Gallant, pensando al dopo-Bibi

DAN RABÀ
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[TEL AVIV]

È un falco ma, al confronto con Bibi, può a volte sembrare una colomba. 65 anni, generale di lungo corso – è stato capo di stato maggiore nelle forze di difesa israeliane (IDF) – Aluf Yoav Gallant è ministro della difesa nel sesto governo presieduto da Netanyahu. È un militare prestato alla politica – è stato più volte ministro a capo di diversi dicasteri, prima di quello della difesa – ma non si direbbe che, da militante del Likud, abbia chiuso nel baule dei ricordi la divisa militare. D’altra parte, dal 7 ottobre, indossa costantemente una sorta d’uniforme, come in segno di lutto, anche nelle occasioni ufficiali, una camicia nera stile Uniqlo, bottoni neri, abbastanza aperta nella parte superiore da rivelare una t-shirt nera, così come neri sono i pantaloni sostenuti da una cintura nera in nylon militare e scarpe nere. È un generale innamorato della guerra, dicono di lui, estimatori e detrattori. Difficile capire se sia lui a imporre l’agenda di guerra a Bibi o se ne interpreti e ne anticipi propositi e desideri. Naturalmente ogni operazione militare risponde – a sentire lui – all’interesse nazionale, che si tratti di eliminare un membro importante di un’organizzazione nemica o che si tratti – notizia delle ultime ore – di “estendere l’offensiva al nord” e “aumentare gli attacchi” contro Hezbollah nel Libano meridionale, come ha detto in un incontro al Comando nord dell’esercito. Anzi, il ministro ha tenuto a precisare che l’azione di Israele “sta diventando più offensiva che difensiva e arriveremo ovunque Hezbollah si trovi, a Beirut, Baalbek, Tiro, Sidone e per tutta la lunghezza del confine, e in posti più lontani, come Damasco”.

Totalmente impermeabile alle conseguenze della recente decisione presa dagli Usa al consiglio di sicurezza dell’Onu – l’astensione su una risoluzione che impone il cessate il fuoco a Gaza – e in evidente contrasto con il gelo che Bibi, dopo quel voto, avrebbe voluto imporre alle relazioni con l’alleato americano, Yoav Gallant è volato a Washington per incontrare il suo omologo Lloyd Austin e altri dirigenti dell’amministrazione, dichiarando dopo gli incontri che “gli occhi del mondo sono puntati su di noi e che i risultati della guerra condizioneranno il nostro futuro di sicurezza nei decenni a venire”. E pertanto? “Per questa ragione non possiamo fare compromessi sull’esito della guerra e non abbiamo il diritto morale di fermarci prima di aver ripreso gli ostaggi e abbattuto Hamas”.

L’incontro al Pentagono tra due ex generali, il segretario alla difesa Loyd Austin e il ministro della difesa israeliano Yoav Gallant, 27 marzo 2024

Insomma, la linea dura prosegue, anzi si espande. D’altra parte dentro il gabinetto c’è chi pensa che non si stia facendo abbastanza. Giorni fa il ministro della Sicurezza nazionale, l’estremista Itamar Ben-Gvir, aveva strigliato il collega della difesa perché gli sembrava riluttante ad aprire il fronte libanese. “Gallant, l’esercito è una tua responsabilità, cosa stai aspettando, più di cento razzi sono stati lanciati contro lo Stato di Israele, e tu te ne stai seduto in silenzio?”, aveva dichiarato Ben-Gvir in un video condiviso sul suo account X. E aveva aggiunto: “Cominciamo a rispondere, ad attaccare e a combattere ora”.

Tra il 22 e il 24 maggio del 2000 il governo del laburista Ehud Barak ritirò le truppe dal paese dei cedri dopo 22 anni di occupazione della fascia meridionale in cambio della garanzia che nessuno avrebbe attaccato Israele dai confini libanesi. Hezbollah prese il controllo del confine riprendendo a colpire Israele con sempre maggiore intensità grazie anche ad armi, fondi e addestramento garantiti dai pasdaran iraniani.

Israele ha confini sicuri e concordati con Egitto e Giordania mentre gli altri cieli sono “liberi” e insidiosi. Gallant ha nostalgia della vecchia soluzione: occupazione armata del Libano meridionale, ritenendo che possa avere come conseguenza l’allentamento delle operazioni contro Hamas, sempre più difficilmente sostenuto da un Hezbollah impegnato militarmente dall’IDF.

Gallant, col suo istinto e l’esperienza di militare capisce che ora Israele non ce la fa a combattere su diversi fronti contemporaneamente. Tra l’altro il disegno di un esercito più professionalizzato e più snello, dopo i fatti del 7 ottobre, si è sfarinato, ora si vuole un esercito di popolo con i riservisti, ma mancano trentamila soldati. Di qui l’acceso dibattito sull’arruolamento di tutti i giovani, anche dei religiosi, mentre i loro partiti di riferimento difendono il privilegio dell’esenzione per chi studia la bibbia.

Gallant, con Netanyahu, entrambi del Likud, e con Benny Gantz, entrato nel governo di emergenza nazionale dopo il 7 ottobre, sono i tre leader che davvero contano oggi in Israele. Ci sono, nel gabinetto, anche il generale Gadi Eisenkot e Ron Damer, a lungo ambasciatore a Washington, sostenitori rispettivamente di Gantz e Netanyahu, figure di peso ma personalità di “seconda fila”. Sono tutti personaggi dal forte carattere, ambiziosi, spesso in aperto contrasto e in forte competizione tra loro, una competizione destinata ad aumentare via via che la posizione di Netanyahu si farà sempre più vacillante, fino alla sua definitiva caduta. Anche oggi, un altro sabato di piazze piene contro Netanyahu.

Un altro sabato di protesta contro il governo (©Dan Rabà)

Secondo Armin Rosen, della rivista Tablet, nella cerchia ristretta di Gallant si pensa che egli non voglia il posto di Bibi, anche se

l’inconoscibile caos nella politica israeliana del dopo 7 ottobre potrebbe spingere in quella direzione. In uno scenario post-Netanyahu, Gallant sarebbe l’unica figura in grado di tenere insieme una destra laica, penalizzata ma al tempo stessa rinvigorita. Se la guerra finirà con la morte di Yahia Sinwar (leader operativo di Hamas) e con Hezbollah spinto oltre il Litani, il credito andrà più a Gallant che a Netanyahu o a Gantz. 

Gallant, pensando al dopo-Bibi ultima modifica: 2024-03-30T18:07:53+01:00 da DAN RABÀ
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