Fuga da Venezia

La bottega di Sandro chiude. Il restauratore di Calle lunga San Barbara è stanco di pagare affitti esosi, sazio di vedere giornate improduttive, trascorse senza clientela, colla gente che passa, dopo aver guardato a lungo e aver scosso la testa davanti ai pur bassi prezzi. Da questa città dobbiamo tutti scappare, e te lo spiega alzando la voce, ma è se stesso il primo che deve convincere.
PAOLO PUPPA
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Da lontano, a vederlo sorgere nella Calle Lunga di San Barnaba, seguito dalla sua algida compagna, Hilda, la cagna di razza greyhound presa in Irlanda e salvata dal macello, ti viene in mente una figurina da fumetto, magari Tin Tin. Quando poi lo avvicini, la sua andatura dinoccolata e ciondolante, la barbetta sporgente a pizzetto ben ritagliato, gli occhi accesi e beffardi, ti pare uscito dai villains della Venezia rinascimentale. A controprova, il fatto che chi non lo conosce e mi vede fermo per strada a ciacolare con lui, a scontrarmi col suo dialetto rauco e irascibile, dal sapore ruzantino, colla durezza aggressiva e dolcissima del suo intercalare, mi domanda se quello strano tipo allampanato non sia per caso ebreo o arabo. Sì, una sorta di Shylock redivivo. E nella sua Sampierota, quando armeggia e traffica coi remi per districarsi dall’ingorgo dei canali stretti, le movenze della figura lo rimandano dritto e filato ai gondolieri dipinti da Carpaccio o da Bellini. La medesima prestanza fisica, e la perizia delle posture a trarre il massimo risultato da sforzi misurati e parsimoniosi. Questo è Sandro, nickname per Augusto Mazzon, gran fotografo, se da sempre gli propongo invano di allestire una mostra degli infiniti scatti da lui fatti girando inquieto per Venezia, o nei pendolarismi ricorrenti a Sant’Erasmo a comprarsi verdure su cui imposta una dieta ferrea, vegetariana ma compatibile col pesce.

Hilda

Nelle spedizioni all’isoletta, a volte mi ospita specie se porto con me i tre nipoti friulani che ovviamente lo adorano. Anche perché vederlo in qualità di nocchiero dirigere l’imbarcazione col motore obbediente, lasciando la ragnatela dei rii per immettersi nell’apertura vasta e liberatoria della laguna, la cagna devota (in precedenza c’era l’indimenticabile Miretta, piccola breton molto più comunicativa), già vogliosa di correre frenetica tra campi e  cortili alla ricerca di conigli e galline, costituisce un autentico spettacolo.

Sandro Augusto Mazzon

Fare foto però è il suo violin d’Ingres, in quanto il primo mestiere è la bottega di restauratore, proprio in Calle Lunga di San Barnaba, verso l’approdo glorioso di Ca’ Rezzonico, dalle parti cioè dove si ferma la Regata storica. Lavoro appreso alla corte, parola giusta per carisma e grinta decisionista, di suo padre Danilo. Il locale un tempo stava pure in campo, ai piedi del ponte che porta verso Campo degli Squelini. E tutti lo ricorderanno se hanno visto lo sciropposo e melenso film Summertime di David Lean, o Tempo d’estate, con Katharine Hepburn e il nostro Rossano Brazzi, in quel periodo con fama di tombeur de femmes, a coprire pulsioni diverse allora perseguitate, almeno secondo le chiacchiere della Hollywood Babilonia.

Nella pellicola, la fulgida attrice cadeva infatti nel Rio contiguo e veniva poi salvata e riassestata, mentre l’attore italiano sosteneva la parte di un antiquario operante nel negozio stesso. Il restauratore, nondimeno, non è un antiquario, anche se mescola molte competenze. Inferiore per introiti, ma superiore certo per molteplicità di risorse e di abilità. Quante parole si declinano in effetti collegate alle sue mani, come piallare, brunire, incollare, raspare. Pratiche artigianali destinate a sparire o già cancellate da Chronos che divora abitualmente i suoi figli. Si pensi al cast nelle commedie partenopee di Raffaele Viviani, un secolo fa. In Borgo Sant’Antonio  del 1918, ad esempio, ci imbattiamo in ‘a farenara (la venditrice di farina), ’a capera (la pettinatrice), l’o pustiere (il titolare del banco del lotto), ‘o caffettiere, ‘o piattaro,  ‘o cucchieriello, ‘o limunaro,  l’acquaiola, ‘o vrennaiuolo (venditore di crusca), ‘o parulano (l’ortolano), ‘o ficaiolo, ‘o pagliaro, ‘o carnacuttaro (venditore di trippe), ‘o pizzaiuolo e gli apparatori della festa di Sant’Anna. Oppure, nella coeva Via Toledo di notte, ecco ancora ‘a grammignara, colei che vende gramigne ai vetturini di notte, in mezzo alle bambenelle, le passeggiatrici, mentre ‘o sapunariello (il cenciaiuolo) trema di freddo a rovistare nelle fogne, maledicendo la nettezza urbana. 

Ma torniamo a Venezia. Da Danilo, padre imperioso deceduto nel 2011, Sandro ragazzo ribelle per una sua indomata indole ogni tanto scappava lontano negli anni Ottanta, per eccesso di contrasti, salvo apprenderne insegnamenti, assimilando talenti e segreti. Fino all’avvenuta pacificazione, col rientro definitivo del figliol prodigo, allorché entrambi si sono accettati nella diversità/affinità caratteriale. In compenso, ha saputo costruire colla madre Rina un lungo sodalizio, trepido e protettivo, cessato due anni fa alla morte della donna. Adesso, questo ragazzo ha varcato all’anagrafe da un po’ i sessant’anni, portati in modo atletico e spavaldo. A fianco del suo negozio, dalle vetrine infiammate da angeli di legno, presepi lignei nel pullulare di madonnine e di vecchi pastori, e una serie dilagante di pinocchi, sagome tutte da lui stesso costruite, oltre a collages di vetri e di altri ingegnosi materiali, spunta una callettastretta, riempita da un’infinita oggettistica, esposizione da rigattiere di cianfrusaglie e di preziosità in vendita. L’antro conduce in un canale mignon, dove staziona la barca fedele e pronta a partire. Ma se entri dentro il negozio vedi un cantiere di lavorazioni, quadri e statue accatastate, carcasse di mobili distese per essere operate e rianimate. Dietro il tavolo si apre un secondo locale che immette in un’interminabile serpentina, spazio esoterico che immette a sua volta sulla calletta del canale.

Ebbene, in Sandro avverti le radici di generazioni succedute lungo interi decenni, a partire dal capostipite Carlo che teneva negli anni trenta la sua attività artigiana in Campo San Giacomo dell’Orio. Da lui, il nipote Attilio apre un laboratorio in Calle Lunga di San Barnaba nel 1942, ovvero nei tempi cupi della guerra. Ed è Attilio a definirsi con motivato orgoglio Intagliatore e Doratore, etichette oggi in via di dissoluzione al pari delle liste dei personaggi minori in Viviani, attività continuata per oltre mezzo secolo. Esperto dunque nell’arte del restauro di elementi decorativi storici, trasportati nella sua bottega a salvarsi dal degrado, quasi clinica salvifica, da parte dei collezionisti privati e pubblici di opere dal Seicento al primo Novecento. Non basta, in quanto costui rivendicava la specializzazione nella doratura, secondo antiche tecniche, come anche in quella di intagliare il legno, nelle sue varie forme, a farne cornici, figure artistiche, arredi, specchi nelle forme classiche, secondo stampi esportati dai mercanti veneziani per secoli e rinomati nel mondo intero. Tanta scienza viene trasmessa al figlio Danilo, impegnato a tenere corsi allevando schiere di giovani colleghi, oltre al figlio, ma intanto la curva del rendimento aziendale è così positiva e in salita da far loro aprire appunto il sopra citato laboratorio in Campo San Barnaba, il nonno in campo e il padre in calle. Dalle mani di Attilio, di Danilo e poi di Sandro sono usciti fuori così putti, panche, angeli, sculture, scenografie natalizie, cui Sandro aggiunge di suo un tocco di vocazione surreale e pop.

Tutto questo ciclo ora si chiude. Ogni cosa che nasce muore, ammoniva San Tommaso, per cui bisogna smettere di declinare i verbi al presente. Conviene adesso, agli inizi del 2024, optare per i tempi passati, elaborando un altro lutto simbolico per la città. Dono del nuovo anno, questo negozio ha chiuso i suoi battenti.

Le vetrine, prima sfolgoranti, anche di notte, sono murate da squallidi fogli di giornale. Sandro toglie il disturbo e se ne va in Brasile, nello Stato sud est di Minas Gerais (pietre preziose in portoghese), a raggiungere la morosa Rosana, figlia di un ricco imprenditore che lo aspetta laggiù. In verità, non brucia tutti i vascelli alle spalle. Si tiene la casetta vicina, dove salva alcuni strumenti di lavoro. Non si sa mai, ammicca con malizia e disincanto, quando gli dico che non lo vedo bighellonare sfaccendato nei paraggi della fazenda senza far nulla. Del resto, il gesto con cui strappa il tessuto, e getta via l’acqua sporca col bambino si iscrive in un esodo collettivo. I così detti negozi di vicinato si chiudono uno dopo l’altro, soppiantati dai mascherai compulsivi, dalle cineserie invasive, per non parlare della piaga dei B & B e dei ristoranti e bar, ognuno col suo bel plateatico sottratto con disinvoltura allo spazio pubblico.

Il che fa di questa antica Repubblica, un tempo dominante nel Mediterraneo, la succursale di una Disneyland farlocca e di noi vecchi cittadini dei patetici e incazzati indiani della riserva, omini guardati con curiosità e ironia dalle transumanze di turisti. Insomma, Sandro è stanco di pagare affitti esosi, sazio di vedere giornate improduttive, trascorse senza clientela, colla gente che passa, dopo aver guardato a lungo e aver scosso la testa davanti ai pur bassi prezzi. Da questa città dobbiamo tutti scappare, e te lo spiega alzando la voce, ma è sé stesso il primo che deve convincere. Sa, Sandro, che il suo è una sorta di tradimento, necessario per sopravvivere, ma sempre un tradimento. Io a dirgli con Kant che se si universalizza un atto lo si capisce meglio. Se tutti fanno come te, gli insinuo. E intanto gli guardo le grandi mani, che potrebbero, volendo, farti male, molto male e lui subito esulta, imprecando con amarezza, quasi con disperazione: “Appunto, fa come mi, professor!”.

Fuga da Venezia ultima modifica: 2024-02-05T11:54:12+01:00 da PAOLO PUPPA
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2 commenti

giovanna bonacini 5 Febbraio 2024 a 13:27

Struggente questo addio “razionalizzato”. Grazie, Professore! Inoltro con gioia e con un groppo in gola….

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ARGO16 5 Febbraio 2024 a 19:11

La “piaga degli Airbnb” è quella cosa che ci fa ancora campare. Venezia, senza il boom turistico, sarebbe certamente più genuina e sentimentale ma anche MOLTO, MOLTO più povera. La riprova è nelle premesse di questo articolo; la scomparsa del lavoro, che non è l’effetto collaterale del turismo ma di una miopia di chi ha governato prima, ieri e oggi (anche se quello di oggi ha sfruttato gli enormi proventi delle tasse derivanti dai “malefici” Airbnb per ripianare le casse disastrate del Comune). Venezia è stata abbandonata a sé stessa; ai suoi cittadini non sono state offerte le condizioni (trasporti veloci, spazi, una fiscalità agevolata, etc.) per costruire qualcosa di diverso da un’economia turistica. Prima di tuonare contro i B&B e rischiare il collasso economico, bisognerebbe proporre soluzioni di economia alternativa e sostenibile.

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