Santi alle finestre e gente di confine

“Finestre in Val del Biois. Enzo Demattè. Note, racconti, poesia”
FRANCESCA DEMATTÈ
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Fra le domande che si presentarono a noi figli di Enzo Dematté, uomo di scuola, di cultura, scrittore e poeta, dopo la sua scomparsa nell’ottobre 2014, due in particolare riguardavano le sue carte e i suoi libri.
“Cosa fare di loro? Come evitare di disperdere quel patrimonio anche nella semplice distribuzione ereditaria?” E mentre cercavamo risposte nei contatti con le istituzioni culturali trevigiane e venete, chiaro appariva anche l’impegno nei confronti della sua memoria. Come diceva tante volte salutandoci con queste parole: “mi raccomando… comportarsi!”: bene, naturalmente.

Da allora sono trascorsi dieci anni e dalla comune decisione di affidare l’insieme di carte e libri alla Fondazione Benetton Studi Ricerche, almeno otto. Durante i quali, negli incontri con il Direttore del tempo, dott. Marco Tamaro, e con la responsabile dell’archivio, coordinatrice del centro documentazione della stessa, dott.ssa Francesca Ghersetti, avemmo modo di intendere come accostare un archivio di persona, soprattutto novecentesco, sia incontrare un patrimonio documentario particolarmente complesso dove emergono con evidenza i sentimenti, le passioni, le intelligenze, le storie di uomini e donne che hanno plasmato con la loro esistenza l’età contemporanea, e per questo motivo rappresentano una testimonianza significativa, degna di essere salvaguardata, conosciuta e valorizzata. 

Salvaguardare la memoria, non un archivio e una biblioteca fra sedi che ci proponevano accoglienze circoscritte a specifici ambiti di interesse, senza garantire se non la generica sopravvivenza di tutti i documenti, si confermava come un’operazione non facile. Per fortuna, nel dicembre 2017, ricevemmo ospitalità e attenzione negli spazi Bomben, sede della Fondazione Benetton. Di più, l’archivio di Enzo Dematté divenne in quella sede un progetto di restituzione alla comunità del patrimonio di idee e opere del suo laboratorio creativo e degli strumenti di lavoro da lui usati, che ancor oggi coinvolge la nostra famiglia nel riportare al pubblico il profilo della sua persona e della sua opera.

Da alcuni materiali del Fondo Enzo Demattè ora mappato e accessibile al pubblico degli studiosi, nasce anche la mostra “Finestre in Val del Biois. Enzo Dematté. Note, racconti, poesia”, che durante l’estate 2023 è stata presso il MUSAL e la casa delle Regole di Canale d’Agordo (BL), grazie alla collaborazione fra Fondazione Benetton, Fondazione Papa Luciani, il Comune di Canale e la rete delle Biblioteche dell’Agordino. Dal 19 gennaio ad oggi è visitabile a Treviso negli spazi Bomben di via Cornarotta (ingresso libero nei fine settimana fino all’11 febbraio e fino alla fine di marzo, per gruppi, su appuntamento, chiamando il numero 0422 5121).

Pannello in mostra

La catalogazione delle carte alla quale abbiamo dato il nostro contributo guidate dalle archiviste di STUDI RICERCHE porta alla luce la straordinaria ricchezza dei taccuini che ancora molto giovane nostro padre scriveva durante gli anni Cinquanta. Dai “carnets di marcia”, come li chiama lui, emergono annotazioni, riflessioni, disegni e schizzi, fotografie, circa le sue esperienze di cammino lungo le valli dolomitiche sia in solitudine, sia in compagnia di alcuni giovani amici scout come lui.

Villotta, comune di Falcade (esempio di scrittura)

Le note sulla Valle del Biois sono straordinariamente accurate, intrise delle emozioni di un vero e proprio innamoramento per i luoghi e le persone che lì si incontrano. Ancor oggi dalle righe fitte fitte, scritte con una grafia leggibilissima sulle pagine dei taccuini, arriva l’entusiasmo delle scoperte, l’attenzione per i dettagli, la sensibilità con la quale sono colte le manifestazioni di un’arte povera eppure raffinata, riflessa nella cultura della casa e della comunità che si raccoglieva intorno ai Regolieri, anziani capi famiglia, eppure aperta anche ai pellegrini. Come ai frescanti, per esempio, che restituivano l’accoglienza ricevuta lasciando sui muri delle abitazioni ospitali le immagini dei santi protettori: San Antonio Abate, San Rocco, San Sebastiano, San Floriano che avrebbero risparmiato gli animali e gli uomini da malattie come la peste o da eventi straordinari come gli incendi che con la forza distruttiva del fuoco bruciavano case e fienili.

 

San Florian, santo protettore del fuoco

Sulle facciate delle case, bianche di calce, gli affreschi alcuni con scritte esplicative, altri col nome dei dedicanti e la data sono affreschi di carattere religioso a più colori […]

figure e colori di generosa inventiva…un San Floriano con veste da guerriero, soggolo e ali

d’argento, che versa acqua celestissima a spegnere l’incendio della casa, mentre sole, luna stelle e fioridella più aurea porporina e bianchi riempiono gli spazi vuoti […]come da altrettante finestre, i santi si affacciano variopinti come familiari… L’affresco non vive separato dal resto della costruzione: vi è un evidente bisogno di avere vicini dei santi che, come comuni abitatori di quella casa, ne diventano i suoi custodi… 

Carnet 7, nota del 27 agosto 1953

Sulla tradizione di affrescare case e chiese e capitelli, vivace ancor oggi nella Valle del Biois, Dematté mentre cammina libera la fantasia e scrive una storia, che intreccia nel racconto, usi, abitudini, tracce culturali antiche della valle. Consegnata alle pagine del carnet resta anche la fabula del suo primo romanzo, che nella sua redazione definitiva uscirà nel 1958 con il titolo La valle coi santi alle finestre.  In esposizione ritroviamo il dattiloscritto del 1957 e le due edizioni del libro (1958, 1991) corredate rispettivamente dai disegni di Francesco Piazza e Vico Calabrò.  

Le note non raccolgono solo questo. Durante le sue soste presso i valligiani, gli incontri con artisti giovani come lui, scultori e pittori nativi spingono a promuoverne le opere. È il caso di Dante Moro (Murer) scultore del legno, che l’artista scava ricavando scene dai racconti del Vangelo o della Commedia di Dante. Le sculture- una testina di bimba, il corpo di una giovane dormiente, gruppi di suonatori e danzatrici, una coppia madre-figlio tesi nel grido del richiamo- sono presenti in mostra.

Pagina con commento su opera di Dante Moro, scultoe di Falcade

   

Gli appunti riguardano ancora le montagne, i paesi, le case, i tabià, gli oggetti di lavoro e domestici allora in uso fra i paesani; e quando non bastano le parole, si aggiungono le fotografie dei panorami con le cime dolomitiche. L’insieme ci restituisce l’immagine di una civiltà contadina della montagna, ricca di attività come testimoniano gli oggetti presenti nelle abitazioni:

… le stanze delle case più grandi servivano ognuna per un uso particolare: qui i mastelli e gli stacci; qui le misure per i grani e le sementi; qui un grande telaio con la sua trama di corde e di stecche…nel solaio gerle e slitte dividevano il posto con una serie di travicelli squadrati e lisci. Giù c’erano madie e dispense.

E questo appena prima della distruzione alla quale la Valle andrà incontro fin dai primi anni Sessanta, quando perse insieme alle tante competenze dei suoi abitanti, anche la cura del territorio e la sua salvaguardia. 

La considerazione oggi può sembrare scontata, condivisa com’è da gran parte della letteratura storico-geografica e sociologica sul problema dello spopolamento della montagna. In verità le note risalgono ormai a più di settant’anni fa così come i richiami dell’autore consapevole che sarebbe andata perduta trascinando con sé anche la lingua nella quale i montanari esprimevano i loro racconti, le loro scritture, i regolamenti, i canti, le espressioni popolari delle loro credenze.

Schema etimologico del lemma Tabià (fienile)

 Ecco perché nei carnets troviamo indagati i nomi dei paesi e delle montagne con le spiegazioni in particolare di quelli inerenti alle forme e la natura dei luoghi della valle, cominciando proprio dal torrente Biois, antico lemma che significa acqua, acqua che corre. Per continuare con Falcade, locativo che indica le terre adatte ad essere falciate, terre da fieno cioè. E con Sappade, identificativo di terre ideali per la zappa e la semina. Così si spiega anche il toponimo Caviola, diminutivo di cavìa, che ricostruito nella sua derivazione da cava, fa intendere il richiamo alla piccola palude dove si raccolgono le acque filtrate dalle cime. Lo studio sui nomi di luogo è solo una parte delle riflessioni dello studioso. La sua curiosità si estende alle strutture e ai termini della lingua parlata, registrati negli incontri con i paesani e recuperati dai documenti negli archivi familiari e parrocchiali: un esempio è lo schema della derivazione etimologica del lemma tabià dal latino tabula, nei riscontri toulà nell’Ampezzano, tambra nell’Alpago, tolè nelle Terre Alte del Trevigiano. Infine, secondo le curatrici, Francesca e Donata Demattè, le note esprimono la ragione profonda che muove l’interesse e l’impegno civile del loro redattore, che ha saputo e voluto elaborarle anche in forme di racconti e di poesia perché fossero più ampiamente condivise.

Le come del Focobòn da Sappade

Il percorso dell’esposizione ci porta quindi a incontrare i documenti di archivio, gli oggetti di cultura materiale della Valle del Biois, le sculture di un suo artista, i libri e carte di uno scrittore. E rende evidente come la direzione da imboccare, in primis per i locali e poi per  tutti coloro che volessero scartarsi dalle logiche di puro sfruttamento della montagna, possa essere quella individuata ancora negli anni Cinquanta del Novecento da un ragazzo che si emozionava per le parole e per le opere di uomini e donne vissuti per secoli in una valle alpina, rispettando la bellezza della natura curandola come un manufatto che, ancor oggi,  testimonia il valore umano e di bellezza del lavoro in ogni comunità quando non si ceda alle lusinghe del facile, dell’immediato, del nuovo a tutti i costi.

Santi alle finestre e gente di confine ultima modifica: 2024-02-08T18:10:25+01:00 da FRANCESCA DEMATTÈ
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