Il tempo dei profeti

PATRICK GUINAND
Condividi
PDF

Version française
English version / ytaliglobal

[VIENNA]

Il 26 gennaio, giorno della Memoria, alcune migliaia di persone si sono radunate a Vienna davanti al Parlamento austriaco. La parola d’ordine era focalizzata sull’antifascismo e sul pericolo dell’ascesa dell’estrema destra. In Europa, e in particolare in Austria, dove l’FPÖ, il partito di estrema destra, in testa nei sondaggi e che scalpita alla soglia del potere. Nell’occasione, Elfriede Jelinek, premio Nobel per la letteratura e castigamatti, fin dai tempi del suo risveglio, di un’estrema destra dalle sfumature neonaziste, interpretato da Jörg Haider, trasmette un testo molto cupo, letto davanti al pubblico da un’attrice del Burgtheater, poi pubblicato sul quotidiano liberale Der Standard. Il titolo è inequivocabile: Ich höre ein Ungeheuer atmen. Sento il respiro di un mostro. Tutti hanno ovviamente in mente la famosa bestia schifosa brechtiana, denunciata nel suo Arturo Ui. Come se i tempi si ripetessero, senza memoria, a circa ottant’anni di distanza. Il recente incontro segreto dell’estrema destra a Potsdam, che ricorda fastidiosamente la famosa Conferenza di Wannsee, non era fatto per rassicurare, cosa che Jelinek non manca di denunciare. 

La Giornata della memoria al Quirinale

Lo stesso giorno, il presidente italiano Mattarella ha pronunciato un discorso certamente più misurato, ma altrettanto chiaro sui pericoli del pensiero estremista, che ha portato al fascismo all’italiana. Si dice che gli attuali rappresentanti del potere governativo, la maggior parte dei quali appartenenti al movimento neofascista italiano o collezionisti di busti di Mussolini come il presidente del Senato, formalmente presenti al discorso, avessero un aspetto piuttosto cupo. Ricordando l’orrore assoluto della Shoah, e l’eroismo dei partigiani e dei Giusti che si opposero alla barbarie nazista, ha anche condannato inequivocabilmente l’azione di Hamas del 7 ottobre, autorizzandosi però, pensando a Gaza, a pronunciare un adagio dai toni d’un sermone vagamente biblico: “Coloro che hanno sofferto il turpe tentativo di cancellare il proprio popolo della terra sanno che non si può negare a un altro popolo il diritto a uno Stato”. Mattarella, come Salomone, quindi, in bilico tra l’estremismo di tutte le parti, in un tempo in cui l’oggettività politica davvero non ha forza di legge, tra pulsione di potere e pulsione di guerra. Anche se ha concluso il suo discorso con una nota più ottimistica, rigettando intolleranza e fanatismo fuori del pensiero umano, con un vibrante inno alla gioventù e ai cittadini ansiosi di solidarietà, le pietre miliari sono state poste a monito di una potenziale deriva futura delle nostre democrazie. Una sorta di profezia preventiva.

26 gennaio, manifestazione a Vienna di fronte al parlamento austriaco

Robert Menasse è un romanziere austriaco. Ha appena ricevuto il Premio del libro europeo. E pochi giorni fa ha inviato al quotidiano Le Monde un articolo, straordinariamente tradotto da uno dei migliori traduttori francesi della lingua tedesca, Pierre Deshusses, in cui ricorda con umorismo sviluppi, turpitudini e debolezze della democrazia, dalla sua invenzione in Grecia alla fine del VI secolo a.C., a opera di un tal Clistene. Il quale Clistene, secondo lui, sarebbe sicuramente scoppiato di risate al pensiero che una società democratica possa fare a meno degli schiavi o possa essere guidata da donne. Come sappiamo, ci sono voluti diversi secoli perché l’idea stessa o la sostanza di tale democrazia cambiasse. Che vive nella nostra Europa secondo regimi politici e giuridici completamente disparati, che vanno, come osserva Menasse, dalla monarchia costituzionale alla molteplicità dei regni del parlamentarismo, per non parlare dei sistemi elettorali altrettanto diversi in ogni paese. Il che porterebbe, in un tal paese, a un diverso risultato parlamentare o governativo se applicassimo le regole elettorali di un altro paese. Tuttavia, questa molteplicità di varianti democratiche non sembra essere vista da Menasse come un vantaggio, ma come un’ammissione di debolezza, poiché l’ostacolo principale all’evoluzione trasparente della democrazia è il nazionalismo, i nazionalismi, che lobotomizzamo il pensiero democratico. E Menasse ricorda Jean Monnet, uno dei padri fondatori dell’Europa, che descriveva il nazionalismo come nemico della democrazia, De Gaulle che parlava dell’“Europa delle patrie” e non delle nazioni, o François Mitterrand che affermava davanti al Parlamento europeo nel 1995: “Il nazionalismo è guerra“.

Menasse invoca quindi quella che definisce una “democrazia europea post-nazionale”, pena il progressivo collasso delle già vacillanti democrazie europee in caso di vittoria generalizzata del nazionalismo. Jelinek ha sentito il respiro del mostro, ha detto nel suo intervento del 26 gennaio, e ha subito aggiunto: “Sento il respiro della democrazia che s’indebolisce”. Come se il respiro del mostro stesse gradualmente soffocando quello della democrazia. Quindi il rimedio Menasse: una prospettiva percorribile o solo l’ennesima utopia? Il respiro infatti sembra mancare.

Parole nel deserto? Obsolete? Avere come ascoltatori solo gli storici o i già convinti? Tra anatemi che non hanno seguito e un mondo bisognoso di spiegazioni. Dove cercare il nuovo tono giusto? Si direbbe che i nostri tempi si facciano sempre più oscuri, soggetti a molteplici egocentrismi identitari, che non sanno più dove si trova la strada verso un mondo pacificato, ma hanno ancora bisogno di profeti. O almeno agitatori costruttivi del pensiero. Anche se temiamo che finiscano per subire la sorte di Cassandra. Che la loro parola resti inascoltata, poiché la Storia si diverte a ripetere i suoi scenari più orribili.

Alcuni piuttosto scelgono di scivolare verso la distopia. Come Emmanuel Todd, che una volta “profetizzò” la caduta dell’URSS sulla base di controverse analisi delle statistiche demografiche, e che oggi, con un metodo simile, annuncia la fine dell’Occidente. La corsa alla profezia è uno sport che Todd, un sedicente profeta, sembra divertirsi a praticare, e il suo ultimo lavoro La  Défaite de l’Occident è lungi dall’essere apprezzato all’unanimità. Le Monde, ad esempio, si è recentemente dichiarato poco convinto delle sue considerazioni, definendo addirittura Todd un “profeta con gli occhi chiusi”. Con una visione dunque problematica, “senza argomentazioni reali e senza preoccuparsi della coerenza”. Non è Tiresia che vuole. Certo il catastrofismo è un buon tema per vendere, per posizionarsi sulla scena intellettuale, ma come ricorda Andrea Camilleri, lo stesso Tiresia si lamentò con Zeus del dono concesso: “Questa mia arte profetica, tu Zeus, me l’hai concessa come privilegio, non è un dono ma la più tremenda delle condanne“. (Conversazione su Tiresia).

26 gennaio, manifestazione a Vienna di fronte al parlamento austriaco

Più convincente, per esempio, è la visione cosiddetta distopica, ma letteraria, romanzata, di Michel Houellebecq. Sensore di terremoti sepolti delle nostre società contemporanee, della perdita di senso che serve alla sopravvivenza quotidiana, Houellebecq sembra parlare a ciascuno di noi. Con Schopenhauer come lontano maestro. E a volte l’intuizione dello scrittore agisce come una profezia. Nel suo romanzo Sottomissione (2015), Houellebecq descrive la presa del potere dell’Islam in Francia. Sicuramente una presa del potere soft, apparentemente democratica, attraverso la semplice conquista delle menti. Ma il romanzo è apparso il giorno dell’attentato a Charlie Hebdo. E da un giorno all’altro Houellebecq è apparso come un profeta. Non c’è da stupirsi quindi, mentre queste ultime settimane sono state massicciamente occupate dalla rivolta dei contadini in Europa e in particolare in Francia, che i commentatori sottolineino il rinnovato dono di profezia dell’autore del romanzo Serotonina, pubblicato nel 2019. Il narratore, ingegnere agronomo, lentamente consumato da un disastro esistenziale, dove le pillole di serotonina, l’ormone della felicità, sembrano avere scarso effetto, ritrova un compagno di classe che lì è diventato allevatore. E al termine di una lunga sequenza di disperazione degli agricoltori di fronte all’assurdità della politica agricola europea, di inevitabili manifestazioni e scontri armati con la polizia, l’amico ha finito per suicidarsi. Il bel momento di ascoltare insieme Ummagumma dei Pink Floyd o Child in Time dei Deep Purple si conclude con una pallottola in testa. Inutile dire che la finzione di Houellebecq, profeta di fatto, ha trovato ampia risonanza tra gli osservatori, ricordando tra l’altro questo slogan brandito oggi da alcuni manifestanti: “l’agricoltura, i giovani la sognano, gli adulti ne moriamo”.

26 gennaio, manifestazione a Vienna di fronte al parlamento austriaco

Lo status di profeta appare quindi ancora una volta nello spirito del tempo. Con i dubbi che si possono avere sul potenziale pubblico della cosiddetta parola profetica. Thomas Bernhard, che eccelleva nel rappresentare il fallimento dei grandi ciarlatani messianici, dal Teatrante al Riformatore, l’aveva già chiaramente tematizzato con il suo direttore del circo Caribaldi, in una delle sue prime pièce La forza dell’abitudine (1974). Come brano, aveva avuto cura di citare da un lato Diderot: “Io stesso, da giovane, pendolavo tra la Sorbona e la Comédie” e poi, a seguire, Artaud: “ma la razza dei profeti s’è estinta”. Il pensiero chiarificatore dell’Illuminismo, magistrale o catartico, sul pulpito o sulla scena, sarebbe solo nostalgia, la capacità profetica oggi inaridita. Caribaldi non riuscirà quindi, nonostante la ripetizione ossessiva degli esercizi, a far suonare correttamente, dai suoi artisti circensi, il Quintetto La trota di Schubert.

Con Jelinek, Mattarella, Menasse, Houellebecq e altri, vediamo che questo inaridimento non è però assolutamente inesorabile, e che lungi da ogni messianismo diventa urgente almeno fare il punto della situazione. Per sapere dove stiamo andando e come vivere. E chissà, Caribaldi potrebbe avere una possibilità con il suo Quintetto. Se quindi smettiamo, per prudenza, di credere ai profeti con gli occhi aperti o chiusi, non ci resta che ascoltare questi apripista della coscienza, che parlano o scrivono, per compensare la cecità del mondo.

Il tempo dei profeti ultima modifica: 2024-02-08T20:28:09+01:00 da PATRICK GUINAND
Iscriviti alla newsletter di ytali.
Sostienici
DONA IL TUO 5 PER MILLE A YTALI
Aggiungi la tua firma e il codice fiscale 94097630274 nel riquadro SOSTEGNO DEGLI ENTI DEL TERZO SETTORE della tua dichiarazione dei redditi.
Grazie!

VAI AL PROSSIMO ARTICOLO:

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE:

Lascia un commento