Una sozzura bruttissima e vergognosa accanto alla facciata della Chiesa di S. Stefano

Una reliquia della storia di Venezia e del suo Rinascimento. In rovina per colpa di chi?
FRANCO MIRACCO
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L’immagine, che ci è data dalla fotografia, si riferisce all’ingresso in Calle dei Frati dell’ex Convento degli Agostiniani di Santo Stefano. Ma la parola a commento dell’immagine è sozzura,ovvero sozzeria, nefandezza, o che altro si potrebbe dire vedendo la bruttissima e vergognosa condizione in cui si trova il più che interessante e bel Portale, che da molto tempo fa da ingresso all’Agenzia delle Entrate?

Sozzura, cosa bruttissima e vergognosa, parole scritte da Giorgio Vasari per esprimere l’indignazione sua e quella di Jacopo Sansovino nel constatare quel che accadeva in Piazzetta e tra le due Colonne sulla Riva. Scrive Vasari che Jacopo, trovandosi lì nell’anno 1529, vide “fra le due colonne di piazza alcuni banchi di beccari e fra l’una colonna e l’altra molti casotti di legno per comodo delle persone per i loro agi naturali, cosa bruttissima e vergognosa, sí per la dignità del palazzo e della piazza pubblica e sí per i forestieri che, andando a Venezia dalla parte di San Giorgio, vedevano nel primo introito così fatta sozzurra”. Chi non avesse inteso il chiaro linguaggio vasariano, basta volgarizzarlo: l’indignazione di Vasari e Sansovino stordisce anche noi nel leggere che in quello spazio d’eccezione, accanto ai banchi di carni e verdure, c’erano dei casotti per defecare e orinare. Va pur detto che, trattandosi di una città di mare con porto, Venezia si è spesso trastullata con varie nefandezze (non sempre e non dovunque, per esempio durante il XVIII secolo sembrerebbe che la cosa fosse migliorata, senza convincere Goethe però), e comunque di inaccettabili e inselvatichiti trastullamenti, dalla seconda metà del XX secolo a oggi, Venezia continua a essere vittima. Ma attardarsi nel battere il tasto del negativo attorno alle vicende veneziane, oltre che a essere ripetitivo, non serve a nulla, in quanto la magnificenza o la nefandezza di Venezia è sempre dipesa dal Principe in servizio, nel senso che nel volgere al meglio ogni questione può esserci l’ascolto “principesco”, quando e se fosse disposto a tener conto dell’onorevolezza ed utilità del pensiero altrui. Scrive Vasari che è quel che accadde, grazie a Sansovino e al suo principe:

Jacopo, mostrata al principe Gritti la onorevolezza ed utilità del suo pensiero, fece levar detti banchi e casotti, e collocando i banchi dove sono ora e facendo alcune poste per erbaruoli, accrebbe alla Procurazia settecento ducati d’entrata, abbellendo in un tempo istesso la piazza e la città.

Raffaello, disegno all’interno del Pantheon; a destra Dettaglio del Portale d’ingresso al Chiostro

Ad imporsi nelle considerazioni di Giorgio Vasari (1511-1574), fondatore della moderna disciplina storico-artistica, sono alcune parole che dettano presupposti essenziali della civile convivenza e del valore della politica: la dignità del palazzo (luogo del potere) e della piazza pubblica ( lo spazio della cittadinanza, della comunità, cui accedono anche i forestieri); ed è l’architetto, il savio Jacopo Sansovino (1486-1570), che sussurra al Principe, al doge Andrea Gritti (tra i più grandi dogi nella storia della Repubblica), l’utilità e la reputazione per il suo governo nel dare regole di civiltà che siano portatrici di trasformazioni dinamiche ottenute “abbellendo in un tempo istesso la piazza e la città”. Come a dire, dalla bellezza viene il guadagno, di sicuro quei settecento ducati d’entrata. Al contrario, se si osserva ciò che sopravvive di quella “afflitta” tessitura in pietra che fu, con rarefatta eleganza, il significativo Portale cinquecentesco nella Calle dei Frati per il Chiostro maggiore dell’antico Convento di Santo Stefano, impossibile non restare turbati per la violenza in atto, da più decenni, e il conseguente inaccettabile disgregarsi (poveri noi) di una testimonianza di “pietre di Venezia” appartenute a un luogo prediletto da secolari religiosità e da rivelatrici frequentazioni culturali e artistiche. È vero, il Principe di queste contrade è morto chissà quando e l’Architetto, da intendersi come soggetto ispiratore di norme e pratiche di civiltà urbana, sembra essersi dissolto nella più imperturbabile levitazione. Perché quel Portale è da ritenersi significativo, e per più di un motivo? A muoverci con Giuseppe Tassini, che nel 1863 pubblicò il suo avvincente Curiosità Veneziane, una volta giunti a Santo Stefano, per via del fuoco dei ricorrenti incendi veneziani, sappiamo che “il convento di S. Stefano, dopo un altro incendio, successo nel 1530 (forse nel 1529), venne ristaurato nel 1532 sopra disegno del frate Gabriele da Venezia”. E dopo aver precisato che ai suoi giorni l’ex Convento era sede del Comando di Presidio e Fortezza e del Genio Militare, il Tassini scrive:

Il chiostro, o cortile, di esso, che serve di pubblico transito, e sulle cui pareti si scorgono ancora alcune tracce degli affreschi operati dal Pordenone, sempre come é fama, coll’armi a fianco per paura del rivale Tiziano, è celebre per memorie antiche e recenti.

Chiostro maggiore dell’ex Convento degli agostiniani di Santo Stefano

Più che probabile che Tiziano mal sopportasse l’irruente ascesa del Pordenone, ma lo storico, dopo aver elencato alcune lapidi e tombe illustri, nel soffermarsi sul Chiostro non dimentica né Tullio Lombardo, né “Antonio Canova, ancor giovanetto”, che lì, in fastidiosa provvisorietà, “scolpì in pietra tenera l’Orfeo”.

Fatto è che il Tassini va letto con attenzione, perché a volte nel suo scrivere c’è probabilmente dell’altro, e che il lettore non dovrebbe lasciar cadere. Per esempio: “Nel Chiostro di S. Stefano fu pure sepolto lo scultore Tullio Lombardo. Così egli si espresse nel suo testamento, fatto il 14 novembre 1532, in atti Angelo Canal: El mio corpo vogio sia sepulto in linclaustro de s. Stefano in una mia archa che ho in casa fatta, qual archa sia messa alto o basso. Et lasso a detti frati per il mio deposito diese ducati, sì che non me abbia a tuor più denaro de diese duchati(…), la sepoltura portava la data del 17 novembre 1532”.

Capitello ionico del Chiostro maggiore, al di sopra l’emblema con il drago e l’iscrizione latina suggerita da Pietro Bembo

D’altra parte, la bottega dei Lombardo (Pietro con i figli Tullio e Antonio) non mancò di mostrarsi in più di qualcosa tra l’Abside, il Chiostro (?) o l’altare Corbelli, essendo in quegli anni, prima metà del Cinquecento, Chiesa e Convento di Santo Stefano nelle conversazioni di alcuni protagonisti del Rinascimento veneziano, soprattutto di frate Gabriele Dalla Volta (1468-1537), per il Tassini semplicemente frate Gabriele da Venezia. Dunque Tullio Lombardo (1460-1532), scultore dall’evocativa purezza e architetto conseguente per innovazioni, e che avendo partecipato (anche) “nelle viscere” stesse della città all’innalzarsi della Chiesa di San Salvador, sa, secondo Tafuri, coniugare lucidamente “il bizantinismo con un inusitato controllo sintattico e grammaticale, a potenziare la struttura eroica delle dimensioni”, di San Salvador s’intende. Ma per quanto s’immagina di poter supporre, va forse tenuto conto di ciò che scrive, sempre Manfredo Tafuri (in Venezia e il Rinascimento) per nulla occupandosi del complesso monumentale di Santo Stefano, e tuttavia, indirettamente, ci mette sull’avviso, cercando da parte nostra il saperne di più sul cantiere agostiniano e in particolare su quel Chiostro, in cui volle essere sepolto il grande scultore-architetto. E questo perché quell’opera claustrale si distende su colonne con capitelli di ordine ionico, il che ci impedisce di ignorare le seguenti parole tafuriane: “Anche l’uso dello ionico – estremamente raro nella Venezia del tardo Quattrocento e del primo Cinquecento – ci parla della maniera di Tullio”.

Particolare del cortile con colonnato del Chiostro maggiore

È che nella Venezia diversamente rinascimentale della prima metà del XVI secolo a operare ci furono più maestri e botteghe: dopo Mauro Codussi e Giorgio Spavento, i Lombardo, Bartolomeo Bon o Buon, e “per ultimo viene Antonio Abbondi”(1465-1549) che, stando a John McAndrew, fu “noto come lo Scarpagnino, inconfondibile nello stile, spesso originale, ed eccezionalmente prolifico”. Un secolo dalle presenze inimmaginabili il Cinquecento veneziano, dato che oltre ai pochi nomi appena citati, cui ne andrebbero aggiunti molti altri per le arti dell’architettura e della scultura, quel secolo si arricchirà prodigiosamente di genialità quali quelle di Jacopo Sansovino, di Palladio… fino allo Scamozzi. A incuriosire però c’è “l’eccezionalmente prolifico” attribuito a uno Scarpagnino, per davvero pronto nel capire e nel fare, collaborativo e generoso, che non per niente fu benvoluto da dogi come Lorenzo Loredan e Andrea Gritti.

Ennio Concina, che tutto studiò, comprese e insegnò intorno a simili straordinarie questioni, nel saggio “Ampliar la città: spazio urbano, respublica e architettura” (Storia di Venezia, Venezia 1994) scrisse: “i saperi progettuali del proto al sal e del proto di San Marco, rivali nelle pagine vasariane, venivano chiamati a competere nel campo del quotidiano commodo e servizio”. Come a dire che lo Scarpagnino, proto al sal, e Sansovino, proto di San Marco, sapevano come praticare l’architettura nel tenersi al servizio dello Stato marciano e dei loro committenti. C’è da aggiungere che Giorgio Vasari, sulle ragioni del rapporto che legò il Sansovino ai veneziani, attribuì allo stesso esattamente quelle virtù per cui chiunque a Venezia, fin dal 1505, aveva imparato a stimare lo Scarpagnino:

Per lo che, conosciuto l’ingegno del Sansovino essere per servizio di quella città atto a ogni loro bisogno, lo feciono attendere molti anni alle fortificazioni dello stato loro.

Quando il 28 gennaio del 1505 il vecchio Fondaco dei Tedeschi si incenerì per via di un incendio, il progetto della ricostruzione fu affidato a un non meglio conosciuto Gerolamo Tedesco e a Giorgio Spavento, ingegnere e architetto, e che Marin Sanudo (1466-1536), immancabile storico e umanista, giudicò essere un “homo di grande ingegno”.

Come si sa, le coincidenze fanno la storia, e così avvenne che l’ingegnoso Spavento, scrive il McAndrew,

troppo impegnato per potersi dedicare esclusivamente a questo nuovo grande progetto, scelse come sostituto sovrintendente lo Scarpagnino, per il quale richiese e ottenne il doppio della paga abituale.

Da un incendio all’altro si potrebbe dire, perchè dalla rifondazione del Fondaco dei Tedeschi imposta dalle fiamme, si passa all’incendio terribile, ancora una volta di gennaio, che devastò nel 1514 i mercati e quant’altro a Rialto: di qui la decisione di rinnovare per intero l’area realtina e a convincere chi doveva decidere fu lo Scarpagnino, un’impresa vincente la sua anche perché seppe persuadere chi a Rialto ci lavorava, vi guadagnava, e voleva viverci con profitto e in sicurezza, con commodo e per servizio. Concina:

Le nuove costruzioni adibite a botteghe, volte, uffici pubblici – il Palazzo dei Dieci Savi sopra le Decime con la Drapperia su ruga degli Oresi e altro, il complesso che contorna la piazza di San Giacomo di Rialto in forma quadra – sono risolte mediante schemi architettonici di grande semplicità, che imprimono all’area del mercato un carattere di unitario e uniforme funzionalismo.

Ma perché quel nomignolo, lo Scarpagnino, che Antonio Abbondi si portò appresso da vivo e da morto e per i posteri? Non avendo trovato alcuna risposta, si può andare su di una assonante ipotesi, di cui diremo, a partire innanzitutto da un dato biografico. Ricorda lo storico dell’arte Giovanni Mariacher che l’Abbondi per anni fu afflitto da ridottissime disponibilità, malgrado le non poche opere realizzate. Tuttavia, fu proprio lo Scarpagnino che “unico tra i proti di Venezia si era offerto di curare senza paga le fortificazioni di Legnago”. La piazzaforte di Legnago era dal 1405 “il centro del sistema difensivo della Serenissima verso sud-ovest” nel veronese, e fu distrutta durante gli interminabili anni della guerra di Cambrai (1509-1517); un disfacimento che, dopo il tracollo subito ad Agnadello, si estese ad altre città e terre della Dominante. Un vasto mondo sconvolto da battaglie, assedi, violenze inenarrabili. Ad allearsi in Lega contro Venezia il papa Giulio II, l’imperatore Massimiliano d’Asburgo, Luigi XII re di Francia, Ferdinando II d’Aragona re di Napoli e di Sicilia, e di seguito gli Estensi, i Savoia, i Gonzaga, eccetera. Il patto scellerato fu sottoscritto “per far cessare le perdite, le ingiurie, le rapine, i danni che i Veneziani hanno arrecato non solo alla Santa Sede Apostolica, ma al Santo Romano Imperio, alla Casa d’Austria, ai duchi di Milano”, eccetera. Come per ogni autentica malefatta, era necessario motivarla onde “chiamar tutti ad una giusta vendetta per ispegnere, come un incendio comune, la insaziabile cupidigia dei Veneziani e la loro sete di dominio”. Marin Sanudo, minuzioso cronista di quei tragici eventi, dopo che Legnago fu presa dall’imperatore Massimiliano, e di nuovo liberata dagli abitanti e da truppe “marchesche”, per essere ancora rioccupata dagli eserciti della coalizione antiveneziana, annota: “sono andati in li borgi di Porto, et diti borgi per quelli di Lignago erano sta brusati e tuta via ardeva”.

Nel tentativo di difendersi i veneziani abbatterono in più punti gli argini dell’Adige, nella speranza che le paludi impedissero a francesi e spagnoli di portare le loro artiglierie sotto le mura delle città. Insomma, attacchi e contro-attacchi sanguinosi e feroci, da cui l’occupazione di Montagnana, Cologna Veneta, Este e Lonigo, anche se, dice Sanudo, “a Montagnana è stà portà charete piene di morti e feriti” nemici. Dopo l’anno 1509, quello di Agnadello, la Repubblica attraverserà sconvolgimenti estremamente drammatici causati, appunto, dalle guerre cambraiche e non solo, per cui crisi e mutamenti profondi in ogni campo: dalla politica alle arti, dalla cultura alle condizioni sociali, dai rapporti internazionali al ruolo della Serenissima tra Riforma e Controriforma, facendo del Cinquecento un passaggio decisivo nella storia di Venezia e del suo stesso futuro.

È come se la Serenissima si fosse attribuita il doppio volto di Giano: da un lato l’angoscia per il male – gli eserciti della Lega – nelle sue espressioni più inconsolabili e che giunse a lambire le acque della laguna, dall’altro una determinazione quasi messianica nel fare del buio la luce. Un solo frammento dei Diarii di Sanudo, da riferire ad ognuno dei 18 anni discesi da Cambrai:

marti proximo passato da matina messeno le artelarie a Santa Maria de Porto e comenzono a bombardar la terra di Lignago, el zuobia di note pasono l’Adese de soto Lignago suso zerte zatre, et venere da matina deteno una bataglia a la porta di Lignago verso la Badia e poteno far niente salvo che fono morti de li nostri zercha 10, di soi sono morti zercha 400 da le artelarie et etiam da arme da man e freze, e il sabado poi deteno do volte la bataja pur da quella banda e niente feceno; domenega poi a dì deteno tre bataje una la matina, l’altra a hora de disnar e la terza verso sera; e che eri da matina, a dì a l’alba si presentono iterum a la bataja, e in pocho spazio di tempo messeno nostri in fuga, perché i capi se retirono in la rocha e i nimici introno in la terra e comenzono a tajar a pezi le zente nostre, molti fuziteno fuora …ma per acque la mazor parte sono anegati, et essi sono passati l’acqua nodando più di 6 mia e sono venuti alla volta di Cologna.

Per circa due anni la fortezza e la terra di Legnago restò nelle mani dei francesi per passare nel 1512 all’esercito imperiale tedesco, ma prima che fosse terminata la guerra cambraica truppe e bande diverse si alternarono nell’azzerare quella che era stata la più efficace e bella fortezza veneziana nell’Italia del Nord. Di qui la necessità di ricostruire Legnago, affidando il compito a chi ne fosse stato capace. Ad offrirsi subito e a costo zero Antonio Abbondi, detto Scarpagnino, che non si sa se fosse ritenuto o meno esperto nello scarpar muri. Già, perché tra il Quattrocento e il Cinquecento si usava dire “scarpare il ditto castello” o come scrisse l’immenso Sanudo “voi serar tutto il borgo di teren scarpado metendoli una man di piere dentro via”. Forse che il veneziano Scarpagnino, nato in un borgo dell’alta longobardia, da giovane crebbe imparando a scarpar fossi? Si legge nel Dizionario veneziano di Manlio Cortelazzo che scarpar significa “costruire a scarpa un muro, un terrapieno o altri manufatti consimili”.

Per sua fortuna all’Abbondi non toccò il dover scarpar a Legnago, perchè a trattenerlo d’imperio a Venezia, mentre era sul punto di cercar migliori risorse in quel di Rodi, furono in molti e non tra gli ultimi i dogi Loredan e Gritti. Di porte di città, di mura, di fortificazioni e palazzi invece si occupò pienamente il veronese Michele Sanmicheli (1484-1559).

Nacque bene in casa di architetti e costruttori e si educò all’arte dell’architettura tra Roma e Orvieto, essendovi presto plaudito se non altro per aver appreso molto nelle botteghe raffaellesche e sangallesche (Antonio da Sangallo il Giovane). Accreditatosi così presso corti e città dell’Italia centrale ebbe non poche opportunità, frequentazioni però che lo misero nei sospetti di Venezia, essendo terre e ambienti quelli assai papalini e quindi più che sospettabili dopo Cambrai. Cessate le diffidenze, Sanmicheli nel “gennaio 1529 fu assegnato da Venezia come ingegnere militare a Legnago (…). Rientrato a Verona, venne nominato responsabile delle opere di fortificazione nell’ottobre del 1530… e confermato dal doge Andrea Gritti nel gennaio del 1532” ( Maria Beltramini, 2017). Ma delle scelleratezze successe a Legnago ebbe a scriverne nella sua Historia Vinitiana anche Pietro Bembo, dopo essere stato incaricato di proseguire le cronache serenissime narrate in precedenza dal Sabellico e che il più famoso membro della famiglia “Bemba” curò per gli anni dal 1487 al 1513, essendo il cardinal-cortegiano, più che riconosciuto tra gli inventori del Rinascimento, e anche per questo da Gabriele Dalla Volta – vicario generale degli Agostiniani – coinvolto in alcune idee sulla ricostruzione del complesso agostiniano di Santo Stefano.

Scrive il Bembo che a un comandante veneziano, lo schiavone Vanissa, nei pressi di Legnago, accadde che i nemici ad “uno dei suoi famigliari, preso da loro fuori d’ogni buon uso di guerra, la gola segarono”. Per tutta risposta i veneziani ne catturarono duecento “a quali tutte le teste tagliarono”, ma simili sortite non rallentavano l’avanzata degli alleati verso Venezia, tanto che il Bembo annota

né il Proveditor Gritti si tenea sicuro nel campo dove egli era: e tutti da tutte le parti verso Padova e verso Vicenza, senza che nessuno dei nemici gli seguitasse, si ricoverarono. Fu etiandio deliberato dai Padri, che Padova si fortificasse, che i magistrati artiglierie, farine e malvasie vi mandassero: soprattutto dieci cittadini Vinitiani, che la città guardassero, e procurossi che altre vettovaglie e altre copia di strame vi fosse recata, et anco scrisse il Senato ai suoi magistrati nell’Albania che conducessero a soldo della Repubblica quanto più Cavalleria…

Seppur con sua malavoglia, Andrea Gritti, che protestò per i compiti guerreschi affidategli non ritenendosi un militare, divenne al dunque l’uomo simbolo della resistenza e della rinascita di Venezia e dei suoi domini, di qui l’elezione a doge (per la verità molto contrastata) il 20 maggio 1523. Personalità irreprimibile e trascinante quella del Gritti: ma che si tenne sempre nel rispetto dei confini istituzionali, benché nulla facendosi mancare nelle mercanzie e nella diplomazia, nei piaceri del vivere e nelle infinite cose della guerra e della pace.

Particolare della facciata su Campo Santo Stefano di Palazzo Loredan dello Scarpagnino

Ha scritto Gino Benzoni:

Favorevole alla quinquereme di Vittore Fausto, promotore della chiamata a maestro di cappella di Adrian Willaert, attento all’attività cantieristica dell’Arsenale, preoccupato della salvaguardia dell’ambiente lagunare, insistente per la ricostruzione del Collegio delle acque e attivo nel presiederlo, sollecitante l’erezione del palazzo dei Camerlenghi, attento, dopo il crollo del 14 agosto 1524 di metà ponte di Rialto, a visionare il progetto di rifabbrica, preoccupato della statica della Basilica, stimolante al riordino organico della selva legislativa proliferata lungo i secoli.

Se per Francesco Sansovino è “nato per dominare”, Tiziano della figura del Gritti coglie la “maiestas che, esaltata dalle vesti, culmina nella perentorietà dardeggiante dello sguardo”. E ancora Gino Benzoni del doge, ormai vecchio e molto acciaccato, non dimentica di evidenziare gli aspetti più “rinascimentali”, nel verso di una vitalità inesauribile fino all’ultimo, perfino nel controllo della propria orazione funebre: “l’oratore sarà Bernardo Navagero, e, a ogni buon conto, preferisce che il testo gli venga sottoposto, e quel che vi è scritto è di suo gradimento”. Da ultimo: “Non pensa solo a essere degnamente – una volta morto-commemorato. Ai piaceri della mensa non rinuncia. La vita sobria cui esorterà Alvise Corner non fa per lui. E quattro giorni prima di morire si concede, il 24 dicembre 1538, una gran mangiata di pesce. Muore il 28 dicembre 1538 ed è sepolto…in quella chiesa di San Francesco della Vigna di cui, nel 1534, ha promosso la rifabbrica affidandola a Jacopo Sansovino”. Visse 83 anni ma dalle parti del sestiere di Castello ciò che appuntiamo, mentre si continua a pensare alla sorte del Chiostro di Santo Stefano e di quel Portale fin troppo maciullato sulla Calle dei Frati, è quel che scrive Ennio Concina riguardo allo

spoglio e severo aspetto del palazzo di residenza privata di un doge: quella casa di San Francesco, sul cui prospetto si apre una sola quadrifora, priva non solo di intagli lapidei, e di marmi, ma anche di qualsiasi accenno agli ordini vitruviani (…). Andrea Gritti l’aveva fatta ricostruire intorno al 1535, probabilmente allo Scarpagnino, artefice del pratico funzionalismo delle Fabbriche realtine.

Dettaglio della facciata della Scuola di San Rocco dello Scarpagnino

Giunti a questo punto i personaggi che molto potrebbero suggerirci su chi ideò e realizzò il Portale e il muro su cui lo stesso penosamente oggi si appoggia, e quindi il Chiostro maggiore dell’ex Convento agostiniano e alcune altre cose all’interno della Chiesa di Santo Stefano, sono già stati citati: Gabriele Dalla Volta, Pietro Bembo, lo Scarpagnino, ma che ben poco avrebbero, forse, apportato al cantiere cinquecentesco di Santo Stefano senza che si fosse manifestata a Venezia la magnificenza dei dogi Leonardo Loredan e Andrea Gritti.

Su Gabriele Dalla Volta ha scritto con acutezza storico-critica Antonio Mazzotta, che per la sua ricerca si è mosso dal ritratto di frate Gabriele dipinto da Giovanni Bellini, estendendo però, felicemente, il suo studio anche all’insieme del complesso Chiesa e Convento di Santo Stefano. Ma lo storico dell’arte “vede” il segno iniziale di uno sviluppo culturale, in forte progressione nei primi decenni del Cinquecento, in un episodio avvenuto l’11 agosto 1508 nella chiesa di San Bartolomeo. È in quel giorno e in quella chiesa prossima al Fontego dei Tedeschi che, scrive Mazzotta, “Luca Pacioli – a Venezia per stampare il De divina proportione – legge la celebre prolusione al quinto libro degli Elementi di Euclide”. Sarà lo stesso Pacioli a ricordare i nomi dei presenti, “fornendo così una sorta di ‘chi è chi’ dell’élite culturale a Venezia in quel momento irripetibile: ‘Gabriel Venetus’ è posto per primo (…). Impressionante ed eterogeneo l’uditorio, da Marin Sanudo ad Aldo Manuzio, a Bernardo Bembo, a Fra’ Giocondo, a Pietro Lombardo…”. Gabriel Venetus (che il quadro riverisce come Gabrieli Veneto/Eremitici Ordinis Generali), solo per dire che il “Gabriele Dalla Volta era proprio nel cuore di questo mondo”(Mazzotta).

Altro anno, con un passaggio per davvero storico nella vita del frate agostiniano, è il 1518: papa Leone X lo elegge a Vicario Generale dell’Ordine Agostiniano, pertanto subito coinvolto nei drammatici fatti sorti nelle Germanie eretiche dai tetti aguzzi. Nomina di certo favorita dal suo perenne amico Pietro Bembo, a sua volta con preziosissime amicizie nell’universo rinascimentale quali quelle con Raffaello, Michelangelo, Castiglione. E diviene allora più condivisibile quanto osservato da Mazzotta:

A Venezia Gabriele Dalla Volta era fortemente legato al convento agostiniano della chiesa di Santo Stefano, dove è sepolto. Qui lasciò segni esteriori profondi esercitando – forse addirittura in prima persona – l’attività di architetto e finanziando molte ristrutturazioni. Il Generale dell’Ordine, nel quale erano fermentate le idee di Lutero, si sentì forse incapace di arginare il fenomeno storico; verrebbe quindi da interpretare la sua incessante attività ristrutturatrice a Santo Stefano come un tentativo di isolarsi in una nicchia dai tumulti della Riforma. Che Gabriele fosse appassionato di architettura si evince dalle parole elogiative di Bembo, che in una lettera lo definisce ‘perito e diligente e animoso architetto’.

Ma c’è un’altra lettera bembiana, scritta il 20 maggio del 1530, dove “l’inventore del Rinascimento” si sofferma sensibilmente sulle questioni che angustiano il Generale di Sant’Agostino:

La qual cosa fare e poter tenere in istato le cose della sua chiesa (l’ordine agostiniano), quanto soglia essere a ciascun malagevole in questo nostro ardito e scapestrato secolo, e di quanti affanni e pensieri pieno, nessuno meglio di voi lo sa.

Affanni e pensieri che rendono difficilissima e dolorosa l’esistenza di chi avrebbe il compito di salvare l’ordine agostiniano dalla tempesta scagliata contro Roma dall’agostiniano Lutero, cui si aggiungono altre pesanti tribolazioni. Bembo: “…sapendo io che voi sete in facenda per la restauration del vostro monistero di Vinegia, che arse, e per tutto dì vi girate tra marmi e pietre e architetti e muratori”. Colui che diverrà cardinale nel 1539, sarà a più riprese un consigliere disincantato di Dalla Volta: un Bembo che si lascia affettuosamente sollecitare nell’avanzare (o criticare) pareri e scelte riguardo alla nuova sagrestia o all’abside, più in particolare sul grande Chiostro. Antonio Mazzotta:

L’intervento più importante di Gabriele fu la riedificazione di un vasto chiostro… a seguito del grave incendio che nel 1529 aveva distrutto buona parte del convento. Sull’architrave sopra il colonnato, in uno dei lati interni del cortile del chiostro, corre una lunga iscrizione celebrativa datata 1532, questa volta suggerita direttamente da Pietro Bembo (Antonio Mazzotta, in Prospettiva,luglio 2009).

E nel catalogo della mostra “Pietro Bembo e l’invenzione del Rinascimento”, Padova 2013, si legge:

Si tratta del primo chiostro rinascimentale a Venezia che mostri una trabeazione rettilinea, all’antica, sopra le colonne: una soluzione aspramente criticata da Alvise Cornaro, e di cui invece il Bembo coglie l’aspetto innovativo lodando in una lettera del 1530 ‘quelle belle e alte e capevoli logge e colonnati, insieme con le altre parti del vostro così ben ordinato casamento e così magno’. Pochi giorni più tardi, in una seconda lettera, Bembo detta la lunga iscrizione latina che decora il fregio ionico, discutendone i termini con Dalla Volta.

Il campo di Rialto per i mercati e le botteghe dello Scarpagnino

Se così fosse i tempi della ricostruzione di Santo Stefano non tornano affatto: l’incendio che sconquassa Chiesa e Convento è del gennaio 1529 e circa un anno dopo sarebbero state già costruite “belle e alte e capevoli logge e colonnati”, eccetera? Impossibile, altrimenti il frate intendente di architettura avrebbe compiuto veramente un portentoso miracolo: più o meno in dodici mesi sarebbe stato aperto e terminato un cantiere per un’ impresa tutt’altro che semplice: progetti, materiali, realizzazioni, eccetera. Ce lo fa capire il Bembo con una sua lettera del giugno del 1530 all’agostiniano Gabriele:

Piacemi che la grande e bella fabrica del vostro monistero, che incominciata havete, vada innanzi…

Lavori in corso dunque, che è quel che traspare in alcuni brevi passaggi epistolari bembiani, e nemmeno così frequenti e specifici attorno ai problemi sollevati da quei lavori. È come se Pietro Bembo guardasse, con distacco tra l’affettuoso e il dandistico, le fatiche del suo carissimo amico, frate e committente di certo ma oltremodo “preso” dal rifondare ciò che era andato perso. E non va dimenticato che il Dalla Volta, con la responsabilità e l’autorità affidategli da Roma in campo teologico e congregazionale anche al di là delle Alpi, qualche momento delle sue giornate lo avrà pur riservato al cataclisma provocato nel mondo cristiano dal suo ex confratello Lutero. In ogni caso, la vocazione per l’architettura era connaturata nel Generale degli agostiniani, e da tanti anni, se non altro dall’episodio con i dotti che accolsero e ascoltarono Pacioli a Venezia nell’agosto del 1508. Infatti, nel riprendere il saggio di Mazzotta, si legge:

Che Gabriele fosse appassionato di architettura si evince dalle parole elogiative di Bembo, che in una lettera lo definisce ‘perito e diligente e animoso architetto’, anche se poi in un momento di irritazione giudica ( con ironia, visto che qualche anno prima l’aveva esaltata in un’epistola) ‘sproporzionata’ la sacrestia nuova, o maggiore, finanziata e progettata proprio da Gabriele e completata nel 1525, come testimonia l’iscrizione in caratteri capitali sull’architrave interno della porta marmorea. Del 1526 è invece il bel portale al centro dell’abside.

Mentre la “lunga iscrizione latina che decora il fregio ionico”, cui si è accennato poc’anzi, è visibilmente datata 1532, essendo stata motivata e facilmente imposta dal Bembo: “Gabriel Venetus augustinianorum eremitarum magister domum sociorum…”. Una volta accettata la mano bellininiana sostenuta da Mazzotta, di quel ritratto conta ciò che “trasmette” lo sguardo del magister agostiniano a un osservatore interessato. Non per niente Mazzotta scrive:

Grande è la capacità dell’artista di far coesistere un certo grado di idealizzazione con la psicologia del personaggio (…), restituendo un’atmosfera di sospensione e incertezza.

Fontego dei Tedeschi

Già, ma dall’incertezza ci si toglie, forse, col darsi alla diffidenza da cui progredisce un temperamento teso a vigilare, tanto più in un tempo che per il Bembo è “questo nostro ardito e scapestrato secolo”, sapendo che l’aggettivo ardito lo si può usare per dire impudente, azzardato, pericoloso. Diffidente e alquanto vigile il dotto frate Dalla Volta, che è quanto rivela, al di là della fisionomia, quel circoscrivere il proprio territorio (Chiesa e Convento) con le tracce del suo assillante voler esserci mediante iscrizioni autocelebrative e l’apposizione, quasi dappertutto, del suo strano emblema. In una monografia del1996 dedicata alla “Chiesa di Santo Stefano”, Chiari Moretto Wiel osserva:

Tassini riporta l’enigmatico emblema raffigurante un serpente alato o basilisco attorcigliato attorno a un riccio, creato per sé dallo stesso frate Gabriele. Gli si associa il motto: “Volvitur ut serpens, sic frangitur asper echinus” (si attorciglia come un serpente, così è vinto il pungente riccio). Lo stemma di Gabriele Dalla Volta è ripetuto sull’architrave della porta della Sacrestia, sulla cornice inferiore delle quattro finestre, sul fronte del lavabo liturgico nella Sacrestia minore e sul fianco del pozzo ottagonale nel chiostro piccolo.

Più che di un serpente, l’emblema ossessionante dell’umanista e teologo al vertice dell’Ordine agostiniano è l’immagine di un drago che vola e si attorciglia in altri punti assai visibili del trascuratissimo, da chissà quando, Chiostro maggiore. Simbolo di un eterno ritorno, del cerchio su cui si rincorrono la vita e la morte, quindi dell’eternità? Quella specie di “timbro” iconografico, rinvenuto tra l’alchemico e il filosofico, sembra piuttosto esprimere l’incontenibile ambizione di Gabriele Dalla Volta nel mostrarsi al mondo come l’Architetto della rinascita del complesso monumentale in cui lui stesso vive dopo un incendio che, dice il Sanudo, fu spietato nel guastare “tutta la parte de qua del ponte fino al la chiexia” (citato da Chiari Moretto Wiel ). E tutto questo esibirsi avviene in una città, che è città di pietre, di marmi, di grandissimi architetti e scultori, compresi quelli al lavoro nel corso del tempo tra Chiesa e Convento di Santo Stefano: la bottega al completo dei Lombardo o dei Giovanni Buora o degli Antonio Gambello, fino a colui che saprà essere l’interprete di intenzioni e idee culturali, solo in apparenza semplici, ma pur sempre ricevibili da chi avrebbe saputo trasferire quelle idee, nella concretezza di un chiostro, di un portale, di un architrave; insomma, del fare architettura per conto di un frate intendente di architettura, quale fu senza dubbio alcuno Gabriele, non essendo però lui il faber. Come d’altra parte si capisce, eccome se lo si capisce, leggendo con un po’ di malizia le maliziose “ciance” scritte affettuosamente dal grande Cortigiano, Cardinale, Poeta e Scrittore Pietro Bembo al suo amico Gabriele Dalla Volta, frate e Generale di Sant’Agostino: dallo sguardo o se si vuole dalla fisionomia propria di chi diffida e vigila, come da ritratto in conclusione. Che sono, caso mai, virtù e cruccio di un attento e sempre al corrente “direttore dei lavori”, cioè della persona giusta per far rinascere Santo Stefano da un ennesimo, spaventoso, incendio veneziano.

C’era allora, tra gli anni venti e trenta del XVI secolo, un architetto umilmente più capace di altri nell’ascoltare, nel capire, nell’adeguarsi al meglio rispetto alle intenzioni, alle esigenze, ai gusti della committenza? Un simile identikit, per quel che si è detto finora, porterebbe ad Antonio Abbondi, detto lo Scarpagnino, un nome avanzato con punto interrogativo da Giulio Lorenzetti nella sua conosciutissima guida storico-artistica del 1926, e che attribuisce, dubitativamente, proprio allo Scarpagnino “a destra per il Portale in fianco alla Chiesa …il bel Porticato classicheggiante”. Ignoro se Lorenzetti, tra i primi a insegnare storia dell’arte alla facoltà di architettura di Venezia, sia rimasto il solo nel chiamare in causa il nome di un architetto di per sé molto schivo, certo è che lo Scarpagnino fu espertissimo nel costruire o rifondare più e più cose a Venezia, così da far dire su di lui da McAndrew che fu “spesso originale ed eccezionalmente prolifico”.

Se dopo alcuni tra i più sconvolgenti incendi nella prima metà del Cinquecento veneziano fu chiamato per le complesse, delicate opere di costruzione e rinnovamento il nostro Antonio Abbondi, ma perchè escludere che a collaborare con il frate intendente di architettura sia stato lo Scarpagnino, un uomo e un architetto cui non interessava affatto essere celebrato ma piuttosto chiamato quando del suo saper fare ci fosse stato bisogno? Per Manfredo Tafuri lo Scarpagnino “è tecnico di rilievo, destinato ad acquisire notevole prestigio a Venezia: dal 1506 dirige la costruzione delle chiese di San Sebastiano e di Santo Spirito (…) dal 1522 continua la chiesa di San Fantin, mentre presta un’intensa opera per la sistemazione del Palazzo Ducale”. Un tecnico assai esperto e “spesso originale”, per esempio in quel che gli spetta, e non è poco, nella Scuola di San Rocco o nel Fontego dei Tedeschi o nel palazzo dei Camerlenghi, dove, per ambedue gli “originali” edifici, dirimpettai sulle rive del Canal Grande realtino, gli si dovrebbero riconoscere almeno i due Portali, “anonimi” per alcuni storici. Se si accoglie infatti quanto scritto da Concina per l’intera contrada di Rialto:

Nel quadro della ricostruzione del mercato, tuttavia, trova luogo anche l’opposto: lo sfoggio di ornamenti, l’ormai tradizionale policromia dei marmi, la ricchezza del completo rivestimento dei prospetti in pietra d’Istria. Tutto questo nel palazzo dei Camerlenghi, l’aerarium della Repubblica, databile fra il 1525 e il 1528. Non si tratta di una radicale ricostruzione; ma anzi, dell’abile trasformazione in un corpo di fabbrica unitario, per quanto di pianta molto irregolare, di tre edifici preesistenti. Innanzitutto quello che, a quanto sembra, conduce ancora lo Scarpagnino è un intervento di economia, di peritissimo reimpiego, che affonda le sue radici in una lunga esperienza tecnica di recupero di preesistenze.

Se così è, chi meglio dello Scarpagnino nella nella reinvenzione e nel recupero di quanto il fuoco aveva distrutto a Santo Stefano? E chi (come lui anche altri architetti e artisti) aveva raggiunto da tempo la piena maturità per le cose della vita e dell’arte nell’orribile 1509 della sconfitta di Agnadello, non aveva forse sentito come un proprio ideale “politico” aderire alle tendenze di “moralizzazione della vita civile e sociale veneziana che caratterizzano il lungo dogado di Leonardo Loredan (1501-1521)”? La citazione ci viene da Concina, mentre dalla storia di Venezia sappiamo che furono anni di intollerabili patimenti per via della peste quelli attorno al 1529, quando il fuoco ridusse in rovina i luoghi sacri di Santo Stefano e si decise di ricostruire, tra Chiesa e Convento, mediante idee e pratiche create “semplicissimamente” da un’arte che era nella tradizione di Venezia o di quanto si andava studiando e disegnando tra i monumenti dell’antichità. Idee e pratiche che lo Scarpagnino aveva applicato per i mercati e gli uffici serenissimi di Rialto, per quanto fu di sua competenza al Fontego dei Tedeschi, per la rinascita voluta da Andrea Gritti della Chiesa di San Giovanni Elemosinario, e per quanto farà per gli eredi del doge con la facciata di palazzo Loredan a pochi passi dalla Chiesa e dal Convento di Santo Stefano. Ed è assolutamente certo che Il libro del Cortegiano di Baldassar Castiglione fu pubblicato per la prima volta “nelle case d’Aldo e d’Andrea d’Asolo”, cioè i Manuzio, che lo stamparono a Venezia nel 1528, quindi a ridosso dei fatti agostiniani che ci riguardano. Per dire che nessuno meglio di Pietro Bembo e del suo amico frate Gabriele Dalla Volta avrebbe potuto dar luogo nelle architetture di Santo Stefano ai contenuti essenziali del Libro: “primato della grazia e della sprezzatura, rimozione-marginalizzazione dell’affettazione, dell’eccesso, dello sconveniente, esaltazione del bon giudizio, della mediocrità”(Amedeo Quondam, in Il libro del Cortegiano di Baldassar Castglione, Milano 1981). E se così fu, perché non immaginare che frate Gabriele abbia letto, con passione agostiniana, ad un più che disponibile architetto – lo Scarpagnino al servizio dei grandi dogi – queste righe, da pochissimo pubblicate a Venezia?

…fuggir quanto più si po, e come un asperrimo e pericoloso scoglio, la affettazione; e per dir forse una nuova parola, usar in ogni cosa una certa sprezzatura, che nasconda l’arte e dimostri ciò che si fa e dice venir fatto senza fatica e quasi senza pensarvi.

O forse non è questo che vediamo nel Chiostro maggiore di Santo Stefano pensato e costruito col dare il primato alla grazia che sa nascondere l’arte

e dimostri ciò che si fa e dice venir fatto senza fatica e quasi senza pensarvi?

Ed è possibilissimo che Pietro Bembo, “senza pensarvi”, abbia passato a frate Gabriele, intendente di architettura, copia di un disegno pervenutogli a Roma, un disegno che il suo amico Raffaello aveva fatto all’interno del Pantheon. Quel disegno, infine, che semplicemente accostiamo alla rovina del Portale cinquecentesco sulla Calle dei Frati, tanto per coglierne, con sprezzatura, la rinascimentale somiglianza con un lavoro di architettura creato “col dare il primato alla grazia che sa nascondere l’arte”.

In ricordo di don Mario Senigaglia (1938-2008), indimenticabile parroco della chiesa di Santo Stefano, teologo e straordinario predicatore dalla cultura agostiniana.

Una sozzura bruttissima e vergognosa accanto alla facciata della Chiesa di S. Stefano ultima modifica: 2024-02-07T19:22:03+01:00 da FRANCO MIRACCO
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