Una vita tra libri

Alberto Bertoni gestisce con passione e competenza la storica libreria nel cuore di Venezia.
PAOLO PUPPA
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Nel cuore del sestiere di San Marco, in uno slargo improvviso della Calle della Mandola, nell’itinerario che collega Santo Stefano a San Luca, ovvero nel centro cittadino che più centro non si può, mentre intorno già avverti il profumo del Teatro Goldoni, ti imbatti all’improvviso in una lunga bacheca vetrata, rutilante di libri. Sembrano, questi vetri, invitarti a lasciare alle spalle il brusio dei negozi di moda, rifiutando altresì la seduzione dei costosi ristoranti. Ti chiedono, in effetti, di rifugiarti in una sorta di Chiesa di carta, situata al loro fianco, un ambiente ovattato da pareti colme di volumi, presenti dovunque nel grande vano, stipati in bilico su tavoli, ballonzolanti su colonnine da terra. Siete arrivati alla Libreria Bertoni, come addita la grande insegna in alto della bacheca stessa. Qui, un disordine ordinato, e subito ti immagini la fatica dell’arredatore-scenografo nel creare percorsi in mezzo a questo caos bene arginato. Poche persone si aggirano al suo interno, nei minimi passaggi consentiti, ed è tutto un chieder scusa se si sgomita, nel silenzio accigliato tra complici di un vizio condiviso. Una stranezza nel terzo millennio, una devianza rispetto alla presenza crescente e minacciosa di IA, nel bombardamento delle grandi narrazioni dispiegate su serie televisive, nel cicaleccio assordante dei social pettegoli e invasivi, nell’assedio della connessione infinita.

Apro una parentesi, triste e significativa. Un amico avvocato mestrino, mancato di recente, mi spiegava che la sera era solito guardare a lungo il piccolo schermo, e quando sentiva avvicinarsi il sonno, e cadergli dalle mani il telecomando, correva a letto e si apriva un libro, rimasto nel comodino dalla notte precedente. Questo, il destino della carta scritta? Il ruolo di mero sussidio agli psicofarmaci? Qua, invece, a smentire tutto ciò, da Bertoni abbiamo proprio una libreria, e libreria coraggiosamente antiquaria. All’ingresso, noti subito un computer in alto che rimanda l’immagine complessiva del locale. Un sistema accorto di telecamere, forse un controllo contro i furti, consente lo scorrimento di raddoppi visivi, irraggiati da una luce pallida, per mancanza di un neon. Il che rende ancor più suggestiva la ricezione. Ma già fuori, nella calle, come detto, un antipasto di ciò che ti aspetta dentro, libri d’arte per lo più, e veneta pour cause, cataloghi di mostre, esibiti colla loro copertina frontale, fiammanti come strenne di Natale, o varie, preziose arti minori, dal vetro alla ceramica. Una seconda bacheca, più piccola, nel ramo opposto della calle, incastrata tra pietre e mattoni, ospita prime edizioni di narrativa, mentre la vetrina del negozio appare gremita da monografie di attori e da storiografie locali.

Di questa libreria era affezionato cliente mio padre medico, oltre mezzo secolo fa. E si sa che i medici sono cultori delle lettere. Anch’io la frequento da una vita. L’attuale gestore e proprietario, Alberto Bertoni, anni 54, in attività da quando ne aveva tredici, è un mite omino che ti sussurra e sorride pudicamente. Nel fisico minuto e nella soavità dei gesti, man mano che passano i giorni, si avvicina sempre più allo stampo del padre, Mario, trafelata e gentile creatura, autentico personaggio nella zona. Oggi intrattengo per telefono una breve ciacola col figlio. Lui conversa con me, mentre serve i suoi ingordi consumatori.

Storia della libreria, innanzitutto. Il bisnonno Lorenzo teneva tre bancarelle sul marciapiede davanti al lungomare lidense. L’epoca coeva al sorgere della Ciga, acronimo per Compagnia Italiana dei Grandi Alberghi, fondata nel 1905, prima dell’inesorabile esplosione dell’industria balneare, e poi del festival cinematografico, in un Lido ancora a suo modo pre-turistico. Gestiva pure per un breve periodo una libreria in Calle dei Fuseri. Il figlio Alberto, da cui il nipote ha ereditato il nome, ha aperto nel 1935 le dette bacheche sulla strada, e nel 1952, oltre settant’anni fa, ha battezzato l’attuale negozio. Una genealogia familistica, dunque, un esercizio pertanto che si tramanda nel solco di una tradizione, di un’anagrafe fedele nella scelta del lavoro. Ora, Alberto junior ha due figli, la primogenita Elisa che studia allo IUAV interior designer, propensa a sua volta a seguire le orme paterne, e Francesco, affascinato viceversa dalle navi, al punto da sognare di guidarne una, terminati i corsi all’Istituto Nautico.

Gli domando quindi nella sua quarantennale esperienza cosa sia cambiato nel corso degli anni. Si svuota la città, mi risponde sobriamente. Aumentano nel frattempo le presenze dei ‘foresti’, degli esterni, dei viaggiatori, che tendono però in certi casi a tornare, innamorati del negozio. Si crea così una solidarietà esoterica, una filiera, simile a quella intessuta ovviamente coi concittadini. Gli snocciolo, a questo punto, sperando di non scadere nel pedantismo del prof universitario in quiescenza, alcune cifre. Le statistiche ci ricordano che il nostro paese legge sempre di meno, e che una buona percentuale della popolazione non possiede libri in casa o non arriva a un libro all’anno. Per essere precisi, in una rilevazione ferma al 2022, rispetto all’anno precedente diminuisce ulteriormente la quota di lettori, pari al 39,3 per cento della popolazione, calcolata dai sei anni (era 40,8 per cento nel 2021). Tra costoro, il 44,4 per cento legge fino a tre libri l’anno, mentre i ‘lettori forti’ (dodici o più libri letti in un anno) sono il 16,3 per cento. Ma la lettura di libri risulta soprattutto prerogativa dei giovani nella fascia d’età tra gli 11 e 24 anni e delle donne. Ebbene, nella sua libreria i vecchi sono di casa. E sembra allusivo anche al suo attuale interlocutore. Molti docenti, di fatto, al massimo qualche studente sopra i vent’anni. Più uomini che donne, anche se queste ultime non mancano, e a suo parere comprano i suoi libri seguendo un impulso terapeutico, a curarsi malesseri e disagi.

Una foto storica dell’esterno della Libreria Bertoni

Un tempo era usanza della sua famiglia acquistare biblioteche. Gli parlo allora di Roberto Roversi che dirigeva per mezzo secolo a Bologna colla sua Palmaverde, anche casa editrice, un traffico di compravendita di titoli antichi coll’universo mondo, rifornendo in particolare le biblioteche del Nord America. Quando insegnavo al Dams di Bologna, ogni tanto andavo a trovarlo. Mandava luce, Roversi, ed era del resto un intenso poeta commediografo. In tema di poeti librai non posso non citargli ancora Umberto Saba col suo triestino Mayländer, antico e moderno, fulgido antro da cui sono zampillati molti dei suoi versi. Alberto pare lusingato da questi colleghi illustri. Ma lui ora non si occupa più delle biblioteche in vendita, che non troverebbero ricetto per mancanza di spazio. Accenna però, e la voce un po’ s’incrina stancamente, a vari magazzini tra Venezia e Alpago, presso alle montagne. Là sono stipate intere casse. I libri insomma girano tra loro, dai depositi alla libreria della Mandola, seguendo una rotazione incessante, a prendere come dire aria, venendo in primo piano per poi essere rimessi dietro le quinte.

Cosa tende a comprare comunque da privati? Punta a titoli, mi spiega con pazienza, che parlino appunto della città. Gli preme lo specifico, molto richiesto d’altra parte dai viaggiatori colti, dai turisti che vogliono documentarsi sulla città meravigliosa e misteriosa. Prende pure titoli di architettura, di fotografia. Gli piacciono i grandi formati con illustrazioni, mentre recalcitra in compenso a far entrare nella sua mercanzia la narrativa, lasciata alla concorrenza e alla competenza delle librerie ‘normali’. Anche se ormai Venezia, crede, ne vanta poche.

Mi informo con qualche imbarazzo se rende la sua azienda oggi, se si guadagna con quel lavoro. Sì, mi risponde senza indugio. Anche perché è da solo, non ha inservienti e il negozio è di sua proprietà. Spese limitate che permettono entrate più che dignitose.

Insisto su una mia curiosità personale. Si sa, lo dico per esperienza, che il medico quando torna a casa cura poco i suoi famigliari. Legge il libraio e cosa in caso? Alberto, diplomato alla scuola media, ha studiato coi libri di lavoro, specie quelli d’arte, soprattutto moderna, e veneziana, una vera passione, da De Luigi a Santomaso e a Vedova, per fare dei nomi.

Lo congedo e lo ringrazio del tempo donato. Ma anche lui non lesina garbo nel salutarmi. Mi restano alcune curiosità che non ho osato esporgli. Ad esempio, cosa prova standosene seduto da solo nel bel negozio, qualora non entri gente. Nei lunghi pomeriggi invernali, nella penombra protetta da tutta quella carta stampata, e non di recente. E che sensazioni ancora rientrando a casa, vedendo i suoi? Dovesse avere una seconda vita, rifarebbe questo mestiere, Alberto? 

E mi interrogo infine su alcune questioni senza risposta. Chi legge diventa più buono? Certo, mentre si legge non si fa del male a nessuno, anzi forse si fa bene a se stessi. Mi viene in mente il mio vecchio preside del Liceo Foscarini, il liceo della mia adolescenza. Divenuto cieco, si pagava un lettore per non rinunciare ai libri. E perché non soffermarsi su Borges, gigante della letteratura che perse la vista, anche lui, sequestrato nondimeno tutta la vita dai libri, nominato direttore della Biblioteca Nazionale Argentina, incarico ricoperto dal 1955? E, già che ci siamo, scomodo un altro scrittore folgorante, Alberto Manguel, argentino ebreo plurilingue, che ne ha preso il posto per una manciata d’anni, dopo aver lavorato giovinetto come suo lettore privato. I libri assicurano in fondo un qualche allungamento di vita. Non l’eternità, cosa non di questo mondo. Non dimentichiamo che leggiamo per lo più pagine di morti. Le biblioteche sono cimiteri che ci parlano, ci commuovono e ci divertono. La tristezza dell’assenza si rovescia in energia. La nostra vita animale si sospende quando teniamo un libro in mano. Gli occhi, annotava Cicerone, sono collocati non per niente nella parte alta del volto, più vicino alla luce del cielo. 

Una vita tra libri ultima modifica: 2024-01-31T13:34:33+01:00 da PAOLO PUPPA
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2 commenti

Alessandra 31 Gennaio 2024 a 14:40

Un ritratto di Alberto Bertoni scritto con magnifica maestria e che coglie la storia di una famiglia atipica di librai. Un omaggio alla famiglia Bertoni che considero amici.

Reply
Pierluigi 31 Gennaio 2024 a 15:19

I libri ,i bei libri,sono i compagni di viaggio più affidabili nel tuo percorso di vita. Alcuni sono delle pietre miliari nella tua formazione,dei mattoni su cui costruire i tuoi pensieri più profondi. Altri ti fanno riflettere sulla tua vita.
Sono in tutti i casi degli ottimi compagni di viaggio!

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