100 anni fa Italia fascista e Urss stabiliscono rapporti diplomatici. Parla Federigo Argentieri

Per comprendere più a fondo la genesi del legame tra i due Paesi abbiamo intervistato lo studioso di Europa orientale, docente presso la John Cabot University.
ANNALISA BOTTANI
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Proprio in questi giorni ricorre il centenario dei rapporti tra l’Italia e l’ex Unione Sovietica, da 32 anni sostituita, di fatto, dalla Federazione Russa. Un rapporto “più che cordiale” che ha avuto – e ha tuttora – un’influenza estremamente significativa sulla politica e sul sistema economico italiano. 

Anche alla luce della delicata fase geopolitica che caratterizza il contesto mondiale e dell’invasione dell’Ucraina da parte di Mosca, questa influenza o, meglio, interferenza è divenuta sempre più rilevante con l’avvento al potere di Vladimir Putin. 

Con Putin, infatti, è tornato in auge l’utilizzo delle “misure attive” volte a interferire e indebolire il contesto politico e sociale dei Paesi occidentali, inclusa ovviamente anche l’Italia. Parliamo della costruzione e diffusione, soprattutto tramite il Web e i social media, di storytelling in grado di creare disinformazione, di sostegno a partiti e movimenti vicini al Cremlino, dell’influenza esercitata presso atenei, think tank, istituti di ricerca o tramite i centri culturali russi presenti in Italia, solo per citare alcuni esempi.  

Per comprendere maggiormente la genesi del legame tra i due Paesi abbiamo parlato con il Professor Federigo Argentieri, docente di Scienze politiche presso la John Cabot University di Roma ove dirige il Guarini Institute for Public Affairs, studioso di Europa orientale e, in particolare, di Ungheria e Ucraina. Egli collabora, inoltre, con il Corriere della Sera e con il supplemento settimanale la Lettura. È stata pubblicata nel 2021 la quarta edizione del suo saggio sulla rivoluzione ungherese intitolato Il proletariato contro la dittatura (Golem Edizioni).

Quest’anno ricorre il centenario delle relazioni diplomatiche tra Italia ed ex Unione Sovietica. Proprio nel 1924 il regime di Mussolini fu il secondo governo occidentale a riconoscere ufficialmente il governo bolscevico dopo la Gran Bretagna, firmando a Roma, il 7 febbraio del medesimo anno, l’accordo sul commercio e sulla navigazione tra i due Stati. Trattative che, peraltro, erano già state sostenute nel 1923 dalla Banca commerciale italiana.
L’accordo era considerato da Mussolini una preziosa occasione per le lobby industriali e finanziarie italiane in quanto il regime vedeva nell’Unione Sovietica un importante “serbatoio di materie prime”. 
Mussolini riuscì a raggiungere il suo obiettivo?
Io penso che il ristabilimento dei rapporti diplomatici tra i due Paesi fu proficuo. In realtà, considerati i cambiamenti enormi avvenuti in quella che era già l’Unione sovietica, il riferimento alle relazioni tra il Regno d’Italia e la Russia zarista era diventato lontanissimo, anche se erano passati poco più di sei anni (ossia dalla fine del 1917 all’inizio del 1924) da quando erano state interrotte le relazioni. Tuttavia, sembrava che fossero stati interrotti molto prima e per un periodo molto più lungo. 

Per tornare alla domanda, Mussolini riuscì a raggiungere il suo obiettivo che era prevalentemente politico. Furono siglati anche alcuni importanti trattati economici. Vorrei segnalare che, nel novembre del 1922, si verificarono, a distanza di pochi giorni, due eventi significativi che riguardavano l’Italia.

Arthur Ransome

Due eventi che sono rimasti in sordina sotto tutti i punti di vista e che nessuno conosce: l’intervista di Lenin dell’8 novembre 1922 al settimanale Manchester Guardian da parte del giornalista Arthur Ransome. Ransome, nel corso dell’intervista, chiese a Lenin cosa pensasse del suo vecchio sodale Mussolini che aveva appena conquistato il potere in Italia. Lenin portò la testa all’indietro e rise, dicendo che quel “simpatico cialtrone” ce l’aveva fatta ad arrivare al potere. Questa intervista non è citata da nessuno, nessuno ne conosce l’esistenza né è compresa nelle opere complete di Lenin. Se non fosse per Carlo Lozzi che ha scritto nel 1983 un libro intitolato “Mussolini-Stalin. I rapporti tra i due dittatori”, edito da Editoriale Domus. 

Il secondo evento, a ridosso del primo, è l’incontro di due ore tra Lenin e Gramsci. A partire da quel momento, Lenin lo promosse come nuovo segretario del Partito Comunista d’Italia al posto di Bordiga perché lo considerava più affidabile. Questi due eventi non sono mai citati. La fonte da cui abbiamo appreso dell’incontro è l’edizione completa, pubblicata nel 2012 e realizzata a circa quarant’anni di distanza dalla precedente, delle memorie di Camilla Ravera (pubblicate nel 1973). Ravera era l’unica donna fondatrice del Partito Comunista d’Italia e una volta incontrò Gramsci che le riferì di questo incontro di due ore con Lenin. È alquanto strano che un evento del genere sia divenuto di dominio pubblico novant’anni dopo. 

Da questi due incontri di Lenin, ancora sano, ma per poco, perché poi sarà colpito da ictus e fino alla sua morte (avvenuta un anno e qualche mese dopo) sarà incapace di agire, si desumono due elementi: primo, il rapporto tra comunismo sovietico e fascismo italiano fu cordiale fin dall’inizio, anche grazie al vecchio sodalizio tra Lenin e Mussolini che addirittura si dice corressero appresso alle stesse donne nel corso degli incontri clandestini socialisti che si erano svolti nel primo decennio di quel secolo in Svizzera, in Germania o anche a Vienna. 

Secondo punto: la valenza politica di questo incontro è visibile anche dopo il delitto Matteotti che avvenne il 10 giugno 1924, tre mesi dopo il ristabilimento dei rapporti diplomatici. L’ambasciatore sovietico Jurenev non disse nulla e invitò Mussolini, anche dopo il ritrovamento del cadavere di Matteotti, a Villa Abamelek che era stata concessa come sede romana della residenza dell’Unione Sovietica. L’assenza di reazioni provocò proteste da parte della dirigenza del Partito Comunista d’Italia, in particolare di Terracini che a Mosca, presso il Comintern, protestò vivacemente. I fascisti rapirono, ammazzarono un deputato socialista che non faceva parte del Partito Comunista, ma che era, comunque, un alleato nella lotta alla dittatura, e l’Urss non fece nulla. E questa naturalmente era una domanda ingenua da parte di Terracini perché, in realtà, la combutta tra fascismo italiano e Urss era già iniziata.

Sul tema dei rapporti tra fascismo italiano e comunismo sovietico vi è un’ampia bibliografia che presenta, tuttavia, delle lacune, una fra tutte: nessuna delle numerose opere cita, anche solo di sfuggita, la carestia ucraina del 1932-1933. Questo è tanto più sorprendente in quanto l’ambasciata italiana a Mosca e il Consolato a Char’kiv, allora capitale ucraina, avevano seguito con grande attenzione questo evento. Dalla fine dell’Urss sono state pubblicate almeno quattro opere di rilievo dedicate ai rapporti italo-sovietici in quel periodo e nessuna menziona l’Holodomor (Martelli, 1995; Mezzetti, 1997; Fabbri, 2013; Giusti, 2023). 

Di contro, il plenipotenziario culturale Giuseppe Bottai pubblicò nel 1934 gli atti del cosiddetto “Congresso dei vincitori”, ossia delle diciassettesime assise del Partito Comunista Russo (Bolscevico), a dimostrazione dell’affinità elettiva che univa inequivocabilmente i due totalitarismi: per colmo di ironia, l’appellativo iniziale della relazione di Stalin – tovariši – veniva tradotto con “camerati”!

Analizzando il periodo degli anni Venti e Trenta, quali furono i reali vantaggi economici che l’apparato industriale italiano fu in grado di trarre dall’alleanza con l’Urss?
L’apparato industriale italiano fu in grado di trarre vantaggi in termini di acquisizione di materie prime. L’Unione Sovietica non era in grado di esportare prodotti finiti, ammesso che sia mai stata in grado di farlo (o la Russia). L’Urss esportava materie prime agricole, acciaio e cotone di cui vi erano ampie coltivazioni nelle repubbliche dell’Asia centrale. Non mi risulta che i rapporti commerciali economici con tutte le potenze occidentali fossero basati su qualcosa di diverso: importare tecnologia e know-how industriale ed esportare materie prime. Questo era il pattern con tutti, compresa l’Italia. E, dunque, le aziende italiane erano molto popolari perché potevano fornire esattamente ciò di cui aveva bisogno l’Unione sovietica per l’industrializzazione, ossia macchinari e altri beni. In cambio l’Italia riceveva materie prime. Un rapporto chiarissimo e senza alcuna complessità.

Nella prefazione al mio libro “La Russia che r/esiste”, edito da ytali, lei ha ricordato che, escludendo una manifestazione di protesta di studenti fascisti davanti all’Ambasciata di Via Gaeta in occasione dell’occupazione della Polonia orientale e dell’attacco alla Finlandia, i rapporti tra Italia e Urss, durati dal 1924 all’estate del 1941, furono “più che cordiali”. Come si declinò concretamente tale alleanza?
Intanto, è opportuno ricordare il 1933. In quell’anno, a settembre, fu siglato un trattato bilaterale tra Italia e Unione Sovietica che rafforzava i rapporti in ogni campo. E questo trattato fu firmato al culmine della carestia dell’Holodomor, in Ucraina, che colpì, però, anche altre repubbliche, ossia la Russia e il Kazakhstan. L’aspetto oltraggioso è che Mussolini era al corrente di ciò che accadeva in Ucraina, ma decise di mantenere il silenzio. Ed è scandaloso, a maggior ragione, in quanto le comunità ucraine negli Stati Uniti, in Canada e in Francia scrissero a Mussolini, pregandolo di intervenire e di denunciare la carestia che affliggeva il loro Paese per colpa della politica sovietica. Un elemento che mi è stato fatto notare molto recentemente e di cui non ero al corrente, ma che non mi ha sorpreso affatto. E, dunque, mi pare chiaro che i rapporti passassero sopra la testa di molte organizzazioni, per quanto concerne gli abusi e i crimini commessi da Stalin in Unione Sovietica nel processo di collettivizzazione dell’agricoltura, sia sopra la testa di coloro che chiedevano a Mussolini di intervenire quando lui non ne aveva alcuna intenzione. Pro domo sua, era convinto che fosse più conveniente tenersi buona l’Unione Sovietica al punto da rinunciare alla polemica anticomunista che poi, venendo da Mussolini, era assai improbabile essendo stato un socialista massimalista per tutta la prima parte della sua vita. Il “Trattato italo-sovietico di amicizia, non aggressione e neutralità” del 1933 è cruciale. E quello fu il punto più alto del rapporto. Poi negli anni successivi continuò questa dinamica con gli ambasciatori italiani in Unione Sovietica – Bernardo Attolico e il suo successore Augusto Rosso. 

A fronte di quello che accadeva in Urss, ossia le purghe, solo per citare un esempio, il regime fascista non batté ciglio e in Spagna sia il fascismo italiano sia lo stalinismo parteciparono a un festival della repressione. Ricordo che sono quasi simultanei l’uccisione dei fratelli Rosselli in Francia nel giugno del 1937 e l’assalto promosso dai consiglieri sovietici nei confronti degli anarchici a Barcellona. Furono quasi simultanei per cui diciamo che sembrava che agissero all’unisono, ma non era così. Non vi furono momenti di tensione di alcun tipo, escludendo l’attrito con Hitler quando decise di annettere l’Austria nel 1938. 

Italia e Urss si osservavano reciprocamente e non vi è ragione di mettere in discussione alcunché, malgrado i proclami dell’Internazionale Comunista che nel famoso VII congresso annunciò la politica dei fronti popolari, “un capolavoro di Togliatti”. 

VII Congresso del Partito comunista italiano, Roma, 1951

Poi vi è la questione della liberazione di Gramsci attraverso possibili scambi agevolati dal Vaticano che non avvenne mai perché Gramsci era un problema per il Partito: vi è il forte sospetto che Togliatti o non lo volesse tra i piedi o volesse salvargli la vita in caso di un suo viaggio a Mosca. 

È opportuno ricordare, inoltre, la manifestazione studentesca di protesta che seguì la protesta del Ministro degli Affari Esteri Galeazzo Ciano contro Urss e Germania a causa del patto siglato all’insaputa dell’Italia e, soprattutto, dell’attacco alla Polonia e alla Finlandia che erano Paesi amici dell’Italia al punto che l’Italia aiutò la Finlandia fornendole anche armamenti. Vi fu un periodo di sei mesi di gelo, dall’inizio del 1940 fino a giugno del 1940: l’ambasciatore Rosso venne ritirato e i rapporti subirono un contraccolpo. Però poi quando l’Italia decise di entrare in guerra, Molotov fu pronto a offrire un sostegno e i rapporti ripresero. L’ambasciatore venne mandato nuovamente in Urss che non prese alcuna posizione, ormai espulsa dalla Società delle Nazioni per l’attacco alla Finlandia, mentre l’Italia non ne faceva parte visto che si era ritirata tre anni prima e due anni prima della guerra di Finlandia. Non sappiamo, dunque, come avrebbe votato. A quel punto tutto tornò a posto. Nell’estate del 1940, in realtà, non fu solo Hitler ad attaccare l’Inghilterra, ma anche Mussolini e pure Stalin. La battaglia d’Inghilterra si svolse, in apparenza, tra Gran Bretagna e Germania, per tutta l’estate del 1940, ma è opportuno ricordare che dietro la Gran Bretagna vi erano gli Usa che fornirono aiuti a tutta forza. Dietro la Germania, oltre all’Italia, vi era anche l’Unione Sovietica che vendeva petrolio sottocosto, altre attrezzature e materie prime che potevano risultare utili. E il 1940 è il periodo più buio di tutto il secolo in quanto si svolse una lotta titanica tra totalitarismi e democrazie che finì, tutto sommato, non tanto con una vittoria delle democrazie, quanto con una mancata vittoria da parte dei regimi totalitari. 

Fascismo e comunismo alleati, ma non solo. Mussolini non fu l’unico a rafforzare le sinergie con l’Unione Sovietica di Stalin. Anche il Partito Comunista d’Italia colse l’occasione per rinsaldare i legami con il regime staliniano. Secondo Mauro Canali, “l’arresto di Gramsci [n.d.r. avvenuto nel 1926] consentì l’affermazione di una conduzione del partito burocratica e prona alle direttive staliniane, di cui Togliatti si mostrò sin dall’inizio un magnifico interprete.” In che modo, fino alla morte del dittatore sovietico nel 1953, Togliatti ne fu “interprete”?
Togliatti fu un magnifico interprete perché riusciva, da un lato, a capire quasi in anticipo le intenzioni di Stalin e poi le abbelliva, le arricchiva, le rendeva più convincenti. Stalin era laconico e non era un grande oratore, anche se aveva un suo carisma maligno. Mentre, invece, Togliatti era un buon retore che, nel VII Congresso del Comintern del 1934, riuscì a compiere la “capriola” all’indietro richiesta, ossia passare dal socialfascismo ai fronti popolari come se nulla fosse. Al VI Congresso era avvenuto l’attacco frontale ai socialdemocratici che venivano accusati di essere peggiori del fascismo perché traditori di classe (ricordiamo, in proposito, almeno un comizio congiunto tra nazisti e comunisti in Germania). Una volta affossate la socialdemocrazia tedesca e la democrazia con essa, si decise di istituire i fronti popolari, allearsi con i socialisti e tutte le forze democratiche. Come hanno fatto milioni e milioni di persone a credere a queste cose senza rendersi conto di quanto fossero fasulle? L’alleanza con tutte le forze democratiche doveva essere fatta, certo, ma il fasullo si riferisce a questo: gli stessi esponenti che avevano affermato che i socialdemocratici erano peggiori dei fascisti e che la socialdemocrazia, da distruggere, era l’inganno della classe operaia dichiaravano, una volta ottenuto lo scopo (ossia la socialdemocrazia schiacciata insieme al comunismo ovviamente da Hitler), di voler istituire i fronti popolari. Bisognava pensarci prima.

 

Togliatti era in Spagna nel 1937 e su questo vorrei raccontare un aneddoto personale. Molti anni fa, negli anni Ottanta, incontrai una ex redattrice della casa editrice Einaudi che abitava a Roma e che intervistai perché aveva informazioni sulla casa editrice nel periodo della rivoluzione ungherese di cui mi occupavo. Parlando di varie tematiche, mi disse che, quando fu pubblicata la storia della guerra civile spagnola di Hugh Thomas, un inglese che sempre per Einaudi aveva scritto in maniera approfondita dell’argomento, vi era l’abitudine di consegnare a Togliatti le bozze che stavano per essere pubblicate e che potevano essere di suo interesse. Lei era incaricata di portare le bozze del libro e Togliatti le sfogliò quasi nervosamente e molto velocemente, ma alla fine tirò quasi un sospiro di sollievo. Relata refero, così disse lei. Per cui evidentemente vi è qualcosa che Togliatti fece, disse o decise in Spagna che non risulta agli atti. Perché se Thomas – e anche altri – non l’aveva scoperto, vuol dire che questo particolare non è stato rivelato. Cosa fosse dunque non si sa. Certo Togliatti andò, in qualità dirigente del Comintern, con lo scopo di mettere in riga tutta la sinistra spagnola e, soprattutto, completare la messa fuori gioco degli anarchici e dei comunisti che poi spesso coincidevano: il POUM, Partido Obrero de Unificación Marxista, cui aveva aderito Orwell. Tutta la sinistra non staliniana e non sottoposta a Stalin doveva essere allineata o, comunque, messa in riga e accusata di trotskismo perché il nemico era Trotsky e bisognava colpirlo. Venne ammazzato da Ramón Mercader (zio di Christian De Sica) nell’agosto del 1940 quando accaddero altri eventi, tra cui i cambiamenti territoriali definiti nell’ambito del II Arbitrato di Vienna che staccò la Transilvania dalla Romania, dandola all’Ungheria. 

Nella fase successiva questo idillio durò. L’Italia, inebriata dai successi e da solide alleanze, decise di imbarcarsi, in ottobre, nella guerra di Grecia, ma si impantanò a tal punto che, passato l’inverno, non riuscì ad avanzare come pensava e sperava. In primavera arrivò in suo soccorso la Germania, attraverso l’invasione della Jugoslavia che avvenne nell’aprile del 1941. In tutto questo periodo i partiti comunisti erano vincolati dal Patto Molotov-Ribbentrop e, dunque, non svolsero alcuna campagna contro il regime hitleriano. 

Il regime hitleriano era un’entità lontana per i comunisti italiani che dovevano pensare a Mussolini e potevano fare propaganda contro Mussolini perché lui non faceva parte del Patto. I comunisti francesi non attaccarono mai Hitler, anche se lui aveva occupato la Francia, mentre Tito, per tre mesi, non reagì all’invasione dell’aprile del 1941: solo quando il Patto si ruppe con l’invasione dell’Urss, iniziò la sua guerriglia. 

Palmiro Togliatti in un comizio

Nel 1944 i rapporti tra i due Paesi ripresero. E proprio nel mese di marzo di quell’anno avvenne la cosiddetta “svolta di Salerno”. Dopo il riconoscimento da parte dell’Urss del Governo Badoglio, Palmiro Togliatti, rientrato in Italia, propose un governo di unità nazionale e il rinvio della questione istituzionale alla fine della guerra dopo la sconfitta dei nazifascisti. Togliatti ottenne anche il consenso dei partiti più radicali, come quello socialista e quello d’azione. Quale fu il ruolo di Stalin in questo processo e le relative implicazioni politiche, nel breve e medio periodo?
La svolta di Salerno venne decisa da Stalin e questo ce lo racconta Georgi Dimitrov nelle sue memorie. Il capo comunista bulgaro, numero due del Comintern, dopo Stalin e prima di Togliatti, lo scrisse nel suo diario (e un dirigente comunista che teneva un diario era del tutto insolito) pubblicato in Italia da Einaudi, a cura di Silvio Pons, da sempre introvabile. Nel diario Dimitrov raccontò che, nei primi giorni di marzo del 1944, aveva ricevuto una telefonata di Togliatti in cui lo informava di essere stato da Stalin e di aver ricevuto l’ordine di riconoscere il Governo Badoglio. 

Perché il libro di Dimitrov è introvabile in Italia? Si ripete forse la medesima storia dell’incontro tra Gramsci e Lenin, ossia bisogna continuare ad attribuire a Togliatti il “capolavoro” della svolta di Salerno, mentre, invece, è un “capolavoro” di Stalin? Non che Togliatti fosse contrario, però Togliatti aveva individuato tutte le soluzioni. Qualunque cosa gli avesse detto Stalin, Togliatti avrebbe obbedito. Se gli avesse detto di non riconoscere Badoglio e di continuare a combattere contro la monarchia con la stessa energia con cui stava combattendo contro il fascismo, Togliatti avrebbe eseguito.

A quel punto Stalin sapeva bene, anche se non vi era stato l’accordo, che gli alleati erano sbarcati in Italia ormai da sei-sette mesi, dal luglio del 1943 al marzo del 1944. E, dunque, l’Italia era nella sfera di influenza americana: era meglio, dunque, incastonare il Partito Comunista nel sistema esistente, anziché cercare di perseguire obiettivi che, sotto gli americani, non si sarebbero potuti raggiungere. Il diario di Dimitrov, curato nel 2002, si trova solo in biblioteca, mentre l’edizione francese è completissima e arriva fino agli anni della costruzione socialista in Bulgaria. Non si comprende il motivo per cui quella parte non sia stata tradotta in italiano. 

Passiamo ora ai finanziamenti sovietici al Partito Comunista. Secondo la ricostruzione del giornalista Valerio Riva nell’opera “Oro da Mosca”, nel corso degli anni al Pci andò una quota significativa dei finanziamenti sovietici. Ne beneficiarono anche molte imprese intestate a figure fedeli al Partito che ottenevano vantaggi dal commercio e dal turismo con la Russia.
Nel saggio “L’oro di Mosca: la verità sui finanziamenti sovietici al Pci raccontata dal diretto protagonista” Gianni Cervetti, membro della segreteria nazionale del Pci negli anni Settanta, parla dei suoi diversi viaggi a Mosca che avevano un obiettivo preciso: raccogliere i fondi sovietici. “Un condizionamento”, indica l’autore, “da cui noi, con Berlinguer, ci liberammo, e con estrema difficoltà, a partire dalla fine del 1975. Avemmo la forza o il buon gusto di concludere un rapporto antico perché si riteneva che i sovietici non dovessero più in nessun modo influenzare l’azione politica che si stava facendo. Non a caso la rinuncia ai finanziamenti russi coincise con fatti di natura politica. Berlinguer, con lo scudo della Nato, in quegli stessi anni, garantì la possibilità di costruire, come disse in una famosa intervista a Giampaolo Pansa, ‘il socialismo nella libertà’. Ci fu una svolta”.
A suo avviso, la svolta vi fu davvero? Quel rapporto, che dal 1921 legò il nostro Paese all’Urss, si concluse realmente oppure proseguì sotto altre forme?
L’ultimo finanziamento diretto alla segreteria del Pci è datato al giugno del 1976, secondo Riva. 

Vi è una divisione politica. Quelli come Berlusconi e altri referenti di destra che si accaniscono e negano questo assunto sono convinti che il finanziamento sovietico e il rapporto con l’Urss siano durati fino alla fine del comunismo. 

Io credo che con Berlinguer si siano rotti i rapporti con l’Urss, anche dal punto di vista economico. Poi, però, il Pci è entrato in un limbo da cui è uscito solo sciogliendosi. I finanziamenti continuarono e non erano destinati alla segreteria del Pci, ma ad altre iniziative che potenzialmente erano considerate convenienti in quanto potevano essere dissidenti o lo erano già verso Berlinguer. 

A seguito dell’invasione russa di due anni fa, quali sono i partiti o i movimenti che sono stati più vicini alle posizioni del Cremlino?
La Lega, i Cinque Stelle e Forza Italia dopo Berlusconi, in quest’ordine, sono stati più comprensivi nei confronti del Cremlino. Non risulta che il Pd abbia ricevuto finanziamenti da Mosca. Esistono personaggi più ossequiosi verso il Cremlino, forse anche a Strasburgo, che hanno votato contro la risoluzione che definiva la Russia uno stato terrorista. È innegabile la presenza di movimenti, nell’ambito della società civile, che hanno ereditato l’ideologia della sinistra comunista-socialista sviluppatasi durante la Guerra Fredda, caratterizzata da una profonda avversione verso gli Stati Uniti, nemici dell’Unione Sovietica, e che dopo la fine della Guerra Fredda hanno mantenuto un forte antiamericanismo, seppur a questo non corrispondesse poi una reale adesione ai principi della Federazione Russa. Dopo l’invasione dell’Ucraina, questo approccio ideologico, alimentato da una profonda avversione nei confronti della Nato, si è intensificato ed è arrivato anche da destra, portando all’insorgere di voci e posizioni ambigue sul reale diritto dell’Ucraina a difendersi e a lottare per la propria sovranità territoriale, rifiutando di cedere territori all’invasore russo. Dunque, né un pieno sostegno alla Federazione Russa, ma neanche un pieno sostegno all’Ucraina aggredita. Una zona grigia che non può che giovare al Cremlino e alla sua propaganda imperialista. 

Immagine di copertina: Il 7 febbraio 1924 a Roma, a Palazzo Chigi, si stabilirono le relazioni diplomatiche tra l’URSS e l’Italia con lo scambio delle rispettive note (il 7 febbraio – da parte sovietica, il 10 febbraio – da parte italiana).

100 anni fa Italia fascista e Urss stabiliscono rapporti diplomatici. Parla Federigo Argentieri ultima modifica: 2024-02-12T14:49:15+01:00 da ANNALISA BOTTANI
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