L’uomo che tremare il mondo fa

ROBERTO BERTONI BERNARDI
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Già quarant’anni senza Fulvio Bernardini, romano di Roma ma cultore, ben in anticipo sui tempi, del pensiero universale. Del resto, “Fuffo”, classe 1905, è sempre stato un amante della bellezza e dell’intraprendenza, tanto che fu lui a intuire il talento di un giovanotto destinato a compiere imprese straordinarie e a segnalarlo all’allora tecnico nerazzurro Árpád Weisz. Si chiamava Giuseppe Meazza e il resto è storia. 

Fuffo

Non meno epica è stata la sua carriera da allenatore. Sempre in nome dell’arte e della meraviglia, condusse una Fiorentina corsara e imbottita di piedi buoni al primo scudetto del ’56, giungendo, l’anno successivo, a disputare addirittura la finale di Coppa dei Campioni contro il Real Madrid di Di Stéfano e Kopa. Ovviamente, contro i mostri in maglietta bianca non ci fu nulla da fare, ma già il fatto di aver trascinato una provinciale di lusso a quell’appuntamento dovrebbe rendere l’idea di chi sia stato questo rivoluzionario dal cuore gentile. L’apoteosi, tuttavia, la toccò sull’altro versante dell’Appennino, nove anni dopo, quando prese per mano l’ultimo Bologna del presidente Dall’Ara e lo convinse di poter conquistare lo scudetto, rinverdendo gli antichi fasti dello “squadrone che tremare il mondo fa”. E il tricolore arrivò, al termine di una stagione segnata dall’ombra del doping e da accuse infamanti. A crederci erano rimasti in pochi, tra questi Bernardini, che nello spareggio del 7 giugno del ’64 all’Olimpico regalò ai rossoblu l’ultima immensa gioia della loro storia. Di fronte, infatti, c’era l’Inter di Herrera, reduce dalla vittoria in Coppa dei Campioni contro un Real Madrid a fine ciclo ma comunque ancora in grado di schierare una formazione intrisa di fuoriclasse. A Vienna era finita 3 a 1 per i nerazzurri, grazie a una doppietta di Mazzola e a un gol di Milani, con in mezzo una rete del madridista Felo. A Roma, invece, le esauste truppe del conducator argentino dovettero arrendersi alla maggior freschezza dei ragazzi di “Fuffo”, portato in trionfo a fine partita, in uno stadio traboccante di felicità.

Bernardini (al centro della formazione), alla Roma nella stagione 1931-32

Giorgio Tosatti, una volta, lo paragonò a Garibaldi, avendo anche lui trovato la sua Caprera in terra ligure, dove spigolò le ultime glorie da allenatore alla guida della Sampdoria, lanciando un altro giovanotto destinato a fare grandi cose, soprattutto dopo essersi seduto in panchina: tal Marcello Lippi, viareggino, svezzato dai precetti di questo sincero talent scout dal fiuto impareggiabile e capace di metterli in pratica in ogni sua avventura, fino a giungere sul tetto del mondo alla guida di una Nazionale ancora sconvolta dallo scandalo di Calciopoli. 

Infine, quando ormai chiunque dava per morti gli Azzurri al termine del ciclo dei messicani, troppo vecchi e stanchi per ottenere risultati decenti ai Mondiali del ’74 e privi di ricambi adeguati, accettò la sfida di setacciare i talenti che otto anni dopo Bearzot avrebbe condotto alla gioia imperitura di Madrid. Da Meazza ai miti del Mundial, insomma, sono tutti figli suoi.

Bernardini con la Fiorentina per la prima volta campione d’Italia nella stagione 1955-1956

D’altronde, solo un genio irriverente come lui poteva suonare il clacson e tentare di sorpassare l’automobile del Duce, che procedeva a passo di lumaca lungo via Nazionale e non aveva alcuna intenzione di fargli strada. Per Bernardini era un’auto come un’altra. Mal gliene incolse: mentre si stava gustando le fettuccine caserecce fatte dalla mamma, si presentarono a casa sua due uomini vestiti di nero e gli ritirarono la patente. 

Al dottor Fulvio Bernardini, laureato in Scienze Economiche alla Bocconi, colto come pochi, sempre sul pezzo e indomito nella difesa dei valori che lo avevano animato fin dall’infanzia, nulla poteva davvero impressionarlo. 

Pozzo lo accantonò perché era troppo bravo: giustificazione ridicola ma che rende bene la caratura del personaggio. 

Bernardini, tecnico del Bologna, conferisce con il danese Harald Nielsen e il tedesco Helmut Haller

La vita lo ha ripagato di quell’amarezza con gli interessi. E noi, quarant’anni dopo, siamo qui a rendere omaggio a una figura singolare, mai incline ad accettare le mode, pronta a mettere l’anima in ogni battaglia, contraria, per indole e grandezza acquisita, a piegarsi alla diplomazia pelosa dei furbetti e dei parvenu. 

Sono stati in pochi, in quasi un secolo di storia dei tornei a girone unico, a conquistate il titolo fuori dall’asse Milano-Torino. “Fuffo” c’è riuscito perché, restando nella metafora garibaldina, quando è giunto nella sua metaforica Teano, anziché obbedire, ha risposto ai tanti re che volevano spartirsi le sue conquiste: no, grazie.

Immagine di copertina: Roma, stadio Olimpico, 7 giugno 1964. Bologna F.C. — F.C. Internazionale 2-0, campionato italiano di Serie A 1963-64, gara di spareggio per il 1º posto: l’allenatore bolognese Fulvio Bernardini viene portato in trionfo dai suoi calciatori al termine della vittoriosa partita, che ha dato al club il 7º Scudetto della sua storia.

L’uomo che tremare il mondo fa ultima modifica: 2024-01-25T19:45:10+01:00 da ROBERTO BERTONI BERNARDI
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