Altro giro, altra corsa: fuori Imran, ora tocca a Nawaz

BENIAMINO NATALE
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L’uomo politico di gran lunga più popolare del paese, Imran Khan, ex-primo ministro ed ex-campione di cricket, in galera, condannato in due diversi processi rispettivamente a tre e a dieci anni di detenzione; un vincitore già designato dal vero governo del paese (l’esercito), cioè l’ex-primo ministro Nawaz Sharif; arresti e misteriose scomparse di oppositori, come i seguaci dello stesso Imran o i nazionalisti del Balochistan, che proseguono senza sosta da anni. Difficile che le elezioni generali che si terranno in Pakistan il prossimo 8 febbraio forniscano sorprese.

Piuttosto, si tratterà dell’ennesima conferma che l’apparente democrazia pakistana è in realtà null’altro che una copertura del potere pressoché assoluto esercitato dai militari, con quali prospettive, per un paese di oltre 230 milioni di abitanti (almeno il 45 per cento dei quali sotto i 18 anni di età) con un’economia disastrata e retta in piedi solo dalla generosità degli “alleati” cinesi e arabi, è facile da immaginare.

Maryam Nawaz Sharif con il padre Nawaz Sharif in un manifesto per un comizio elettorale dell’ex primo ministro.

Imran non è certo il primo politico di rilievo a finire in galera o a essere eliminato fisicamente. Tra gli altri è toccato ad almeno due membri della potente famiglia dei Bhutto (il fondatore della “dinastia” Zulfikar Ali, impiccato nel 1979 dal dittatore militare Zia ul-Haq e sua figlia Benazir, uccisa nel 2007 in un attentato i cui mandanti sono rimasti misteriosi), e allo stesso Zia, morto nel 1988 quando è precipitato l’aereo sul quale viaggiava con altri alti ufficiali e due diplomatici americani (anche in questo caso, la matrice dell’attentato è rimasta misteriosa ma l’ipotesi più accreditata è quella di un “lavoro interno” all’esercito).

Molti altri – tra cui il marito di Benazir, Asif Ali Zardari – hanno trascorso lunghi anni in prigione o sono stati costretti all’esilio, come lo stesso Nawaz Sharif. L’uno e l’altro – Zardari e ora Nawaz – hanno avuto la fortuna di una seconda nascita (il primo è stato presidente della Repubblica dal 2008 al 2013) mentre il secondo è stato recuperato dal suo esilio a Londra, dove era riparato nel 2017 dopo essere stato per tre volte primo ministro e poi licenziato e accusato di corruzione. 

Una carriera esemplare, la sua, per un politico pakistano, determinata dagli altalenanti rapporti con i militari. Da giovane Nawaz – nato in una ricca famiglia di possidenti terrieri nel Punjab – è stato un “pupillo” del dittatore Zia ul-Haq. Una volta scomparso dalla scena Zia, diventò leader della Pakistan Muslim League e divenne per tre volte primo ministro (1990-93, 1997-98, 2013-17). Sopravvalutando il proprio potere, nel 1999 cercò di liberarsi dello scomodo capo dell’esercito Pervez Musharraf, cercando di impedire al suo aereo di atterrare dopo un viaggio all’estero. Musharraf fu salvato dai suoi alleati nell’esercito e, una volta rientrato, prese il potere costringendo in seguito Nawaz all’esilio in Arabia Saudita. In Pakistan, le fortune dei politici – anche quelle dei militari-politici – sono mutevoli e negli anni successivi fu Musharraf a cadere in disgrazia e a essere costretto all’esilio (è morto nel 2023 a Dubai), mentre Nawaz tornava in patria, rioccupava la poltrona di primo ministro e, nel 2017, era di nuovo costretto a riparare all’estero. 

Un comizio di Maryam Nawaz Sharif. Figlia di Nawaz Sharif e sua erede politica designata è vicepresidente della Pakistan Muslim League (PML) e “responsabile organizzazione” del partito, effetiva segretario della PML

Un percorso simile a quello di Imran Khan. L’ex-campione di cricket, che oggi ha 71 anni, è andato al governo nel 2018, con una specie di plebiscito decretato soprattutto dagli elettori giovani. Oltreché, naturalmente, dal favore dei militari.

Khan è stato rimosso dopo uno scontro aperto con i vertici dell’esercito sul rinnovo di alcune importanti cariche militari.

La sua “linea politica” non è mai stata del tutto chiara. Imran è un nazionalista, è un fanatico religioso, ha simpatizzato apertamente con i Taliban afghani, è un grande ammiratore della Cina e, soprattutto, è un critico spietato degli USA. Quando, nel 2022, è stato costretto a dimettersi in seguito a un voto di sfiducia del Parlamento, ha attribuito la sua sconfitta a un “complotto” orchestrato da Washington, senza peraltro portare alcuna prova a sostegno delle sue accuse. 

Imran Khan

Quella dei pakistani con gli USA è una relazione strana, di odio-amore. Ma i rapporti veri tra i due paesi sono tenuti dai militari, rapporti che si sono sviluppati nei decenni nel corso di battaglie combattute congiuntamente. Quando l’India di Indira Gandhi si proclamava non-allineata e civettava con Mosca, gli americani sostennero in varie occasioni i militari pakistani, fornendo loro armi e consiglieri. Seguì il condiviso sostegno ai mujaheddin afghani che combattevano contro i russi – allora sovietici – che avevano invaso il loro paese. Pakistan e USA collaborarono anche nell’operazione strategica di avvicinamento alla Cina in funzione anti-sovietica: nel 1971, il primo viaggio a Pechino dell’allora segretario di Stato americano Henry Kissinger (il presidente era Richard Nixon) fu coperto da un “malore” mentre era in visita ad Islamabad.

Con alti e bassi quei rapporti sono proseguiti, prova ne sia che nel dicembre scorso, a rassicurare gli americani sulla situazione nel paese in vista delle elezioni, non è andato un politico, ma il capo dell’esercito Asim Munir in persona.

Una volta di più sembra che i militari pakistani siano riusciti a mantenere il difficile equilibro che li vede legati a doppio filo alla Cina (e alle monarchie del Golfo Arabico) pur non rinunciando all’“amicizia” di Washington. 

Però tra i giovani impoveriti delle metropoli e delle campagne del Pakistan – e in particolare del Punjab – l’antiamericanismo condito da fantasiose teorie del complotto è sempre popolare ed è una delle carte che Imran si è giocato con successo. Da un sondaggio eseguito recentemente dalla Gallup è risultato che l’ex-campione di cricket gode dell’approvazione del 57 per cento degli elettori, cosa che non lo salverà dalla sconfitta elettorale dato che anche molti dei suoi collaboratori sono in galera o sono stati costretti a non partecipare alle elezioni. I pochi rimasti in corsa dovranno presentarsi individualmente, perché il loro partito, il Pakistan Tehreek e-Insaaf (Partito della Gustizia), non è stato ammesso col suo simbolo. Con tutto ciò, Imran resta popolare e resta una forza politica, anche se il suo destino personale appare incerto.

Altro giro, altra corsa, ora tocca a Nawaz. Il suo nuovo periodo al governo sarà dominato da due interrogativi ai quali oggi è impossibile rispondere: quanto durerà il suo flirt con i militari? Cosa ne sarà di Imran Khan?

Altro giro, altra corsa: fuori Imran, ora tocca a Nawaz ultima modifica: 2024-01-31T16:06:39+01:00 da BENIAMINO NATALE
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