Fermatevi, fermiamoli, fermiamoci. Ora, tutti

GIOVANNI LEONE
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A metà anni Ottanta l’Istituto Universitario di Architettura di Venezia noi studenti occupammo la scuola che rinominammo IU?V sostituendo la A con il punto interrogativo, con ciò denotando il primato dell’interrogazione. Le lezioni continuarono nella facoltà occupata insieme ad attività di analisi, ricerca e approfondimento, poi certo, c’erano anche attività conviviali e giocose di noi giovani, ma la componente umanistica era quella prevalente in una facoltà che era ancora parte dell’ambito umanistico. Tra le tante iniziative ricordo il dibattito con Nemer Hammad, rappresentante dell’OLP in Italia (quindi l’ambasciatore dei palestinesi). Un paio di anni prima c’era stata in Libano la strage nei campi di Sabra e Chatila e anche tra gli studenti palestinesi cominciavano ad emergere frizioni anche violente per le posizioni più oltranziste di qualcuno. A quell’età la voglia di cambiare il mondo è grande e uno di noi domandò “cosa possiamo fare per aiutare i palestinesi? Venire a combattere al vostro fianco?”. La risposta fu “per carità, che non vi passi in mente di venire sul campo di battaglia, se volete aiutarci lottate in casa vostra, migliorate la situazione politica qui da voi e vedrete che gli effetti si faranno sentire anche da noi”, lezione etica e invito all’impegno politico/sociale di stampo civico, fatto da un esponente dell’OLP che era ancora organizzazione politica per la liberazione della Palestina con la lotta armata. Anche Nelson Mandela era un rivoluzionario dell’African National Congress, considerata organizzazione terroristica e quindi bandita. I tempi sono maturi per fare dei passi avanti anche in Israele e nei territori occupati.

Politica e società civile

Mi viene in mente per la necessità di tornare oggi a dare centralità alla politica, da rifondare per colmare la frattura che si è creata tra corpo sociale e corpo politico diventato una classe di privilegiati politicamente incapaci succubi dell’individualismo, una ri-fondazione che non può essere intestina ai partiti, ma può arrivare solo con il contributo della società civile. Tornare a far politica vuol dire promuovere il dialogo alla cui base c’è l’ascolto, anche tra sordi. Tornare a far politica vuol dire andare in-contro, perché per incontrare qualcuno occorre andare in campo avverso, inutile rivolgersi a chi la pensa come noi che è già incontrato. Tornare a far politica vuol dire dar voce e riconoscere le minoranze come componente rilevante della comunità, indipendentemente dalle percentuali. Tornare a far politica vuol dire non considerare il compromesso una resa e la mediazione una sconfitta, ma al contrario un momento alto della politica in cui ciascuna delle parti rinuncia a una quota ragionevole delle proprie richieste a vantaggio del bene di ordine superiore. La trasmissione Presa Diretta di lunedì 26 febbraio ha offerto uno straordinario spaccato di quanto sta avvenendo in Israele e tra le tante cose mi ha colpito il nonno di alcuni bambini rapiti che dice “in questo momento le persone sarebbero contente di riavere le proprie famiglie credo che solo questa sarebbe una vera vittoria per gli israeliani, dopo il governo dovrebbe trovare un accordo con Hamas e chiuderla così, guarda che io non sono un pacifista, è una condizione politica”. Nei familiari congiunti che combattono per la liberazione dei familiari disgiunti è forte la consapevolezza che l’annientamento di Hamas è obiettivo non raggiungibile, l’eliminazione fisica dell’avversario è già sbagliata ma è orrenda se diventa strage di popolo. In ogni caso non è comunque efficace. L’azione politica bottom-up dei familiari israeliani ha avuto straordinario successo al punto da diventare politica civica parallela a quella del governo Netanyahu. A loro sembra doversi la liberazione degli ostaggi che il premier sembra costretto a sopportare per poi riprendere la guerra, che per lui è l’unica strada percorribile. 

Si contesta l’uso del termine genocidio per questa ennesima guerra come se fosse applicabile solo per l’olocausto, questo perché è stato coniato da Raphael Lemkin giurista polacco ebreo, studioso esperto del genocidio armeno, l’autore lo usa come neologismo per poter descrivere l’Olocausto e le persecuzioni e distruzioni di gruppi nazionali, razziali, religiosi e culturali. Viene poi tradotto in diritto positivo dalla risoluzione 260A(III) del 9.12.1948 proprio per contestare il reato ai nazisti, ma il genocidio è un crimine internazionale di carattere generale, precisamente codificato dall’ONU nell’art. 1 della “Convenzione sulla prevenzione e repressione dei crimine di genocidio”.

Riconoscere gli errori è importante, per evitare di ripeterli. Invece rivediamo il film della guerra in Iraq seguita (dopo l’attentato alle torri gemelle) da incursioni internazionali a macchia di leopardo, fino all’invasione dell’Afghanistan conclusasi con una poco onorevole e precipitosa ritirata immemore della precedente ritirata sovietica. L’attacco agli Stati Uniti del 2001 suscitò indignazione in tutto l’occidente non abituato a vedersi attaccato in casa mettendo a repentaglio la propria vita agiata, e provocò preoccupazione negli Stati Uniti per la falla nel sistema difensivo e di intelligence che ha fatto sentire gli americani indifesi e nel mirino. Qualcosa di simile è accaduto per gli europei con l’aggressione all’Ucraina e tantopiù dopo l’incursione del 7 ottobre, perché gli ebrei sono coesi e legati a Israele come loro patria ideale, ma anche reale per i tanti ebrei con doppia cittadinanza pur risiedendo in tutto il mondo.

Grande manifestazione contro il governo Netanyahu nelle vie di Tel Aviv, 24 febbraio

Il governo di Israele ha imboccato la via dell’isolamento, evocando lo spauracchio dell’antisemitismo, che sempre serpeggia e sul cui rischio d’insorgenza occorre vigilare, ma che non può diventare legittimazione di un insopportabile massacro. La popolazione invece ha cercato altre vie per aggirare il governo che è oggi ostacolo, attivando canali paralleli che hanno portato a scambi e liberazione di ostaggi, scambi subìti da Netanyahu che riprende subito dopo la guerra. Questi sforzi politici della popolazione civile israeliana vanno sostenuti agevolando la formazione di un’opinione pubblica internazionale libera da convinzioni pregiudiziali. Le comunità ebraiche italiane si sono chiuse a riccio in postura difensiva, ma ci sono stati appelli importanti come quello pubblicato da ytali.com, anche in inglese, sottoscritti da cittadini ebrei delle comunità italiane. Pare ci siano le condizioni favorevoli per dar voce e forza alla politica, sostenendo le popolazioni civili israeliana e palestinese, ciascuno come può. È quello che stanno facendo Bernardino Mason di Pax Christi e Carlo Giacomini dell’Ecoistituto del Veneto Alexander Langer, che il 14 febbraio hanno avviato uno sciopero delle fame a oltranza fino a Pasqua (qui l’appello) sostenuti da altri volontari a staffetta, ciascuno può aggiungersi per uno o più giorni oppure per lo stesso giorno della settimana in quelle a venire fino a Pasqua (questa l’email per mettersi in contatto digiunoperlapacevenezia@gmail.com). Non si tratta di un appello alla equidistanza ma alla equivicinanza con le popolazioni civili senza distinzioni di schieramento. Vi si chiede:

  1. l’immediato cessate il fuoco da ogni parte e il rilascio di tutti gli ostaggi e dei prigionieri senza processo;
  2. l’intervento internazionale di una forza d’interposizione ampia per garantire l’interruzione delle ostilità e la contestuale imposizione dell’apertura di fattivi negoziati isolando i recalcitranti delle frange estreme dei belligeranti;
  3. il ripristino del regolare flusso dei soccorsi, rifornimenti e forniture umanitarie a Gaza; la libera circolazione delle persone e delle merci all’interno dei territori occupati, con riattivazione del sistema delle comunicazioni.

Chiudo con questa poesia di Bertolt Brecht per onorare il sacrificio di Aaron Bushnell, soldato dell’aviazione americana che il 25 febbraio si è dato fuoco davanti all’ambasciata israeliana di Washington. La notizia è passata in sordina tentando da più parti di liquidare come il gesto disperato di un insano di mente, in spregio al video da lui stesso fatto dove si vede una disarmante serenità e determinazione nel compiere il gesto estremo di infierire violenza su sé stesso, una violenza individuale che egli considera nulla rispetto alla sofferenza inferta a un intero popolo che chiama genocidio, alla quale il soldato non vuol essere minimamente complice. C’era stato un precedente in dicembre, quando una persona si era dato fuoco davanti al consolato israeliano di Atlanta venendo poi ricoverata in gravi condizioni, notizia non passata sui media e neanche ora si conosce il nome. 

GENERALE

Generale, il tuo carro armato è una macchina potente
spiana un bosco e sfracella cento uomini,
ma ha un difetto:
ha bisogno di un carrista.

Generale, il tuo bombardiere è potente.
Vola più rapido d’una tempesta e porta più di un elefante,
ma ha un difetto:
ha bisogno di un meccanico.

Generale, l’uomo fa di tutto.
Può volare e può uccidere,
ma ha un difetto:
può pensare.

Fermatevi, fermiamoli, fermiamoci. Ora, tutti ultima modifica: 2024-02-29T23:03:22+01:00 da GIOVANNI LEONE
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