Il mondo di Luciano e di Karin, pezzi di cuore

ANTONELLA BARETTON
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L’occasione è un’intervista di “lavoro” nell’ambito della commissione sulle società “benefit” all’interno dell’ordine dei dottori commercialisti di Venezia. “Benefit” sta per società che persegue oltre al fine lucrativo volto alla distribuzione degli utili ai soci, quello di attivare iniziative benefiche a favore di una vasta pluralità di altri portatori di interessi, i cosiddetti “stakeholders”, che sarebbero tutti gli altri soggetti che partecipano all’impresa, dai dipendenti, ai fornitori, alla comunità locale. 

Tra Venezia e provincia, le società “benefit” si contano davvero sulla punta delle dita; tra queste “Pieces of Venice” assomma nella sua filosofia, sia principi di economia circolare e di riuso (upcycling e filiera corta), che finalità a diretto vantaggio della comunità locale e dei più svantaggiati. Dal legno delle briccole di segnalazione dismesse, da quello dei pontili degli imbarcaderi veneziani in disuso, dal vetro di scarto delle vetrerie muranesi, agli scampoli dei tessuti Rubelli (ma i progetti di riuso sono potenzialmente infiniti), nascono raffinati oggetti di design dalle dimensioni contenute ma dal forte valore iconico (souvenir, quali il cappellino in legno del gondoliere, il fermacarte “vaporetto”, il calzascarpe, le lampade, portaritratti, portapillole, bastoni da passeggio…). Chi li acquista, si porta “addosso” un pezzo di Venezia; nel contempo, contribuisce a finanziare enti no profit che si occupano di tutela del territorio (una parte del corrispettivo di vendita incassato viene attualmente destinato all’associazione “Masegni&Nizioleti per la salvaguardia e il decoro di Venezia). Infine, il settanta per cento della manualità nella produzione di PoV viene realizzato dalla Cooperativa Sociale Futura di San Vito al Tagliamento (PN), attiva nell’inclusione di persone svantaggiate. 

Questa la premessa, a cui va aggiunta la notazione di un’esemplare capacità di narrazione e di comunicazione su cosa e come viene fatto, tanto da far entusiasmare non soltanto addetti ai lavori e chi si occupa di “sostenibilità”, ma media, stampa, personaggi famosi. Basti citare Alessandro Gassmann che ha incluso PoV tra i Green heroes del suo omonimo libro realizzato con la collaborazione del Kyoto Club, oltre a riconoscimenti prestigiosi quali la vittoria del Compasso d’Oro nel 2020, l’oscar nell’ambito del design, vinto per il progetto d’impresa nella categoria “Design per il sociale”.

Luciano Marson e Karin Friebel, una coppia iconica

Luciano Marson e Karin Friebel sono una coppia iconica, ma basta guardare il video di presentazione di Pieces of Venice, per comprendere quale sia la ragione prima del successo: è la comunione di intenti, una perfetta e bilanciata fusione di razionalità e passione che ha permeato, fin dall’inizio, il progetto di dar vita a qualcosa di unico, che traspare dai loro sguardi innamorati. Questa sensazione si conferma definitivamente nel corso dell’intervista che resta, pur sempre un colloquio di lavoro, ma dove il vissuto personale diventa imprescindibile fino all’impressione è di trovarsi innanzi a due complementarità che unite formano l’unità platonica. 

Luciano Marson, nel suo profilo pubblico di Linkedin, si presenta come “amministrativo per studi, commerciale per vocazione, imprenditore per maturità e designer strada facendo”. Dopo un inizio quale “commerciale” nel settore dell’arredo di alta gamma (De Padova), diventa lui stesso imprenditore e direttore creativo nell’industria del mobile di design. Avvia collaborazioni con archistar quali Alvaro Siza, Mario Botta, Toyo Ito, Steven Holl, Karim Rashid, tanto per citarne alcuni, li convince a confrontarsi e sperimentare col legno, materiale che gli è particolarmente congeniale. Ma va già oltre, la sua perizia nel trattare la materia, unitamente all’ingegno creativo, gli fa realizzare e tradurre in oggetti di arredo, progetti che, senza di lui, sarebbero probabilmente rimasti meri esercizi di stile. 

Marson ricorda, senza compiacimenti, gli apprezzamenti dello stesso Toyo Ito in un’intervista a Domus, nella quale l’architetto aveva comparato le suggestioni ricevute da Marson, nell’ambito del design, con le interazioni avute con Cecil Balmond, O.B.E. ingegnere fondatore di Arup, (storica società di ingegneria con sede a Londra ndr) nell’architettura.

…Soprattutto il poter lavorare con Luciano Marson. Luciano dà molto di più di quello che lui si immagina… È come quando lavoro con Cecil Balmond sulle architetture. Io faccio delle domande, ma il feedback e le risposte sono molto più profonde di quello che io gli chiedo in prima battuta. Non mi parla solo di costruzione. Mi parla di tante altre cose. A lavorare con lui imparo moltissimo. Sul come costruire, sul fare. Molto bello, affascinante. È questione di trovare gli interlocutori giusti per dialogare. Il progetto può cambiare intanto che viene sviluppato, e cambia secondo le persone che si incontrano.

Tra le persone che Luciano incontra c’è Karin Friebel, sua fornitrice di materiale (legno, manco a dirlo!) e all’epoca inserita in un contesto di impresa familiare per la quale si occupa di consulenza strategica di vendita. Ma Karin è fidanzata e Luciano è sposato… Il tempo non è ancora quello giusto.

Compasso d’oro, festa con i designer dell’impresa

Nel 1998 Marson riceve un primo Compasso d’Oro per la grafica; il secondo, per il prodotto, arriva nel 2004 per “Ripples”, panca realizzata per Horm con un multistrato di cinque differenti legni massello, su disegno proprio di Toyo Ito; nel 2008 il terzo riconoscimento è per lo stand del Salone del Mobile. Dell’ultimo, quello del 2020 a PoV, premiando la formula “d’impresa a 360 gradi”. 

Luciano Marson si distingue dunque per mobili diventati iconici e segno distintivo delle realtà imprenditoriali che dirige o con le quali collabora, anche come designer. Ma è un viaggio di lavoro in Brasile, dove insegna a una comunità come trattare e lavorare il legno, che fa scattare “la molla del sociale”, già intimamente presente nella sua infanzia cattolica e “furlana, dove più che le preghiere, contano le buone azioni, fare la carità e adoperarsi per gli altri”.

Tra le persone che Luciano Marson incontra c’è il Dott. Angelo Righetti, psichiatra, neurologo, storico collaboratore di Franco Basaglia (quello dell’omonima legge 180/78 che ha sancito la chiusura dei manicomi), Presidente del C.I.M di Pordenone. Soprattutto fondatore della Coop Service Noncello, prima cooperativa sociale italiana, giunta a quasi 1.200 dipendenti e ispiratrice del film del 2008 con Claudio Bisio “Si può fare”. La pellicola racconta la storia di un ex sindacalista che diventa direttore di una cooperativa integrata di pazienti psichiatrici e non. La fa entrare nel mercato, introducendo una logica imprenditoriale, superando quella assistenziale e il mondo ovattato degli incarichi degli enti pubblici. 

È il Righetti che – definitivamente – ispira Marson, oramai maturo, al cambiamento di passo. 

Nel 2016 ero stanco e dovevo decidere se fare il pensionato oppure costituire una società che rappresentasse quei valori che mi sono sempre stati cari fin da bambino, il recupero, il riciclo, il rispetto del prossimo.

L’idea di Pieces of Venice – racconta Karin – è nata da una consulenza richiesta a Luciano da un imprenditore che aveva accesso alla materia prima, ovvero al rovere delle briccole dismesse. Ne avrebbe voluto fare mobili in legno riciclato ma Luciano sconsigliò quella scelta, ritenuta non innovativa, sapendo che l’idea era già stata sfruttata da altri. A partire da tale constatazione, ha preso corpo un disegno diverso, l’idea di realizzare, con una benefit company, oggetti di minori dimensioni, souvenir che parlassero e raccontassero di Venezia, con materiali della città, ma che fossero, nel contempo, portatori dei valori cari a Luciano, la tematica ambientale ma anche l’inclusione sociale. È questo ultimo aspetto che mi ha toccato da vicino, tanto da indurmi a voler condividere in toto il progetto che si stava sviluppando e di cui Luciano mi metteva a parte in ogni dettaglio. Anch’io appartengo al mondo dei “meno fortunati”, sono nata con una problematica fisica e l’idea di dare lavoro a ragazzi svantaggiati, portatori di disagio fisico o mentale, mi ha letteralmente conquistato, tanto da volerla condividere ed esserne parte. Entrambi abbiamo deciso di dedicarvici in via esclusiva. Contestualmente all’elaborazione e alla costituzione di PoV, cresceva anche la nostra storia d’amore. Molte delle idee, gli stessi nomi, gli indirizzi che compaiono e ai quali gli oggetti sono dedicati, richiamano i nostri “luoghi del cuore”: i nostri incontri a Venezia, la prima cena a Venezia, il primo bacio, il primo anniversario… Il nostro progetto ha al centro la coppia, valori condivisi e spirito di squadra. Questo flusso di “positività” viene percepito anche dai nostri partner, dai fornitori, dai designer con cui collaboriamo, da Alberto Toso Fei che ci fa da voce narrante; influenza altre realtà aziendali per le quali rappresentiamo un modello di sostenibilità da emulare.

Ma siete voi che scegliete con chi collaborare o sono gli altri a scegliere voi? 

Siamo noi ad essere scelti per i valori che rappresentiamo. Non abbiamo realizzato finora partnership con altre imprese, ma – per esempio con Rubelli – utilizziamo i loro scarti dei tessuti, e produciamo gli oggetti con il marchio PoV.

A proposito di collaborazioni fruttuose, c’è la storia di Susanna Martucci, dal 1994 a capo di Alisea (altra benefit company con sede a Vicenza che si occupa di design eco sostenibile n.d.r.). Lei è stata la prima donna in Italia a fare economia circolare… Andava dalle imprese e diceva: tu cos’è che butti via? Per esempio dall’azienda che produceva fanali per auto lei riciclava la plastica da cui produceva la penne che poi regalava ai convegni… (però faceva b2b – business solo per imprese, non consumer). A distanza di anni è nata Perpetua che è l’unica matita made in Italy (le altre sono prodotte in Asia) con la grafite 100% riciclata, che è diventata una matita iconica che si trova nei bookshop di tutti i più importanti musei. Quando PoV ha vinto il Compasso d’Oro, questa signora ci ha telefonato con la promessa che, prima o dopo, ci sarebbe stata una collaborazione con Alisea perché le due imprese avevano gli stessi valori nel DNA. Da allora sono trascorsi tre anni. Susanna ci ha chiamato dicendoci di aver avuto un’idea: ”la mia Perpetua in grafite con magnete attrarrà la cover del notebook realizzato da PoV in rovere riciclato proveniente dalle briccole! E’ nata così “Perpetua recorder PoV – The magnetic notebook”. Noi abbiamo fornito il legno che riveste la copertina di questo notebook che all’interno ha un’anima magnetica che consente alla matita di attaccarsi. Anche Alisea è tra i Green Heroes citati da Gassmann nel suo libro. 

Sembra perfino tutto troppo bello, tutto meraviglioso. Ma se parliamo di sostenibilità economica, la lettura dei bilanci di PoV, anzi dei suoi “micro” bilanci di esercizio, racconta di un fatturato davvero esiguo, appena sufficiente alla copertura dei margini.

Oltre alle condivisibili osservazioni di Karin circa la forzata inattività del periodo pandemico, con la chiusura dei principali clienti di PoV (musei, bookstore, negozi selezionati di design…), ben ponderata è la replica di Luciano Marson:

Proprio dalla lettura dei bilanci, il calcolo del costo del venduto, si evince che la marginalità è consistente e che un incremento della produzione (iniettando capitale e, soprattutto, risorse umane) – a oggi volutamente limitata – condurrebbe a ben diversi esiti. Abbiamo fatto la proiezione di vendere l’oggetto più povero, ovvero il cappellino da gondoliere, all’uno per cento dei turisti in visita a Venezia, da cui si ritrarrebbe la previsione di un fatturato potenzialmente pari a circa tre milioni di Euro. Si tenga conto che di oggetti a catalogo ne abbiamo circa 40…”. Non sembrano esserci problemi di approvvigionamento di materie prime; che appunto derivano dagli scarti degli altri e che dunque se ne troveranno sempre, pur con la consapevolezza che riciclare è più costoso che utilizzare materie vergini. Inoltre c’è la possibilità di creare spin-off di PoV, una rete di vendita di negozi con i nostri prodotti, ad oggi non abbiamo ancora sviluppato una struttura commerciale, ci occupiamo di tutto in prima persona… La prima cosa è stata registrare il marchio e i brevetti, dedicarci alla comunicazione dei nostri valori”. 

E allora che altro dire? Karin e Luciano si sono legati nel 2016, anno di costituzione di PoV, la loro prima figlia: nel 2019 hanno ufficializzato col matrimonio la loro unione.

Nel mese scorso, nell’ambito dell’iniziativa 1.000 Donne di Venezia, sfociata nella mostra, esposta allo spazio Ocean Space dell’ex chiesa di S. Lorenzo di Venezia, realizzata dall’associazione filantropica SUMus presieduta da Hélèn Molinari, Karin è stata designata come una delle madrine. La motivazione è che incarna, con la sua PoV, quei valori di nuovo rinascimento, di “risveglio“ della società civile, sostenute da SUMus, tradottesi nel manifesto “we care, we dare”. 

Ma questa è un’altra storia…

Il mondo di Luciano e di Karin, pezzi di cuore ultima modifica: 2024-02-01T20:05:21+01:00 da ANTONELLA BARETTON
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