Ho visto Jannik giocare 

ROBERTO BERTONI BERNARDI
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Come De André aveva visto “Nina volare”, noi un giorno potremo dire di aver visto Jannik giocare. E potremo raccontare ai nostri figli e nipoti quella domenica d’inverno in cui facemmo colazione iniziando a vederlo all’opera all’altro capo del mondo (precisamente agli Australian Open in quel di Melbourne), avversario il fortissimo tennista russo Daniil Medvedev, e finimmo di gustarcelo all’ora di pranzo, passando nell’arco di una mattinata dalla sofferenza per una possibile sconfitta (aveva perso i primi due set) all’estasi per una vittoria che, in uno Slam, mancava all’Italia dai tempi di Panatta (all’epoca fu il Roland Garros a Parigi). 

Sinner ha vinto con la testa, con la resistenza fisica ma, prim’ancora, psicologica e con la tenuta mentale, al termine di una battaglia eroica con un rivale che si è rivelato assai più ostico rispetto a sua maestà Đoković, ormai detronizzato dal campione di San Candido. Ora il migliore è lui, non ci sono dubbi. E cominciamo a riflettere se sia vero che intorno al tennis sia difficile costruire un’epica. Certo, Martellini che quasi spinge in porta Gigi Riva contro la Germania Ovest farà per sempre parte del costume nazionale, ma anche questa domenica di fine gennaio è destinata a segnare una generazione. Erano quasi cinquant’anni, infatti, che non godevano così, che non amavamo così la racchetta, che non avevamo come idolo uno sportivo che non fosse un calciatore, che non sognavamo a occhi aperti seguendone le gesta e accompagnandone le imprese.

Adesso bisogna stare attenti a non esagerare con la retorica, anche se un pizzico non guasta. E bisogna ricordarsi che qualche incontro lo perderà anche lui, attraverserà momenti difficili, subirà critiche, chi oggi lo esalta magari lo denigrerà o la darà anzitempo per finito, siamo pur sempre in Italia. La grandezza, tuttavia, è indiscutibile, al pari della grinta, della tenacia, del coraggio, dello smisurato talento e del costante desiderio di migliorarsi. 

Se Sinner è diventato Sinner è perché ha saputo perdere in passato, accettando un naturale percorso di crescita e non precorrendo i tempi. Ecco, è la sua maturità a sbalordirci, come se questo ragazzo di appena ventidue anni ne avesse almeno dieci in più, come se avesse vissuto già mille vite, e in parte è così, avendo oltretutto acceso una passione popolare intorno allo sport più aristocratico che esista. Fa sorridere anche il fatto che quest’ondata di felicità collettiva sia stata suscitata da un misurato altoatesino, per nulla incline ad assecondare i vizi nazionali. Non ha vinto un capopopolo, un arci-italiano, un conducator, un monopolizzatore di conferenze stampa, un personaggio dedito agli eccessi, non c’è nulla di folle o di esagerato in lui. Ha vinto la cultura del lavoro, la dedizione, la semplicità, e forse è proprio di questa straordinaria normalità che abbiamo bisogno, in una stagione in cui, in altri ambiti, trionfa la pazzia. 

Jannik ha vinto, ha sorriso, ha ringraziato, ha alzato la coppa e già pensa ai prossimi obiettivi da realizzare. Se prendessimo esempio da lui, in ogni settore, saremmo un Paese meraviglioso. 

Ho visto Jannik giocare  ultima modifica: 2024-01-28T17:37:44+01:00 da ROBERTO BERTONI BERNARDI
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