Pulcinella, uno di noi

ADRIANO FAVARO
Condividi
PDF

Chi avesse perso l’occasione di vedere in questo periodo, nelle rare e straordinarie aperture notturne, il Pulcinella di Giandomenico Tiepolo affrescato sulle pareti di Ca’ Rezzonico a Venezia (due sole notti disponibili per il Carnevale 2024), dovrebbe ritentare verso sera, prima della chiusura invernale, quando la luce comincia a sparire. E immaginare, per stupirsi, come un veneziano della fine del Settecento (e che fine…) abbia potuto pensare e dipingere nella sua villa a Zianigo (Mirano) una figura goffa e filosofica, appassionata e indifferente come Pulcinella. 

Capendo che quella maschera è uno di noi, specchio dell’ignavia sì, ma che comprendendo come, dove c’è catastrofe, c’è via d’uscita. Per questo non si dovrebbero affrontare i locali al terzo piano di Ca’ Rezzonico, museo del XVIII secolo veneziano senza aver prima letto il potente e quasi metafisico libro di Giorgio Agamben – già docente di filosofia teoretica allo Iuav di Venezia – Pulcinella ovvero Divertimento per li regazzi, edito qualche tempo fa per Nottetempo.

Pulcinella, che Tiepolo ha raccontato nel ciclo di affreschi di Zianigo oltre che in due oli – e 104 carte – la vita la morte e la resurrezione di Pulcinella e ha descritto contemporaneamente la radiografia del nostro malessere attuale. Per questo un po’ ci si deve stupire quando si pensa che Venezia (città piena di capolavori, vero) quasi dimentica quel Pulcinella simbolo internazionale che viene messo in scena prima in una villa di campagna e adesso ogni giorno di apertura del museo, nella capitale Serenissima. Tutto ciò accade tra l’indifferenza dolente dei milioni di turisti, che in gran parte non potranno mai capire come quella maschera sia un tutto, ma anche il vuoto. Una maschera-enigma – che ad ogni Carnevale viene ignorata, come altre cose della città – ma che Giandomenico figlio di Gianbattista, non teme di mettere a fianco dei popolari (e veronesi) gnocchi e un fiasco di vino rosso. Il pittore lavora sui muri della propria casa di Zianigo per il proprio gusto personale, mentre si sta estinguendo la Repubblica di Venezia. Con quegli affreschi sta aprendo di fatto anche lo scenario della crisi della politica contemporanea; regalando così l’immagine visibile dell’eclissi della società occidentale.

Agamben ha più volte ricordato che

Quando Giandomenico si chiude nella stanze della sua villa di Zianigo che ha affrescato, Pulcinella è per lui, nel bene e nel male, quel che sopravvive alla fine del suo mondo – la fine di Venezia, che il Maggior Consiglio il 12 maggio 1797 ha vilmente e ipocritamente consegnato a Bonaparte. Pulcinella è figura che può stare nella “fine politica che stiamo vivendo,anche se Pulcinella – ha spiegato Agamben – è piuttosto la figura di un’altra politica, per la quale ci mancano i nomi; la politica che comincia quando ogni azione è diventata impossibile. Ciò che i suoi lazzi e i suoi gesti mostrano è che cosa può un corpo quando non può più agire politicamente.

Del resto nel nostro mondo italico non esistono le tragedie.

Dante – ci ha spiegato il filosofo – scegliendo di chiamare “Commedia” il suo poema, diversamente da quanto è accaduto nelle altre nazioni europee, ha assegnato all’Italia un destino particolare, che la commedia dell’arte ha ripreso in un senso genuinamente teatrale. Purtroppo quel che poi è rimasto è solo la commedia all’italiana, con la sua cinica buffoneria.

Così Pulcinella pare collocarsi al di là del tragico e del comico. E proprio perché dietro la sua maschera non esiste nulla, non c’è un volto questa è idea che Venezia dovrebbe coltivare, offrire, vendere anche al turismo carnevalesco contemporaneo. Ma non lo fa, forse per paura che la “lebbra” della filosofia che trascina verso l’intimo personale e la coscienza collettiva colpisca con la forza di un terremoto il sistema sociale. Pulcinella danza su un filo sospeso da terra su un’altalena, mentre il mondo attorno sta crollando. Non è una metafora sconvolgente questo affresco finito di dipingere proprio nell’anno della caduta di Venezia? 

Crediamo che l’arte del Tiepolo debba essere considerata in questi giorni di fine Carnevale proprio perché mette drammaticamente in luce la crisi della modernità. 

Gli artisti – ha ricordato nel nostro colloquio, tempo fa, Giorgio Agamben – come diceva Ezra Pound ‘sono le antenne della specie’. E gli effetti del male sociale si manifestano innanzitutto nelle arti. 

L’Arte di Tiepolo mette in primo piano il modello pulcinelliano: dove c’è catastrofe c‘è la via di uscita: dove sembra ci sia solo gioco e grottesco ecco l’illuminarsi un nuovo percorso.

Ormai alla lotta – ha insistito Agamben – deve potersi sostituire la via di uscita. Penso che il modello della politica che abbiamo conosciuto, fondato sull’azione e sulla lotta, nel contesto del dominio dell’economia e dello stato di sicurezza in cui viviamo sia divenuto obsoleto. Vale anche per l’esistenza individuale.

E, come dice Pulcinella: ubi fracassorium, ibi fuggitorium, dove c’è una catastrofe, là c’è una via di uscita. Anche se, in attesa della catastrofe, per ora, occorrerà cominciare a riflettere sulla brutta orribile musica che siamo obbligati ad ascoltare ovunque ci si muova in un sistema pubblico: dai bar, ai supermercati, nelle piazze, fino alle banche.

I greci spiegavano come fosse necessario, per il controllo della società, non solo le parole ma anche la musica. – aveva concluso il nostro colloquio Agamben – Sì, la condizione politica di una società si misura dallo stato della sua musica. Per questo la musica che viene oggi diffusa in ogni luogo e in ogni momento è così cattiva.

 Forse anche per tale motivo Pulcinella non mostra mai il volto: vede la bruttezza ma non vuole essere visto. Sente ma non vuole lasciare che gli altri sentano lui. E non può nemmeno dire cose che abbiano senso: Pulcinella è la commedia senza fine di una crisi italiana che un veneziano del Settecento ci ha lasciato. E che non possiamo facilmente ignorare, per capire prima di tutto chi siamo adesso. 

Ah, prima di salutare il Carnevale sarà bene ricordare che nel 1906 (non nel disastrato e affamatissimo Ottocento) gli affreschi di Zianigo vennero strappati dagli allora proprietari dalla villa dei Tiepolo per essere venduti in Francia; ma il Comune di Venezia riuscì a comprarli. E collocarli, novant’anni fa, nel neonato museo di Ca’ Rezzonico. Gli allora proprietari della villa pare continuassero però, imperterriti, a strappare e vendere affreschi fino agli anni Quaranta del Novecento: proprio un “Mondo Nuovo” quello che si stava affacciando su Venezia.

Pulcinella, uno di noi ultima modifica: 2024-02-11T19:51:11+01:00 da ADRIANO FAVARO
Iscriviti alla newsletter di ytali.
Sostienici
DONA IL TUO 5 PER MILLE A YTALI
Aggiungi la tua firma e il codice fiscale 94097630274 nel riquadro SOSTEGNO DEGLI ENTI DEL TERZO SETTORE della tua dichiarazione dei redditi.
Grazie!

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE:

Lascia un commento