La saggezza del colore

La pittura di Antonio Laurelli tra morfologia e cromatismo.
FRANCO AVICOLLI
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[ISERNIA]

La pittura di Antonio Laurelli costruisce una realtà in cui gli oggetti, staccati da una loro funzione originaria, si ritrovano in una specie di gioco della vita che li rende leggeri e gentili, liberi. E tuttavia, non è il bambino a chiedere di sopravvivere, ma è l’adulto a parlare avendo imparato a guardare nella complessità del mondo. Nella nuova condizione gli elementi mostrano una natura flessibile più disposta al dialogo e da ciò si nota che non è l’istinto a stabilire il passo, ma l’abilità fattasi saggezza, non è il riconoscimento passivo di una lacerazione o lo svuotamento ineluttabile della vita delle cose, ma la ricerca di una possibilità altra oltre la funzione, non è la rottura, ma la costruzione a prevalere in quanto segno insostituibile della forza creativa dell’uomo.  

L’artista prende un oggetto e lo colloca in un contesto altro dalla sua nascita, temendo, sembra, o costatandone la sua fine. L’artificio porta l’osservatore in un percorso doppiamente suggestivo e suggerente mostrando una finitezza delle cose che potrebbe anche corrispondere alla trascuratezza, all’abbandono, forse ad un agire che toglie loro valore perché succubo di una finalità funzionale che ne rende breve la portata anche temporalmente.   

È una dimensione che Antonio Laurelli disegna in senso formale con gli oggetti stessi per quanto separati da un loro contesto “naturale” e con il ricorso ad una gamma cromatica che alternativamente sottolinea la separatezza da una loro “natura”. Alle morfologie egli chiede di dire che cosa sono oltre una qualche funzione più o meno nota e assolta, ai colori di rinnovare la visibilità sotto un’altra luce, si tratti di una ruota di bicicletta, di un’automobile o di uno spillone da balia.

In questo modo Antonio Laurelli insinua il dubbio: quello che potrebbe essere un occhio sul mondo, può anche essere l’incapacità del mondo di vedersi, mi pare proprio questa la tecnica cui egli ricorre per costruire il proprio stile pittorico. Il quale è contenuto e contenente, è un accadimento e la sua narrazione. Nella rinnovata condizione, gli oggetti diventano strumenti della possibilità, un modo non invadente, anzi gentile, cioè garbato e civile, se si vuole, di suggerire all’occhio di essere più attento, alla volontà di disporsi costruttivamente,  all’azione di muoversi in direzione inclusiva. Se si volesse dare una collocazione all’opera di Laurelli, bisognerebbe sistemarla nel contesto della ricostruzione, della ricomposizione, elementi, insomma, che riportano ad un messaggio di pace. Lo dicono  gli accostamenti cromatici, la loro disposizione lineare spesso complementare che amplia il campo operativo della loro portata, la vicinanza voluta   tra oggetto e colore che permette loro di dialogare e di annunciare possibilità dove l’inutile – l’oggetto allontanato da una sua funzione primigenia – non è immagine di una pochezza stabilita dal tempo e dall’uso che può trasformarsi nella disperazione della perdita, ma ragione per altro,  suggerimento per  una sua collocazione inusitata  da scoprire o da inventare, ragione di dialogo, come fa l’artista con le sue ruote di bicicletta poste in una  condizione inusuale, o come fa con una strumentazione destinata a usi oltre i quali l’oggetto perde ogni ragione di esistere. 

È, appunto, ciò che fa la cultura: costruisce il discorso laico della speranza ricollocando gli oggetti, sottolineando che se il mondo non funziona è perché le cose sono messe in modo errato. L’artista è testimone e comunicatore, colui che costruisce una storia tutta visibile nel racconto dove l’oggetto appare in una potenzialità corrispondente ad un sistema relazionale che apre al verificarsi di sinapsi sconosciute.

L’arte nella civiltà industriale

Nell’arte contemporanea è sempre più consistente il ricorso agli oggetti del quotidiano e al riciclaggio non solo formale di materiali, soprattutto di plastica.  L’artista colloca tubi contorti, sedie rotte, spilloni da balia usati dalla nonna, vecchie macchine da scrivere o da cucire, automobili non più in circolazione in un contesto lontano dalla loro ragione utile, a volte li ammucchia come si usa per ciò che non serve più; è frequente l’uso della plastica come fosse creta e lavorata con appositi strumenti. Il dato evidente è la loro collocazione all’esterno di un ciclo funzionale originario o semplicemente in un ambiente diverso da quello in si è abituati a vederli; da ciò emerge un vasto repertorio di “nature morte” non tanto gioviali e festose come quelle fatte di frutti, animali e cacciagione di un tempo. In questo ampio panorama, è possibile notare la volontà di dare un altro senso a un’oggettistica dal destino breve consustanziale alla nostra epoca industriale consumistica e utilitaristica, molto – troppo – circoscritta alla cultura dell’utilità spesso finalizzata al consumo. Mi piace, perciò,  guardare alla pittura di Antonio Laurelli con l’occhio di Konrad Fiedler e del suo aforisma 198, in cui afferma: “Non è vero che gli artisti debbano esprimere il contenuto di un’epoca: essi devono dare all’epoca un contenuto”. 

Nell’opera dell’artista isernino aleggia un amore per gli oggetti, egli li accarezza con un colore sempre gentile, intento a mettere gli oggetti sotto un’altra luce. È uno stile dove è possibile ritrovare la cultura manuale, la capacità antica di guardare all’eterna utilità degli oggetti da plasmare e riadattare per rendere accogliente e personale un ambiente  aspro, povero, difficile e problematico.  

Questa visione apre una grande finestra sulla provincia per i rilievi personali di una storia nata in un ambiente dove l’artista si è formato. Qui, negli anni Sessanta del secolo scorso, l’Istituto Statale d’Arte “G. Manuppella” avviò una stagione straordinaria nella storia culturale e sociale di Isernia perché aprì ai ceti sociali impiegatizi, rurali, artigianali la possibilità di accedere all’insegnamento, diede ai ragazzi la possibilità di dare forma alla creta, al marmo, al ferro, al legno nella scia delle molteplici abilità artigianali dell’ambiente. Fu come dare ai giovani la possibilità di guardarsi nel futuro in cui l’antica sapienza ambientale scopriva una forma diversa del passato.

L’Istituto Statale d’Arte “Giuseppe Manuppella”

L’Istituto Statale d’Arte (ISA) formò centinaia di maestri d’arte che andarono a insegnare a Venezia, a Genova, Roma, Milano, Torino, al sud, in Sardegna e in tutta Italia. Fu una rivoluzione perché in una cittadina dove c’erano solo il Liceo classico e le Magistrali, cominciò ad operare una scuola cui potevano accedere figli di impiegati e ferrovieri, di fabbri, maniscalchi, contadini, mezzadri altrimenti destinati all’emigrazione.  In quegli anni l’emigrazione giovanile era a dir poco feroce, intere generazioni lasciavano la cittadina per andare in Svizzera e Germania, soprattutto, ma anche al nord, in Francia e in qualche altro paese europeo come il Belgio dove proprio in quegli anni si era consumata la tragedia di Marcinelle, tomba di quasi trecento italiani, fra cui diversi abruzzesi e molisani.

Proprio per il complesso dei riferimenti e le modalità formali risolutive su cui essa prende forma, la pittura di Antonio Laurelli rende visibile un valore del territorio di cui esprime abilità e qualità artistica referenziali. Nello stesso tempo, l’opera dell’artista isernino richiama l’attenzione sulla straordinaria importanza formativa della cultura ambientale e sul ruolo svolto dall’Istituto d’Arte “G. Manuppella” nella sua missione formatrice di “Maestri d’Arte”. 

Si tratta di forti ragioni e di buoni strumenti perché il Comune di Isernia, la sua Provincia e la Regione Molise facciano le dovute riflessioni utili per permettere alle nuove generazioni di pensare ad un loro futuro in questo territorio proprio evidenziandone le qualità e le proprietà distintive.  

                                                                

L’Istituto Statale d’Arte di Isernia
La Scuola Oltre la Scuola

La saggezza del colore ultima modifica: 2024-02-01T10:06:00+01:00 da FRANCO AVICOLLI
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