“Prometeo”, ora e allora

Quarant’anni dopo, l’opera del grande maestro veneziano è stata riallestita dalla Biennale di Venezia, nell’ex chiesa di San Lorenzo, luogo voluto e scelto dal compositore scomparso nel 1990 e del quale, il 29 gennaio, ricorre il centenario della nascita.
SANDRA GASTALDO
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Dov’era, ma non com’era. Il Prometeo di Luigi Nono, riallestito dalla Biennale di Venezia, a quarant’anni dalla prima esecuzione assoluta, nell’ex chiesa di San Lorenzo, luogo voluto e scelto dal compositore scomparso nel 1990 e del quale, il 29 gennaio, ricorre il centenario della nascita, non è – e non potrebbe essere  – il medesimo lavoro che il pubblico ascoltò nel settembre del 1984.

Non sarebbe del resto possibile un “com’era”. Prima di tutto perché ogni esecuzione musicale è, in effetti, un unicum; poi perché nel 1984 la chiesa era stata rivestita con una straordinaria arca lignea su più livelli progettata da Renzo Piano: una “nave” che era anche un prodigioso strumento musicale servito successivamente come modello ad altri architetti per la progettazione di nuovi teatri.

Esterno dell’ex chiesa di San Lorenzo 
Il pubblico in attesa di entrare alla prima del Prometeo 

L’arca di Piano, dopo le rappresentazioni di Venezia, andò a Milano dove, all’Ansaldo, nel 1985 il Prometeo –  co-prodotto con il teatro Alla Scala – fu riproposto nella sua versione definitiva. Dopo di allora, dell’uso della struttura non ci sono più  tracce, e l’arca è finita probabilmente in qualche deposito, nonostante, con grande lungimiranza, ancora nel settembre del 1984, quattro consiglieri comunali, di partiti diversi, avessero sollecitato la città di Venezia a mantenere  stabilmente in San Lorenzo – oggi sede di Ocean Space TBA21–Academy – la realizzazione di Piano. La vicenda è ricordata dal compositore veneziano Nicola Cisternino, (autore, tra  l’altro, di un volume dedicato a Luigi Nono uscito nel 2021 per i tipi de Il Poligrafo) che possiede una preziosa raccolta di documenti dell’epoca.

Dov’era, ma non com’era, dunque. Anche perché un ruolo chiave nell’allestimento, volutamente  non scenico, ebbe alla prima assoluta la concezione delle luci pensate dal pittore Emilio Vedova, che non è stata riproposta ora.  

Un’idea delle installazioni originali e dell’elaborazione dei progetti per il nuovo Prometeo è possibile ricavarla dalla visita di una mostra organizzata dall’Accademia di Belle Arti, aperta al Magazzino del Sale 3 fino al prossimo 16 marzo.

Il nuovo allestimento fascia internamente San Lorenzo con una struttura di due emicicli di tubi Innocenti pensata da Antonello Pocetti e Antonino Viola e illuminata da Tommaso Zappon: una intelaiatura nuda che s’ispira vagamente ai cori lignei e alle architetture effimere elevate anticamente nelle chiese per ospitare, su livelli diversi di altezza, voci e strumentisti.    

Su piattaforme sospese hanno preso posto l’Orchestra di Padova e del Veneto, il coro del Friuli Venezia Giulia, i solisti Roberto Fabbriciani al flauto, Carlo Lazari alla viola, Michele Marco Rossi al violoncello, Roberta Gottardi al clarinetto, Giancarlo Schiaffini (tuba/trombone), Emiliano Amadori al contrabbasso e i soprani Livia Rado e Rosaria Angotti, i contralti Chiara Osella e Katarzyna  Otczyk, il tenore Marco Rencinai, le voci recitanti Sofia Pozdniakova e Jacopo  Giacomoni.

A dirigere è stato Marco Angius (che con Vidolin nel 2017 propose proprio un Prometeo al teatro Farnese di Parma e che di Nono è uno specialista, avendo diretto quasi tutte le opere del compositore veneziano) e, come secondo direttore, Filippo Perocco. Il live electronics è stato affidato al centro di fonologia computazionale dell’Università di Padova e la regia del suono ad Alvise Vidolin, che  partecipò anche alla realizzazione del Prometeo nel 1984 al quale contribuirono anche due degli importanti solisti presenti nell’edizione attuale: Fabbriciani e Schiaffini. A dirigere il Prometeo del 1984 fu Claudio Abbado, del quale ricorre quest’anno il decennale della scomparsa, e secondo direttore – giacché la disposizione delle orchestre necessita di due “conductor”– fu Roberto Cecconi.

 In primo piano Segni-immagini in movimento per Prometeo, studi di Emilio Vedova che  progettò le luci per la prima assoluta del 1984
Al centro della foto Nuria Schoenberg Nono e le figlie Silvia e Serena Nono

Alla prima del Prometeo del 2024  era presente Nuria Schoenberg, vedova di Luigi Nono e presidente dell’Archivio Nono, Archivio che ha siglato un accordo con la Biennale per trasferire i propri materiali al Centro Internazionale sulla ricerca per le arti contemporanee che la  Biennale stessa sta realizzando all’Arsenale. Con Nuria Schoenberg, le figlie Silvia e Serena Nono e Massimo Cacciari.   

Roberto Cicutto, presidente della Biennale, aveva sottolineato, nei giorni scorsi, durante una presentazione dell’operazione culturale, come la pietra miliare per la storia della musica rappresentata dal Prometeo allestito quarant’anni fa, coinvolgendo talenti straordinari, non fu solo un fatto musicale. La riproposizione attuale, aveva detto Cicutto, non sarà lo stesso Prometeo di allora ma un allestimento il più vicino possibile e filologicamente fedele alla partitura.  

Difficile condensare il senso del Prometeo, ma Marco Angius ha fornito in una breve introduzione un’illuminante traccia.

Prometeo è un arcipelago musicale le cui sorgenti sonore sono organizzate spazialmente: anziché assistere a fenomeni musicali il pubblico è immerso in essi, accerchiato da voci e strumenti secondo una disposizione multipla.  

La spiccata natura teatrale dei testi, ricomposti da Massimo Cacciari, viene stilizzata – sono ancora parole di Angius – in una rinuncia volontaria a qualsiasi forma visiva. Il Prometeo appare piuttosto come un’immensa ghirlanda di madrigali concertati.

Angius nelle sue note ha scritto anche di una galassia sonora alla perenne deriva rispetto a un centro costituito dal pubblico stesso. 

È proprio questa la sensazione avvolgente che l’orecchio e il corpo tutto ricevono sedendo in San Lorenzo, le cui mura raccolgono il respiro del Tempo e riflettono un’eco del ribollire degli elementi prima che si facciano materia, eco che si dissolve, in una creazione alla rovescia, diventando pensiero. È un riverbero, quello di pietra e mattoni, che si trasforma in un pulsare silente da cielo stellato, che lancina – a tratti – quando rimanda metalliche urla degli archi che  penetrano la carne e lasciano crepe sulla crosta terrestre mentre raccontano un dolore universale. A lenirlo, di tanto in tanto, ondate di voci che, come una pioggia balsamica, avvolgono il pubblico: una pioggia che sana per attimi le ferite aperte dal suono, ma non le cancella e sembra scendere dalle bocche chiuse dei cherubini di stucco che decorano ancora le pareti, da quelle  dagli angeli e dai santi sulla sommità dell’altare centrale che  divide in due la chiesa.

Ascoltando Prometeo, ritornano alla mente i frammenti di diario di Luigi Nono. Parlano di rituale sinagogale, di teatri greci e della loro acustica, della Cappella Marciana in Venezia, delle cantorie e degli organi e della loro disposizione nelle chiese sempre a mezza altezza, mai sul pavimento. Le annotazioni di Nono accennano a  marmo, pietra, arazzi, mosaici, legno. Evocano i monasteri tibetani e a quello ortodosso di Zagorsk. Luoghi così lontani dall’omologazione, dalle  sale da concerto uniformi, rettangolari, circolari. 

“Suoni, materiali vari, spazi architettonici inventano l’ ars combinatoria”.  “ Non solo memorie, non solo echi lontani” e, ancora, “Oggi il continuo innovante possibile”.

Saper ascoltare. Anche il silenzio. Ascoltare la musica

Non in una possibilità di ascolto. Ma con diverse probabilità di trasformazione in tempo reale 

La vita nostra, intima, interiore, esterna, ambientale, vibra pulsa ascolta variamente il vario acustico: continuo-discontinuo-percettibile -inudibile-profondità di lontananze, di echi, di memorie, di nature, frammenti, istanti, sotterraneo, siderale, casuale, aperiodico, senza fine.

La tecnologia oggi può far arrivare stupita meraviglia alle nostre orecchie, alla nostra intelligenza, ai nostri sentimenti, alla nostra conoscenza e, perché no? Al possibile ‘non capire’, tuttavia,

scriveva Nono nei frammenti di diari. Tecnologia che è qualcosa di diverso dalla tecnica e, infatti, il compositore veneziano ebbe modo di sottolineare che

la riproducibilità tecnica significa oggi riduzione, anche se nulla invece impedirebbe di usare delle incredibili risorse tecniche di cui si dispone per ridare ascolto al possibile.

Prometeo a San Lorenzo, dunque. 

Dov’era ma non “com’era“ anche secondo chi quarant’anni fa ascoltò il Prometeo. Al termine della prima esecuzione del 26 gennaio, applausi conclusi, era tutto un intreccio di saluti e di commenti tra il pubblico. Nel ricordo di chi c’era già stato, a San Lorenzo nel 1984, si sono affacciate,  evidentemente,  differenze percettive ed emotive. 

Il compositore veneziano Claudio Ambrosini, Leone d’Oro della Biennale nel 2007, a una mia  domanda ha ricordato, con un bagliore negli occhi, i silenzi e  la differente vastità temporale del lavoro di allora che, nelle prove, arrivava a durare quattro ore, diventate nella seconda versione, quella definitiva nel 1985, poco meno di due ore e mezza. 

Al di là e al di fuori della durata, il Prometeo resta una composizione monumentale, titanica. Aver potuto udirla mi ha spiegato la fortuna internazionale di questo lavoro che ha una dimensione universale e atemporale perché conduce agli abissi e alle vette degli impulsi umani ma ha anche un’impressionante visione profetica del nostro crescente e malsano rapporto con le tecnologie in genere, e quelle di riproduzione di suono e immagine in particolare, che impoverisce e amputa le nostre facoltà percettive. 

A capire il Prometeo di allora e di oggi aiuta un documento degli archivi di Nicola Cisternino:  un’illuminante recensione del musicologo e critico musicale Massimo Mila che definì il Prometeo “Un’azione sacra di nessuna religione”. 

“L’Anti Prometeo di Nono e Cacciari” titolava La Stampa nel 1984 e Mila, riferendosi ai testi del libretto a cura del filosofo veneziano, accennava alla “tentazione mistica che spoglia il mito di Prometeo dalle istanze di titanismo ribelle e libertario”. Sempre Mila parlava di tono biblico, di senso di Genesi raccolti dalla musica di Nono che forma un arcipelago di isole sonore. 

L’articolo di Mila aiuta a guardare il controluce e a vedere la filigrana su cui è intessuta la composizione. C’è una grande complessità dietro al processo creativo del Prometeo che, non a caso, venne sviluppato in un periodo lungo tra il 1981 e 1985. È una complessità filosofica, concettuale, compositiva, esecutiva che intreccia pensiero, saperi, abilità legati insieme dal filo sottile  ma tenace del  live electronics – quarant’anni fa incarnato da strumenti oggi quasi archeologici – ma che rimane il collante di un nuovo sistema esecutivo.

Prometeo, tragedia dell’ascolto è il titolo completo della composizione e la parola ‘tragedia’ è l’altra  faccia della parola ‘festa’ guardando alla semantica dei due vocaboli, ai riti religiosi dell’antica Grecia, ricongiungendo questi lemmi a ‘dran’, radice di drama, dramma che significa fare, agire ma che, come spiega in un suo testo Cacciari “è decisione singola e irrevocabile, totale responsabilità di fronte al proprio daimon”.

Prometeo è un dran dell’ascolto – sono sempre parole di Cacciari – ciò che si incontra e confligge, ciò che ‘accade’ ciò che ‘diviene’, è suono soltanto. Ogni ‘movimento’ si ritrae nell’invisibile del suono”.   

Bisogna superare l’immagine da sussidiario scolastico del Prometeo incatenato che ha rubato agli dei il fuoco per donarlo agli uomini. Prometeo ha molte dimensioni. È anche colui cui viene affidato il compito di creare l’uomo dandogli forma in un impasto di terra. Il fuoco di Prometeo rappresenta l’origine della conoscenza e questo “dono” è anche alla radice della rottura di un precedente equilibrio. “Prometeo quindi  non libera né consola – scrive sempre Cacciari – il suo fuoco fa luce su ciò che dobbiamo patire fuori di Dike”.  Dike, la giustizia come divinità, la Iustitia latina. 

Prometeo che patisce “cose fuori di Dike”. Prometeo, così simile a un angelo caduto. 

Nell’ascoltare, i miei occhi, hanno percepito colori che non vedevano ma che hanno ricomposto, battuta dopo battuta, isola dopo isola, la luminosa sequenza della Creazione  narrata dai  mosaici del cupolino nel nartece nella basilica di San Marco. Una raffigurazione ispirata  a un famoso codice – il codice Cotton – redatto probabilmente nel V secolo e contenente un ricchissimo repertorio di miniature che illustrano la Genesi. 

Il Prometeo mi ha rimandato alla figura del Creatore. Un Creatore senza barba bianca, che separa la luce dalla tenebra, le acque dalla terra  e con quest’ultima dà forma ad Adamo. 

Un Creatore che pone l’uomo davanti all’albero della conoscenza. Un Creatore che pare un Cristo giovane. Bello come un angelo.

Le fotografie sono di Sandra Gastaldo.
L’immagine di copertina è tratta dall’account X di Marco Angius @Agnusmangius

3 febbraio 2024 | ore 16.00

Fondazione Ugo e Olga Levi, Venezia, Italia
 
Nell’ambito delle manifestazioni dedicate al Prometeo di Luigi Nono, la Biblioteca Gianni Milner della Fondazione Ugo e Olga Levi dedica un pomeriggio di studi alla figura del Maestro Roberto Cecconi – noto direttore musicale di palcoscenico e maestro concertatore – che ha collaborato all’allestimento dell’opera nel 1984. All’interno di un piccolo spazio espositivo con materiali del fondo del Maestro, Roberto Calabretto Roberto Fabbriciani, Pierluigi Ledda, André Richard, Nuria Schoenberg, Alvise Vidolin ricorderanno il magistero di Roberto Cecconi.
 
interventi di
Roberto Calabretto
Roberto Fabbriciani
Pierluigi Ledda
André Richard
Nuria Schoenberg Nono
Alvise Vidolin
 
voce recitante
Luigi Ciriolo


Roberto Cecconi (1919-1987) e Luigi Nono (1924-1990), un omaggio all’amicizia nell’atto creativo, un’esposizione per la valorizzazione del fondo musicale di Roberto Cecconi (Biblioteca Gianni Milner)
 
Ingresso libero fino a esaurimento dei posti disponibili
“Prometeo”, ora e allora ultima modifica: 2024-01-29T18:56:57+01:00 da SANDRA GASTALDO
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