Lo svedese italiano

Kurt Hamrin, attaccante dall’istinto diabolico, dal talento innato e innamoratissimo del nostro Paese, al punto che qui ha deciso di vivere, è morto all’età di ottantanove anni.
ROBERTO BERTONI BERNARDI
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Quando se ne va un campione come Kurt Hamrin, attaccante dall’istinto diabolico, dal talento innato e innamoratissimo del nostro Paese, al punto che qui ha deciso di vivere e qui è morto all’età di ottantanove anni, vien voglia di riflettere su ciò che eravamo. Senza cedere troppo alla nostalgia, non c’è dubbio che i tempi eroici di questo svedese biondissimo, avvoltoio dell’area di rigore, soprannominato “Faina” da Nereo Rocco quando fece la fortuna del suo Padova, siano stati tra i più felici nella storia d’Italia. Si usciva dalla guerra, ci si lasciavano alle spalle la fame e il tormento, si sorrideva sugli spalti e si poteva ammirare un’epifania di fuoriclasse nordici che, in virtù del loro strapotere fisico, erano venuti a recitare da protagonisti nel nostro campionato.

Basti pensare al celebre trio Gre-No-Li, (Gren-Nordhal-Liedholm), che fece la fortuna del Milan per un decennio, al danese Præst, alfiere della Juve bonipertiana, o, per l’appunto, ad Hamrin, non amatissimo dai bianconeri, sacrificato in favore di Charles e Sivori (all’epoca si potevano tesserare solo due stranieri per squadra) e anche per questo idolatrato a Firenze, dove non vinse molto ma divenne in breve l’idolo della folla. Una messe di gol, una serenità d’animo senza eguali, un coraggio nell’avventarsi su qualunque pallone che lo rendeva indispensabile e una classe, come ala destra, che lo poneva poco al di sotto di Garrincha: questo era Hamrin, furetto dal cuore gentile, capace di far bene ovunque, compresi Milan e Napoli nella fase discendente della carriera.

Appesi gli scarpini al chiodo, si è dedicato per un breve periodo all’esperienza da allenatore ma, capendo che non faceva per lui, con la saggezza che lo ha sempre caratterizzato, ha lasciato perdere. Raramente, insomma, abbiamo assistito a una miscela così perfetta di istinto scandinavo e cuore italiano, riuniti nel corpo e nella mente di un mito che aveva sfidato persino il Brasile di Pelé (nella finale dei Mondiali del ’58) e giganteggiato ovunque.

La serenità è stata la cifra del suo modo di vivere, di giocare e di dirci addio, al termine di un’esistenza meravigliosa, ricca di soddisfazioni e mai sopra le righe. In pochi hanno saputo vivere la gloria e il crepuscolo con la medesima naturalezza.

Lo svedese italiano ultima modifica: 2024-02-04T23:38:53+01:00 da ROBERTO BERTONI BERNARDI
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