Non è un totem

Fine vita. Nelle reazioni seguite alla bocciatura in consiglio regionale veneto si coglie il rischio di rendere la questione non negoziabile. Si dovrebbe lasciare parlare, ascoltare, chi vive in condizioni di vita che non sono dignitose. È uno dei nodi su cui, più che convinzioni assolute, si dovrebbe sempre esercitare il paziente esercizio della ricerca.
GABRIELE SCARAMUZZA
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La pagina grigia scritta dal consiglio regionale del Veneto pochi giorni fa, con la bocciatura della legge di iniziativa popolare sul suicidio medicalmente assistito, impone alla politica di fare un definitivo passo in avanti per l’approvazione di una legge di civiltà, che disciplini il fine vita e dia coerenza e valore generale alla sentenza della Corte Costituzionale del 2019.

Invero, nell’ultimo scorcio della precedente legislatura, a marzo del 2022, già la Camera dei Deputati aveva adottato un testo legislativo, che a causa della fine anticipata della legislatura non poté essere vagliato dal Senato. Esiste già, quindi, un punto di partenza che potrebbe essere reincardinato nelle aule parlamentari, solo che vi fosse la volontà politica a compiere questo atto di civiltà.

Purtroppo il nostro paese ha sempre scontato un ritardo nel provare a offrire cornici di sicurezza e tutela giuridica a situazioni nuove e inedite che il progresso della scienza e della tecnica sanitaria rendono possibili. Basti pensare che solo nel 2017 il parlamento si è dotato di una legge sul testamento biologico con le dichiarazioni anticipate di trattamento (DAT).

È ben vero che attorno al fine vita si articola un pluralismo culturale, valoriale, religioso che non può essere banalmente appiattito dalla semplice normazione giuridica, ma è altrettanto vero che dovremmo provare a recuperare, in questa discussione pubblica, alcuni capisaldi fondamentali.

Il primo, il più importante, è quello relativo alla dignità del morire, alla possibilità di portare a termine il proprio percorso di vita, quando esso è segnato in maniera irreversibile dalla malattia e dal sostentamento per via esterna, in maniera appunto degna.

La soglia che separa la possibilità di continuare a vivere una vita dignitosa dalla necessità di consentire alla dignità del morire è un confine delicato, e su quel confine sta prima di tutto una persona, un’esistenza cui non deve mancare la capacità e la possibilità di scelta.

Già molti anni Giannino Piana, uno dei principali teologi italiani, affermava che

il trattamento medico non può essere definito a priori facendo appello a principi assoluti, ma va concretamente determinato prendendo in seria considerazione la possibilità dei pazienti di godere di un minimo di qualità di vita così che si possa parlare di condizione umana dignitosa;

proseguiva poi Piana concludendo che

è tuttavia assodato, anche per questo, il dovere di rivendicare con forza, in un tempo in cui è grande il rischio dell’accanimento terapeutico, la necessità di una ferma salvaguardia della dignità del morire.

Il rischio che si coglie nelle reazioni seguite al voto in consiglio regionale veneto è quello di fare di questa questione un totem, come tale non negoziabile, quando invece proprio qui dovrebbero calare il chiacchiericcio della folla, e lasciare parlare, ascoltare, chi vive in condizioni di vita che non sono dignitose. Quello del fine vita è uno dei nodi su cui, più che convinzioni assolute, si dovrebbe sempre esercitare il paziente esercizio della ricerca.

L’esigenza che credo più urgente, oggi, è quella di ri-umanizzare la morte, di permettere alla scienza di evolvere nella ricerca per alleviare le sofferenze di chi vive una condizione non guaribile, di consentire che il diritto elabori una cornice di garanzie, tutele e limiti. Ma occorre anche ricordare a scienza e diritto – in quanto opere dell’ingegno umano – che tocca a ogni singola persona, in cui amore e libertà coesistono, che si trovi di fronte alla scelta tra la dignità del morire e la prosecuzione di una vita nei fatti espropriata, potere decidere come andare.

Più che la disciplina di partito, su questi temi le forze politiche dovrebbero esercitare e animare un vasto dibattito e confronto, coinvolgendo simpatizzanti, iscritti, gruppi dirigenti, fermo rimanendo sui temi etici il rispetto delle posizioni di coscienza. Sul voto in consiglio regionale veneto, l’amarezza è che, alla fine, il fatto che la legge sia stata affossata per responsabilità di un esponente del PD è prevalsa sulla disobbedienza di molti consiglieri del centro destra all’indicazione del presidente Zaia.

Non è un totem ultima modifica: 2024-02-06T11:31:17+01:00 da GABRIELE SCARAMUZZA
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