alle elezioni presidenziali del 2020 e a quelle di metà mandato del 2018 e del 2022.

Secondo le inchieste sul campo, quasi due terzi dei partecipanti al caucus dell’Iowa sono d’accordo con le sue false affermazioni sui brogli elettorali e non pensano che Biden abbia legittimamente battuto Trump. Oltre il 60 per cento ha affermato che Trump sarebbe idoneo a ricoprire la carica di presidente anche se fosse condannato.

Rispetto al caucus del 2016, anche se con una minore partecipazione – segnale comunque di qualche malessere -, e con il suo status di quasi-incumbent, Trump ha migliorato la sua precedente performance praticamente ovunque nello Stato. Ha dimostrato certamente di aver imparato a giocare un gioco, quello delle primarie e dei caucus, che un tempo ignorava.

Secondo Politico, l’ex presidente ha guadagnato più terreno nei luoghi in cui era stato più debole otto anni fa: nel 2016 diverse decine di distretti hanno dato a Trump meno del 10 per cento dei voti nei caucus ma quest’anno l’ex presidente ha vinto il 35 per cento dei voti in quelle aree. Ha inoltre continuato a guadagnare in aree che erano già sue roccaforti. La contea di Fremont, nell’angolo sud-occidentale dell’Iowa lungo i confini con il Nebraska e il Missouri, è stata la contea in cui Trump ha ottenuto i migliori risultati nel 2016, conquistando il 42 per cento dei voti. Quest’anno ha ottenuto il 68 per cento dei voti. 

Trump non ha avuto quindi problemi a solidificare la sua base e ha persino ampliato il suo sostegno tra i repubblicani dello stato. Un partito un tempo diviso su di lui si è in gran parte consolidato attorno alla sua figura. Trump gode anche di un’enorme quantità di endorsement, un vero e proprio record: 9 governatori, 24 senatori e 116 deputati. Secondo Fivethirthyeight.com, Trump si è presentato in Iowa con il 44 per cento di tutti gli endorsement che era possibile ottenere dai repubblicani. Dal 1972, solo quattro candidati presidenziali si sono presentati in Iowa con una quota maggiore di endorsement dal proprio partito. In confronto, solo 22 tra governatori, senatori e deputati appoggiano il governatore della Florida Ron DeSantis o l’ex ambasciatrice delle Nazioni Unite Nikki Haley. E non vi sono molti altri dirigenti repubblicani disponibili a imbarcarsi in una campagna contro l’ex presidente.

Ma c’è anche qualche ombra per il frontrunner repubblicano, soprattutto in vista delle elezioni di novembre. Trump è rimasto sostanzialmente immobile tra i più giovani che frequentano i caucus di età inferiore ai 30 anni, guadagnando solo 3 punti percentuali. Un dato che smentisce gran parte dei sondaggi pubblici per le elezioni generali, che mostrano Trump guadagnare consensi con i giovani elettori in un confronto con il presidente Biden. 

L’altro è un problema di titoli di studio. La contea di Johnson è stata l’unica contea che Trump non ha vinto in maniera netta. È la sede dell’Università dell’Iowa ed è l’unica contea dello Stato in cui la maggioranza degli adulti ha una laurea. Haley lo ha superato per un solo voto. Trump ha faticato anche nella città di Ames, dove ha sede la Iowa State University, ottenendo solo il 27 per cento dei voti in tutta la città. Trump ha anche ottenuto risultati peggiori nelle aree in cui non è riuscito a battere il presidente Joe Biden alle elezioni presidenziali del 2020 – luoghi in cui gli elettori repubblicani e indipendenti, che possono partecipare al caucus iscrivendosi al partito il giorno del caucus, tendono a essere più moderati rispetto alle zone più rosse dello Stato. Delle sei contee dell’Iowa vinte da Biden nel 2020 – tutte per lo più urbane o suburbane – lunedì Trump ha superato il 50 per cento solo in una di esse.

Questo è uno dei problemi che la campagna di Trump dovrà affrontare: lo schieramento che lo ha sostenuto in Iowa è diverso dal 2016. E soprattutto più ristretto. Nel 2016 infatti Trump, che ottenne il 24 per cento e perse l’Iowa a vantaggio del senatore Ted Cruz, poteva vantare su una coalizione diversificata, fatta di conservatori e moderati, con un’equa distribuzione di persone con titolo di studio universitario e quelle senza, con una presenza di evangelici bianchi modesta. La sua coalizione attuale in Iowa è ormai in maggioranza bianca evangelica, molto conservatrice, senza un titolo di studio universitario e più anziana.

Questa dinamica in Iowa rispecchia la dinamica dell’elettorato nazionale in generale, in particolare per l’elettorato senza un titolo di studio universitario. Un sondaggio del New York Times/Siena College del mese scorso mostrava Biden in vantaggio su Trump di 27 punti tra i probabili elettori con una laurea, ma Trump era in vantaggio di 15 punti tra gli elettori senza laurea. Una base importante ma ancora troppo ristretta a livello nazionale. Anche se Trump ha una grande capacità di mobilitazione del suo elettorato e nel passato ha anche saputo smobilitare una parte di elettorato democratico in alcuni stati decisivi, alle elezioni presidenziali queste doti politiche potrebbero non essere sufficienti.

E per testare il suo appeal con altri blocchi elettorali diversi da quello che lo ha sostenuto in Iowa, le primarie del New Hampshire sono un test importante.

L’ex ambasciatrice alle Nazioni Unite ed ex governatrice del South Carolina Nikki Haley ha puntato tutto sul Granite State, il nomignolo con cui è conosciuto il New Hampshire per le sue estese cave di granito. A priori Haley avrebbe molti più elementi a suo favore qui rispetto all’Iowa. Lo Stato è meno conservatore, meno religioso e con un maggior numero di elettori indipendenti rispetto all’Iowa. Ha anche il sostegno del popolare governatore repubblicano dello Stato, Chris Sununu, un moderato.

Haley starebbe quindi cercando di mobilitare un numero crescente di repubblicani più moderati e di indipendenti per cercare di restare in gioco. Spera probabilmente anche di ottenere i (pochi) consensi degli elettori dell’ex governatore del New Jersey Chris Christie e l’ex governatore dell’Arkansas Asa Hutchinson, i candidati più critici nei confronti di Trump e che oggi sono fuori dalle primarie. Nessuno dei due ha invitato tuttavia a votare per Haley.

La ragione è che Haley si trova in una situazione critica: attaccare Trump ma non troppo. Un giorno dopo il suo terzo posto in Iowa, la campagna dell’ex governatrice ha iniziato a promuovere annunci televisivi che ritraggono Trump come un bullo e un bugiardo. La sua campagna ha diffuso una nota in cui definisce l’ex presidente “più vulnerabile di quanto comunemente si creda”. Haley ha anche annunciato che non parteciperà ai due dibattiti programmati dai media in vista delle primarie del New Hampshire, visto che Trump ha deciso di non parteciparvi. Ma Haley non riesce a superare alcuni limiti che Christie e Hutchinson hanno invece varcato. L’ex ambasciatrice alle Nazioni Unite ha per esempio rifiutato di dire che Trump è inadatto a diventare presidente.

Nel frattempo Trump fa Trump. Con i sondaggi che lo danno in netto vantaggio – secondo un sondaggio del Boston Globe/Suffolk University/NBC-10 di Boston, l’ex presidente otterrebbe il 50 per cento dei consensi tra i probabili elettori delle primarie repubblicane del New Hampshire, Nikki Haley il 34 per cento e Ron DeSantis il 5 per cento – si è rifiutato di partecipare a un dibattito pubblico con i suoi rivali. 

Ha poi accusato Haley di nascondere le sue origini indiane:

Chiunque abbia ascoltato il discorso strampalato di Nikki ‘Nimrada’ Haley ieri sera, penserebbe che abbia vinto le primarie dell’Iowa,

ha scritto Trump in un post sulla sua piattaforma di social media, sbagliando intenzionalmente il nome di nascita di Haley, “Nimarata”.

Ma, al di là della verifica del peso delle varie fazioni interne ai repubblicani e dell’appeal di Trump con un elettorato di tipo diverso da quello della sua base, elemento non secondario per le elezioni di novembre, la nomination repubblicana non sembra tuttavia essere in palio in New Hampshire. Le divisioni repubblicane nello Stato non sono presenti nella maggior parte del Paese, dove il partito è in mano a Trump che ha riempito i partiti statali di lealisti e, nell’ultimo anno, ha fatto leva su di loro per cambiare le regole nei loro Stati a favore di Trump. Prendiamo ad esempio uno Stato come la California che ha il maggior numero di delegati. Qui la squadra di Trump ha esercitato con successo pressioni sul partito statale affinché cambiasse le regole per assegnare tutti i delegati a chi avesse ottenuto il 50 per cento. Un modo per concludere il processo delle primarie il più rapidamente possibile (il 70 per cento dei delegati sarà assegnato entro la fine di marzo).

Un’impresa non da poco per un candidato che ha iniziato la sua carriera politica contro l’establishment repubblicano e che oggi ha rimodellato quello stesso partito a sua immagine e somiglianza.

Trump pigliatutto (ma non troppo) ultima modifica: 2024-01-23T19:56:34+01:00 da MARCO MICHIELI
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