Europee e capilista, che mal di testa

Tanto a Bruxelles quanto in Italia, il dibattito su chi guiderà la battaglia elettorale in giugno porta con sé molte contraddizioni. Sorride solo Giorgia Meloni.
MATTEO ANGELI
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La grande famiglia del centrosinistra europeo ha scelto la settimana scorsa il suo portacolori alle prossime elezioni per il rinnovo dell’Eurocamera. Si tratta del lussemburghese Nicolas Schmit, attuale commissario europeo al Lavoro e ai Diritti sociali. Schmit, settant’anni, alle spalle una carriera da diplomatico e politico nel Granducato, si è imposto per mancanza di avversari. Gli aspiranti Spitzenkandidat – così si chiama il capolista nel gergo europeo – avevano tempo fino al 17 gennaio per presentare la loro candidatura. 

L’Alleanza Progressista dei Socialisti e Democratici (S&D) – a cui è affiliato anche il Partito Democratico – è il secondo gruppo politico in termini di peso in Parlamento europeo. Una posizione che con ogni probabilità manterrà dopo il voto del 6-9 giugno. L’ultimo sondaggio di Europe Elects lo dà infatti a 141 seggi, dietro al Partito Popolare Europeo (PPE, 179 seggi), ma davanti a Identità e Democrazia (I&D, 93 seggi), il gruppo politico che riunisce tra gli altri Lega, Front National e Alternative für Deutschland. 

Il Partito del Socialismo Europeo (PES), che in Parlamento europeo è rappresentato dal gruppo S&D, annunciando la nomina di Schmit a Spitzenkandidat, ha sottolineato come egli sia il padre della direttiva sul salario minimo adeguato e del meccanismo SURE, strumento dell’Ue per combattere la disoccupazione. È l’inizio di una campagna che cercherà di ritrarlo come il campione dell’Europa sociale, mantra della sua famiglia politica. 

Decisivo in ogni caso è stato il sostegno incassato da due dei più importanti partiti del centrosinistra europeo, la SPD – il Partito Socialdemocratico di Germania – e il PSOE – il Partito Socialista Operaio Spagnolo. La corsa si è quindi chiusa ai nastri di partenza, anche se il politico lussemburghese dovrà attendere il 2 marzo per essere formalmente eletto capolista, in occasione del congresso che il PES terrà a Roma. 

Il percorso che ha portato alla nomina di Schmit non è stato però lineare come sembra. Circolavano almeno due altri nomi. Quello di Maroš Šefčovič, vice-presidente della Commissione europea e commissario che ha preso le redini del Green Deal dopo il ritorno di Frans Timmermans in Olanda. E quello di Katharina Barley, una vice-presidente del Parlamento in quota SPD, più volte ministra in Germania ai tempi delle grandi coalizioni targate Merkel.

Non proprio due prime punte. Il che la dice lunga su quanto il centrosinistra europeo ancora creda in un sistema, quello degli Spitzenkandidat, introdotto nel 2014, con la promessa che il partito con più voti indichi il presidente della Commissione. Questa misura è stata a lungo presentata come una sorta di panacea per avvicinare i politici europei ai loro elettori. Rimane in questo senso difficile immagine come Schmit, figura apprezzata dai movimenti sindacali del continente ma sconosciuta al di fuori del piccolo Lussemburgo, possa riuscire a mobilitare il variegato (ed esigente) elettorato progressista europeo. Non a caso, il 15 gennaio Politico titolava sarcasticamente “Nicolas, chi?”.

Nicolas Schmit (a destra) con il collega Paolo Gentiloni, commissario europeo per gli Affari economici 

I pesi massimi del socialismo europeo, da Pedro Sanchez a Mette Frederiksen, sono rimasti fuori dai giochi. Meglio restare a guardare. Il nome della seconda ricorre regolarmente come possibile sostituta di Charles Michel alla presidenza del Consiglio europeo. Si poteva comunque fare di più? La sensazione è che pure il nostro Paolo Gentiloni, commissario europeo con ormai la valigia in mano, sarebbe stato uno Spitzenkandidat con più appeal. 

Per Schmit, fare il capolista è l’unico modo per mantenere il posto a Bruxelles. Il partito che guida la coalizione di governo in Lussemburgo, il CSV (Partito Popolare Cristiano Sociale) ha infatti già reso noto che intende indicare l’ex questore del Parlamento europeo, Christophe Hansen, per il posto di commissario in quota al Granducato. A chi glielo fa presente, Schmit ricorda che nel 2014, quando il suo partito (LSAP – Partito Operaio Socialista Lussemburghese) era al governo, era proprio lui il candidato lussemburghese designato alla Commissione. Ma la vittoria del PPE, guidato dal connazionale Jean-Claude Juncker, che poi divenne l’inquilino del Berlaymont, lo costrinse a fare un passo indietro. 

Ironicamente, è probabile che nell’imminente campagna elettorale Schmit difenda l’operato della Commissione von der Leyen più della presidente della Commissione stessa.
La discesa in campo di Schmit costringe Ursula von der Leyen a uscire presto allo scoperto. Per il PPE, la sua famiglia politica, riproporla alla guida della Commissione è una scelta obbligata. Ma i popolari non le daranno carta bianca. Anzi, nel centrodestra europeo si fanno sempre più forti le pressioni per rinnegare parte del lascito dell’esecutivo uscente. 

In termini di tempistiche, Politico rivela che von der Leyen dovrebbe sciogliere le riserve il 19 febbraio, a Berlino. Quel giorno, il presidio della CDU (l’Unione Cristiano Democratica di Germania) dovrebbe riunirsi per appoggiare formalmente la candidatura della sua esponente. A tal proposito, Friedrich Merz, leader del partito che fu di Merkel, ha già dichiarato pubblicamente di volere il von der Leyen bis. 

Per essere nominata ufficialmente Spitzenkandidatin, Ursula von der Leyen dovrà comunque attendere il 6-7 marzo, quando il PPE si riunirà in congresso a Bucarest. Ma la sua incoronazione sarà a quel punto solo una formalità, tenuto conto del peso della CDU all’interno del PPE e del fatto che, salvo sorprese, nessuno tra i popolari europei cercherà di sfidarla. 

Già certo è che von der Leyen non farà campagna per un seggio in Parlamento europeo. La CDU del suo Land, la Bassa Sassonia, ha ormai pubblicato la lista dei candidati che correranno in giugno per un seggio e lei non vi figura. Da tempo la presidente della Commissione aveva fatto sapere di non voler essere in lista. Questo ha fatto alzare le sopracciglia ad alcuni commentatori, i quali ritengono che in questo modo la sua candidatura perda di legittimità democratica. 

Più complesso ancora sarà definire il messaggio con cui l’inquilina attuale di palazzo Berlaymont cercherà di succedere a sé stessa. Il sito di informazione europea Euractiv ha visionato una bozza del manifesto che il PPE sta preparando in vista della campagna. In molti punti esso prometterebbe un dietrofront rispetto all’ambizione climatica con cui von der Leyen ha plasmato il suo Green Deal. Plateale in questo senso è l’impegno del PPE a rivedere lo stop ai motori termici alimentati a benzina e diesel, previsto per il 2035.

Ursula von der Leyen e il leader del Partito Popolare Europeo, l’europarlamentare bavarese Manfred Weber

L’appoggio del suo partito avrà quindi un sapore amaro. Von der Leyen sarà costretta a fare campagna contro sé stessa, esibendosi in un complesso esercizio di equilibrismo. Dovrà spostarsi a destra, abbastanza per soddisfare i compagni di partito. Ma non troppo da alienare il sostegno dei capi di stato e governo di un altro colore politico. Perché a loro spetta l’ultima parola sulla sua riconferma. 

Molto dipenderà da come cambieranno gli equilibri in Parlamento. Secondo i sondaggi, i liberali di Renew Europe, il gruppo politico dominato dalla delegazione del presidente francese Emmanuel Macron, subiranno gravi perdite. Rischiano di passare da terza a quinta forza dell’Eurocamera e di perdere il ruolo di kingmaker che hanno giocato durante questa legislatura. Gli scenari sono pessimi anche per gli ecologisti. Altro che onda verde, come fu nel 2019. Questa volta sono i partiti dell’arco destro del Parlamento ad avere il vento in poppa.

Tra questi, Fratelli d’Italia gioca il ruolo di corteggiata speciale. Non è un caso se von der Leyen risponde “presente” ogni volta che Giorgia Meloni la invita in Italia. Che restino all’interno del loro gruppo politico – i Conservatori o Riformisti Europei (ECR) – o che ne escano, per aderire al PPE (come una certa fantapolitica europea spera o teme), Meloni e le sue truppe hanno davanti a sé un’occasione d’oro per strappare lo scettro di kingmaker a Macron.

Sarebbe la fine famoso cordone sanitario? Non nella forma, perlomeno. Perché, come affermano i sostenitori di uno spostamento a destra del baricentro politico europeo, ancora più a destra dell’ECR c’è un altro gruppo politico, l’I&D di Salvini e Le Pen. 

In questo contesto s’inserisce il dibattito su un altro tipo di capilista, quelli che guideranno i partiti italiani in vista del voto di giugno. Una discussione che crea grandi mal di pancia all’interno del PD. Elly Schlein, che avrebbe voglia di guidare il partito in tutte le circoscrizioni, deve fare i conti con la levata di scudi dei notabili e, soprattutto, delle donne del partito. Sorride, invece, la sua nemesi, Meloni. I sondaggi attribuiscono a Fratelli d’Italia almeno quattro punti in più, dal 28 al 32 per cento, nel caso di una discesa in campo della premier. A essere penalizzati, però, sarebbero innanzitutto in suoi alleati: la Lega passerebbe dall’8 al 6,5 per cento e Forza Italia dal 7 al 6,5 per cento.  

Europee e capilista, che mal di testa ultima modifica: 2024-01-27T17:05:19+01:00 da MATTEO ANGELI
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