Caro Trap, ora puoi “dire gatto”!

Ottantacinque anni. Pochi personaggi ci hanno regalato, come Giovanni Trapattoni, tante emozioni, gioie e momenti di ilarità.
ROBERTO BERTONI BERNARDI
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Ottantacinque anni: auguroni, unico e inimitabile Trap! Pochi personaggi ci hanno regalato tante emozioni, gioie e momenti di ilarità come lui. Nativo di Cusano Milanino, Lombardia profonda, terra di maniche rimboccate e sacrifici, era un difensore come non ne nascono più. Anche per questo fece fortuna nel Milan di Nereo Rocco, quando una celebre canzoncina recitava: “Maldini liberava in abito da sera, Trapattoni rischiava la galera”. Ruvido quanto basta, una volta, in Nazionale, annullò Pelé. Del resto, il Trap non era un campione e non voleva esserlo. Era, piuttosto, un sano pedatore, cosciente del proprio talento e dei propri limiti, un fantastico spezzagioco, il compagno ideale per qualunque fuoriclasse, poiché con lui alle spalle era possibile inventare e lasciarsi andare senza doversi preoccupare di eventuali incursioni avversarie. Non a caso, per oltre un decennio, fu uno dei pilastri rossoneri, conquistando due Coppe dei Campioni e contribuendo all’affermazione, in ambito nazionale e internazionale, di una squadra dalla tempra d’acciaio, capace di affrontare ogni tempesta.

Appesi gli scarpini al chiodo, si dedicò alla carriera da allenatore e, dopo un breve apprendistato come vice di Rocco, venne scelto dal presidente Boniperti per inaugurare un nuovo ciclo vincente al termine dell’esperienza di Parola. Dieci anni di Juve, dal ’76 all’86, corredati non solo da titoli a ripetizione, fra cui il prezioso tricolore della seconda stella, ma anche dalla conquista di tutte le coppe internazionali, compreso il trofeo sollevato nell’insanguinata notte dell’Heysel. Diciamo che quella Coppa dei Campioni non passerà alla storia come uno dei momenti migliori nella lunga storia della Vecchia Signora. Diciamo anche, però, che la grandezza di quella compagine è indiscutibile, anche alla luce del contributo che diede alla vittoria del terzo titolo mondiale dell’Italia in Spagna nell’82. E dopo la Juve, l’Inter di Ernesto Pellegrini: un altro scudetto, nell’89, con il record di punti (58) nei tornei a girone unico in cui la vittoria valeva ancora due punti.

Protagonista ovunque, compresa la Juve del dopo Maifredi, al crepuscolo del bonipertismo e nel bel mezzo della nouvelle vague liberista in cui l’apparenza contava, evidentemente, assai più della sostanza, l’esperto “Giuanin” seppe regalare le ultime soddisfazioni autentiche al popolo juventino, prima che pure il calcio in Italia entrasse nella Seconda Repubblica e gli antichi valori passassero di moda. E allora il nostro andò a spigolare gloria all’estero: da Monaco, dove, a parte la memorabile conferenza stampa con protagonista Strunz, regalò un titolo al Bayern, a Salisburgo, dove continuò a vincere, fino a Lisbona, dove contribuì ad arricchire la considerevole bacheca del Benfica. In mezzo, la sfortunata parentesi sulla panchina dell’Italia: il suo solo, vero fallimento professionale, caratterizzato anche dalla scelta, per noi folle, di escludere Baggio dai Mondiali nippo-coreani del 2002. Ha chiuso in bellezza alla guida dell’Irlanda e ora invecchia serenamente, forte di un palmarès da fare invidia a molti, di un’ineguagliabile serenità d’animo e della certezza di aver dato il massimo e ottenuto tutto ciò che poteva ottenere dalla vita. A differenza di altri, ne è cosciente e non pretende di essere ancora protagonista. Sa vivere bene pure lontano dai riflettori, virtù rarissima, impensabile al giorno d’oggi. 

La sua frase simbolo è: “Non dire gatto, se non ce l’hai nel sacco”. Ora puoi “dire gatto”, caro Trap, ma sappiamo che non lo farai.

Caro Trap, ora puoi “dire gatto”! ultima modifica: 2024-03-18T10:02:17+01:00 da ROBERTO BERTONI BERNARDI
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