Marco Pantani, lo splendido sconfitto 

ROBERTO BERTONI BERNARDI
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Avevo tredici anni la sera del 14 febbraio 2004. La notizia della morte di Pantani arrivò sul tardi e, naturalmente, sconvolse i palinsesti. In televisione, non si parlava d’altro.
Ricordo ancora che, qualche giorno dopo, la professoressa Angela Incardona, fra le tracce di un tema, ce ne diede una dedicata a questa tragedia sportiva, che l’aveva colpita pur non essendo una cultrice della materia. Scrissi riflessioni durissime che, purtroppo, mi sento qui di riproporre. Conclusi asserendo che la scomparsa di Pantani segnava la scomparsa dello sport italiano, o almeno di una certa idea di sport e di vita, e due decenni dopo, ahinoi, non ho cambiato idea. Con la fine dell’avventura del “Pirata”, com’era affettuosamente soprannominato, abbiamo perso, infatti, l’ultimo brandello di innocenza che ci era rimasto. 

Sono passato varie volte davanti alla vetrina in cui sono esposti i suoi cimeli, nella natia Cesenatico, in quella terra di Romagna da cui partì la sua epopea umana e sportiva e nella quale si è conclusa, troppo presto e come peggio non si sarebbe potuto, una storia colma di ingiustizie. Perché Marco avrà pure commesso qualche errore, d’accordo, sarà stato magari ingenuo in alcune circostanze, ma non era un furbetto, meno che mai una cattiva persona. È stato il simbolo di una generazione, l’ultima che abbia avuto la fortuna di assistere alla bellezza zingara di uno sport senza confini, capace di unire l’Italia anche nei momenti peggiori e di cucire, con il proprio passaggio, le ferite di un Paese meraviglioso ma tanto, troppo fragile. 

Pantani era un ragazzo dai valori antichi, innamorato degli anziani, delle storie d’altri tempi e delle salite, i “santuari verticali” di cui parlava Gianni Mura, grazie alle quali ha costruito i propri trionfi consegnandosi alla leggenda. 

Ricordo ancora mio nonno, che lo seguiva, nell’ultima estate della sua vita, con la passione della gioventù, rivedendo in lui la classe di Binda e Guerra, di Coppi e Bartali, di Gimondi e di Eddy Merckx, un mito in grado di conquistare il Giro e il Tour nello stesso anno (l’indimenticabile ’98).

È sempre stato un uomo solo, “Pantadattilo” (cito ancora Gianni Mura), circondato dall’affetto di pochissimi amici veri e dall’amore incondizionato di papà Paolo e, soprattutto, di mamma Tonina. Del resto, tanto era inarrivabile quando scattava e realizzava i suoi miracoli in sella a una bicicletta quanto era timido, a tratti quasi introverso nella quotidianità, spesso in sofferenza nella gestione di una fama dalla quale si sentiva travolto. 

Marco è stato fermato il 5 giugno del ’99 a Madonna di Campiglio, con l’accusa di doping, e da allora la sua vita si è spezzata. Si può resistere, difatti, a un infortunio, ci si può rialzare dopo una brutta caduta, ne ebbe eccome, si può andare avanti dopo una sconfitta, ma non quando sei stato infangato, umiliato, ucciso dentro. Quel maledetto sabato alla vigilia dell’estate, l’uomo che un anno prima era all’apice della gloria, felice sotto l’Arco di Trionfo, cadde nella polvere e non si rialzò più. Ci ha provato, sì, ce l’ha messa tutta, ma sospetti e falsità lo hanno rincorso di continuo, fino a stremarlo. L’inquietudine ha fatto il resto, al pari della sensazione, straziante, di essere vittima di una macchinazione, di una crudeltà gratuita, di un gioco più grande di lui che non voleva che un personaggio che sembrava provenire da un’altra epoca mettesse a repentaglio gli equilibri insani di un sistema in cui i soldi stavano cominciando ad avere il sopravvento su tutto. 

Gli ultimi cinque anni della sua breve esistenza sono stati un calvario. Lui che correva con la bandana in testa, che in salita dava il meglio di sé, che non si arrendeva mai, che affrontava ogni ostacolo con la tenacia tipica di chi si è dovuto conquistare ogni millimetro, lui che era nato in pianura ma aveva una passione innata per le vette, la cima dell’abbandono non è riuscito a scalarla. 

Ci ha detto addio a soli trentaquattro anni, nella camera di un residence di Rimini, in un contesto infinitamente triste, senza che quasi nessuno ne avesse davvero compassione. Dopo, alcuni hanno cominciato a farsi un esame di coscienza, altri sono andati avanti a colpi di ipocrisia, altri ancora, i peggiori, lo hanno consegnato all’oblio, salvo ricoprirlo, vent’anni più tardi, per farne il solito santino e lavarsi la coscienza per ciò che avevano detto e scritto quando era crollato e ben pochi gli avevano teso la mano. 

Marco sarebbe dovuto nascere nell’era di Coppi e Bartali, in un’epoca povera ma bisognosa di eroi, sostanzialmente pulita, in cui ancora il concetto di umanità non era stato messo in burletta e declassato a vezzo per anime belle. 

Lo sport italiano, ribadisco, se n’è andato con lui, in un sabato di febbraio, nel giorno degli innamorati, in una società sempre più intrisa di odio e di ferocia. 

Chissà perché, per associazione di idee, mi tornano in mente i versi che Sergio Zavoli, inventore e conduttore del “Processo alla tappa”, ha dedicato a Marino Moretti, poeta crepuscolare anche lui di Cesenatico: “Era un mercoledì, / a Cesena pioveva e sopra il marmo / del caffè si scriveva col lapis / sui libri dei sensali / il senso della vita. / Ora l’e-mail annuncia da una grotta / la fine di quel giorno, la vita rovesciata / non sa dove trovarsi, si è rotto il senso, / vanno a bersaglio parole dimezzate, / portano zolfo al cuore di ragazzi / con la legge scuoiata nelle mani, radono torri / e in un graffito lasciano il verdetto. / Il cielo è in due su noi / tra righi di matita e di pioggia”. Il verdetto per Pantani è stato atroce, ma per noi di più. 

Marco Pantani, lo splendido sconfitto  ultima modifica: 2024-02-12T15:32:15+01:00 da ROBERTO BERTONI BERNARDI
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