Andrea o i vetri in testa

PAOLO PUPPA
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I rapporti col mio vicino di casa Andrea Naccari non sono stati esaltanti all’inizio. Appena arrivato nel nostro caseggiato, se si può chiamare così un palazzo storico del Quattrocento, dall’ultimo piano dove si era insediato con moglie e inizio di figliolanza costui si è manifestato lasciando aperta, durante i lavori di ripristino del suo appartamento, una finestra della cucina. E di notte, grazie a una bufera di vento, il vetro s’è schiantato precipitando come un meteorite in basso, nel mio terrazzo di sotto, e più giù in giardino, seminando frammenti nelle aiuole, con mia moglie avvilita per le sue amate pianticelle. Ma noi tutti, stando a piano terra e al primo piano, abbiamo rischiato di brutto. Quella volta, abbiamo sfiorato persino una causa. Risultato, per fortuna sotto l’egida di un giudice di pace, una conciliazione con piccolo risarcimento e l’offerta da parte del giovane Andrea, allora poco più che trentenne, di una deliziosa bottiglietta di vetro, fatta colle sue mani di vetraio dotato, e già apprezzato in giro. Davvero un paradosso, un vetraio che rischia di ucciderti colla sua materia per sbadataggine, come un medico chirurgo che ti inciampi addosso col suo bisturi. “Superior stabat lupus”, sentenziava Fedro nella sua favoletta a tal proposito. Guai insomma a chi abita di sotto, al di là di finestre che ti volano in testa. Perché il tuo giardino può trasformarsi in una “scoassera”, provocando copioni scontati coi classici litigi e musi lunghi tra di noi. 

Per anni abbiamo avuto solo incontri condominiali, discutendo di quote legate ai rispettivi millesimi, nella noia di lavori da pianificare, avendo spesso pareri contrastanti. In quei casi, Andrea, uomo pacifico, mandava avanti la consorte più combattiva. Poi di recente qualcosa è mutato. Con grandi sforzi son riuscito persino a farmi dare del tu. Galeotte le comuni amicizie con gente della zona. Un qualche imbarazzo di troppo, l’occhio che tende a strabuzzare quando gli parli, modalità fisiognomiche riconducibili al suo rapportarsi intimidito col vecchio professore si sono sciolte a poco a poco. Del resto, basta vederlo nelle immagini che lo ritraggono vicino alla sua fornace, mentre si industria e sceglie, indirizza e coordina. Pare un’altra persona, decisamente, sulla tolda di comando di una nave, investito di un ruolo direttivo, lo sguardo teso, attento, acuito come la punta di una matita affilata, esperto nelle tecniche antiche. Somiglia di più a Giordana, la bella sorella che un tempo gestiva un negozio di vetri artistici in Campiello dei Squelini, e adesso progetta eventi connessi al settore.  Davanti ai suoi sessant’anni gagliardi, appena qualche macchia di grigio nei capelli, viene in mente l’albatros del poeta, le cui ali di gigante gli impediscono di camminare. La stessa impressione di autorevolezza, quando lo incontri in calle, carico come un mulo, seguito dalla famigliola, tutti nomi colla A, la moglie Alessandra, le figlie Agnese e Alessia, Alvise il primogenito alto come una pertica e impiegato in Comune, avviarsi verso la topa di resina, barca personale, per qualche gita domenicale. E anche là diventa il capo di qualcosa, responsabile non della nascita di un manufatto, ma di una gita ritemprante. 

Mi narra la sua storia. Nato a Murano, il padre Raul calzolaio di origini chioggiotte ma abile a costruire collane che vendeva a privati, la madre ancora viva, Anna Maria Dalla Venezia, figlia di pittore, un’aria di artisti nel Dna. E una nonna paterna romana, tal Rossini, una gens famosa per assalire diligenze, una componente da Robin Hood trasteverino di cui il nipote si mostra fiero. Dopo la terza media per scansare lo strazio dello studio libresco s’è precipitato come garzonello nella vetreria Formia, iniziando la gavetta, salendo al grado di servente, un passaggio nella prestigiosa Barovier Toso, e infine divenendo maestro.  Non sono tanto le scuole che formano i vetrai, precisa. Occorrerebbero 10/15 anni per un apprendistato degno di questo nome. No, nelle pause pranzo, lui approfittava di nascosto dai suoi padroni per saggiare gli strumenti, toccarli, imparare a manovrarli. Così si è messo in proprio con due soci, aprendo un laboratorio artigiano in Fondamenta Manin vicino alla Colonna, la prima fermata del vaporetto, nome legato alla colonna in granito, ancora visibile, che sosteneva la statua del doge Domenico Contarini. Per 23 anni si è alzato all’alba, rientrando a casa verso le 18, ridotto un cencio. 

C’è un passo nel Fuoco dannunziano edito nel 1900, in cui la fantasia dello scrittore abruzzese mette a fuoco L’Allegoria dell’Autunno, il motivo generativo del romanzo. In gondola, il protagonista Stelio Effrena dall’omen significativo, discetta colla Foscarina, dietro cui si cela Eleonora Duse, di cinque anni più grande del poeta, già invasa dalle minacce dell’anagrafe. Sono diretti al Palazzo Ducale per l’orazione dell’esteta sulle nozze mistiche tra la città e l’autunno, esegesi del quadro tintorettiano di Bacco e Arianna. La stagione è quella settembrina, l’ora il crepuscolo accarezzato da giochi di luce.  Ebbene, la voce narrante immagina di scivolare nel corteo dell’Estate defunta, che giace appunto nella barca funebre, vestita d’oro come una dogaressa, destinata all’isola di Murano, dove un maestro del fuoco la chiuderà in un involucro di vetro opalino. Verrà sepolta nella laguna a mirare i giochi accidiosi delle alghe credendo di aver ancora attorno al corpo “l’ondulazione continua della sua capellatura voluttuosa aspettando l’ora di risorgere”. Intanto la sera seducente accende una febbre notturna nei canali come nelle vene di “una donna voluttuosa”. La sinergia magica tra acqua e fuoco, oggetto della sua orazione, per far vedere sotto il velo umido dell’acqua proprio la fiamma inestinguibile, rimanda alle fornaci industriose dell’isola. Nel giardino notturno del Palazzo, che attende Stelio e la sua musa per un infuocato amplesso, brilla il melograno, pianta simbolica delle rinascenze.

 

Prima del Fuoco, d’Annunzio era già stato a Murano, come annota nei suoi Taccuini, diario di bordo, fitto di materiale utilizzato poi nelle scritture ufficiali. Si vanta di fiale profumate di Aqua Nuntia, contenute in vetri muranesi, essenze da lui create, a base di incenso e altri aromi. Ricetta segreta. Ammira il quattrocentesco Palazzo De Mula nell’omonima fondamenta. Ma sono le fornaci ad attirarlo, e cade in estasi davanti ai calici di fiore, opalini, verdognoli, alcuni simili alle meduse galleggianti sul mare, altri screziati di bianco, e poi ai grandi piatti sottili, coronati d’azzurro. Lo turbano i canali verdi e malinconici, ma ravvivati dai tanti negozi che espongono il fulgore e la fragilità dei vetri. Ci torna poi, nel capitolo secondo e finale del Fuoco, L’impero del silenzio, nella “verde e rossa isola” di Murano, assieme alla inquieta Duse-Foscarina, gelosa degli altri amori del suo Stelio, per respirarne “l’anima fioca”.  Ne attraversa gli “orti illustri”, e ai spinge sino alla fornace del famoso Seguso, dal bizzarro dialetto. Assiste al vetro fuso che si gonfia, serpeggia, si fa argentino, splendente come la luna. Gode nel seguire i gesti dei garzoni, impegnati in “una danza silenziosa”, a disporre una piccola pera di pasta ardente nei punti indicati dal Maestro, e la vede quindi allungarsi, torcersi, mutarsi “in un’ansa, in un labbro, in un becco, in una base”.  Seguso, commosso dalla presenza della gran Diva, velata nonostante la calura, le dona un vaso, creato sul momento per lei, “nella sua trasparenza emulo delle acque e dei cieli”, destinato però a infrangersi, anticipo della rottura tra i due amanti sia nel plot del romanzo che nella loro vita. Anche negli anni del Vittoriale (1921-1938), nell’arredo furiosamente ecclettico della Prioria, la residenza privata del Poeta, rifulgono i fascinosi vetri ideati e prodotti con tocchi déco da Napoleone Martinuzzi, scultore e “maestro d’arte vetraria”, sodale di Gabriele e direttore artistico della Venini tra il 1925 e il 1931.  Ecco pertanto i lampadari in vetro soffiato color ametista, verde smeraldo, giallino dorato, ecco i preziosi servizi di bicchieri e arredi da tavola. O ancora il bestiario in vetro che orna la camera della Zambracca (i blu e rossi elefanti con foglia d’oro, gli orsi rossi, pezzi prodotti sia con la Venini sia presso la fornace di Francesco Zecchin, dopo il 1931), o le allegoriche zucche-lampada per la stanza della Musica, oppure i frutti in pasta di vetro e in vetro soffiato a riempire vitree ceste.

Antitetico a d’Annunzio in tutto, di due anni più vecchio, Italo Svevo, all’anagrafe Ettore Schmitz, a sua volta ha vissuto proprio a Murano un periodo della sua vita, dal 1899 allo scoppio della Grande Guerra, alla Sacca Serenella, nel ruolo di direttore della filiale della fabbrica chimica di vernici sottomarine, proprietà dei suoceri Veneziani, con sede triestina, una filiale pure in Inghilterra. Scrittore esasperato dall’insuccesso, ebreo rimosso dalla volontà dei suoceri convertiti al cattolicesimo per agevolare l’azienda sotto l’Austria bigotta, pendolare anonimo e oscuro tra questa lingua di terra circondata dalla laguna e la sua nativa Trieste, Svevo odia e ama insieme Murano agli albori del secolo, realtà industriale multipla, non solo mono-vetraria come adesso. In un mio monologo teatrale Svevo a Venezia del 1991 raccoglievo liberamente le tante lettere di Ettore alla moglie Livia, rimasta nella città giuliana, mescolate a scorci paesaggistici stilati dallo scrittore di nascosto dalla tremenda suocera che lo voleva relegato a chimico e basta. E qui il prigioniero muranese descrive gli incanti di albe e tramonti lagunari sull’acqua, come in una tavolozza di Wolf- Ferrari, mescolati ai miasmi della fabbrica. Portato al Goldoni dal grande Alberto Lionello, questo testo ha riportato una piccola risonanza, sufficiente a far ribattezzare la Sacca Serenella in Campo Italo Svevo, dopo una solenne cerimonia nel 2003. Il ‘lenzuoleto’ si mostra contiguo a un vetro donato da Carlo Moretti, compianto artista dell’isola: una struttura blu e verde, con dentro la sagoma di una barca. Passare dal pescarese al triestino, dal lirico blasonato ed ebbro di sé all’umorista disincantato e acido è un mutare registro. Nel passaggio tra i due orizzonti, potrebbe mediare il fatto che a Murano è nato e vissuto anche Lino Toffolo, comico dalla strampalatura surreale, e alla sua scuola si sono formati Carlo e Giorgio, coppia di cabarettisti satirici carichi di una inesausta vena caustica.  

Murano oggi comunque, coi suoi quattromila e cinquecento abitanti, rientra nella deriva generale della città.  L’ascesa e la caduta di Mahagonny riguarda anche il suo celebre vetro. L’arte vetraria veneziana nasce dai profondi contatti con il Medio Oriente, in particolare la Siria, ma si ipotizzano origini di cinquemila anni fa coi Fenici, per un attestato rilancio del materiale coi romani. Quindi, il grande slancio impresso dalla Serenissima. Non dimentichiamo che nel 1291 le fabbriche del vetro si sono spostate qui dal centro veneziano per evitare i frequenti rischi di incendi. L’isoletta se ne appropria e ci vive. I loro manufatti seducono via via le corti europee, mercé le irresistibili trasparenze, entrando altresì di prepotenza nelle nature morte dei pittori fiamminghi a partire dal XV° secolo. Perché il vetro diviene sempre più importante nella pittura non solo fiamminga, a rappresentare la fragilità della vita, inserendovi ambigue duplicazioni identitarie. Vedi la Coppia Arnolfini di Van Eyck del 1434, collo specchio sullo sfondo a riprendere i personaggi da una prospettiva rovesciata. Carisma di simili oggetti che ritroviamo nei grandi vasi orientali, in grado di incantare nella novella Araby dei Dubliners (1914) di Joyce l’adolescente imberbe giunto tardi al bazar. Ma è dal medio Quattrocento che Venezia, complice il declino della produzione islamica, assume una leadership incontrastata nell’arte del vetro. La svolta è determinata anche dall’invenzione del vetro cristallino dovuta al muranese Angelo Barovier (1405-1460). Il vetro con lui si fa trasparente, purissimo, simile al cristallo di rocca. Le opere sue e di altri colleghi, autentiche dinastie artistiche, altrettanto ingegnosi, decorate con smalti policromi sono richieste dalle grandi famiglie, dai dogi, perfino dai papa.  

Alla fine del secondo millennio si contano 266 aziende vetrarie con duemila lavoranti a vario titolo. Si tratta di ben due mila nuclei famigliari. Trent’anni dopo, ne rimangono 64 fornaci e 87 strutture che operano ad un secondo livello di lavorazione, nella varietà degli articoli, dal vetro lume agli specchi. Le famiglie che dal vetro dipendono nel frattempo sono scese a 650. L’ acqua alta nel 2019, seguita dal Covid, i rincari paurosi del gas e dell’elettricità (un forno deve restare accesso 24 ore su 24, vigilato dal foghista) rendono sempre più disagevole la gestione. E poi i cinesi, malia avvolgente. L’ottanta per cento dei manufatti che vi si vendono nell’isoletta provengono da laggiù, mentre a Venezia sorgono come funghi dopo la pioggia negozietti a un euro per oggetto, vetri finti compresi, merce scadente per turisti sparagnini. Dove sono finiti i grandi marchi, i Seguso, i Barovier, i Venini?  E dove le sinergie cogli artisti novecenteschi, da Martinuzzi a Scarpa? Li ritroviamo conservati alla Fondazione Cini, o nel Museo muranese. E invece l’età media di chi vi opera varia oggi tra i quaranta e i cinquant’anni. Spariscono cioè i giovani, mentre gli opifici dismessi e le fornaci diventano a loro volta resort di lusso a cinque stelle per grandi holding internazionali.

Di questo discuto con Andrea, seduto paziente e gentile davanti a me, nel mio studiolo. Gli chiedo anche lumi sulle tecniche compositive. Per il vetro occorrono semplici sinergie. Un vetrificante, la silice, introdotta sotto forma di sabbia, e portata in grandi sacchi; un fondente, soda sotto forma di solfato o carbonato (abbassa la temperatura di fusione della silice). Uno stabilizzante, la calce, sotto forma di carbonato (conferisce al vetro una resistenza maggiore agli attacchi dell’acqua). Qualcosa di alchemico, pertanto, che si sviluppa in gesti arcaici. In un certo senso, le quattro sostanze presocratiche, terra, aria, fuoco, acqua, vengono convocate per sprigionare il mistero del vetro. Ma qualcosa deve significare l’aria che si respira e si soffia lungo la canna dalla cima infocata, coll’acqua che raffredda il bollore impastato. Si può dire così? Lui mi ascolta con un sorriso ironico. I turisti in serie e a turno nelle loro visite rituali e molto kitch, prima dell’auspicato acquisto, seguono la tempera, il taglio, il getto d’acqua, la molatura e la bisellatura, la foratura, la sabbiatura, l’incisione, la curvatura e l’incollaggio, per elencarne solo alcuni dei passaggi iniziatici. E poi ecco, in cambio, lo sfavillare dei lampadari a gocce technicolor, i mirabili e policromatici goti da fornasa, gli animali lucenti e abbaglianti, le cristallerie, le murene simili a grosse pepite. La Foscarina-Duse, sempre nel Fuoco, fissava la bocca della fornace con particolare trasporto. Esausta per il troppo soffrire, fuori dal e sopra il palco, vagheggiava di esserne risucchiata: ‟Scomparire, essere inghiottita, non lasciar traccia!”. A Murano, del resto, arrivi in vaporetto costeggiando il cimitero di San Michele. Quella fosca apertura, in cui lingue infiammate si agitano e paiono urlare bruciando a oltre 1500 gradi, in effetti evoca a chi è vecchio e contrario alla inumazione sinistri appuntamenti futuri. Eppure, da lì esce anche la bellezza, e l’aspetto meduseo passa in secondo piano davanti ai prodigi del vetro.

Da sei anni, Andrea è un pensionato. Per integrare la pallida pensione, gestisce un appartamentino che affitta, aiutato dalla moglie che parla inglese. Ebbene, gli chiedo, prima di congedarlo, cosa prova un vetraio inoperoso? Gli manca la fornace? Li sogna mai i suoi vetri? Ce li ha in testa, per caso, alludendo al nostro primo incontro, o nel cuore? Era solo un modo di tirare avanti, di nutrire i figli, quel lavoro? E in più aveva paura della tremenda fornace? Infilandosi il cappotto, dichiara imperturbabile che in tanti anni quella grande bocca infernale non ha mai rappresentato una minaccia per lui, ma solo una risorsa amica! Sì, il vetro è la sua passione anche adesso che mi dona un piccolo goto delizioso, fatto da lui, e la voce si accende colma di fierezza. Ma ha lasciato non solo per la stanchezza fisica ma per la nausea morale davanti al giro di mercatini farlocchi, alle speculazioni selvagge e all’alienazione di un lavoro standardizzato. Ne avrebbe di cose da dire, e da scrivere. Facciamo un libro assieme, tu detti, io scrivo, lo sfido sulla porta. Ride allettato e spaventato dalla proposta… 

Andrea o i vetri in testa ultima modifica: 2024-03-09T17:45:21+01:00 da PAOLO PUPPA
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