Perdere una enne. Avvocati a Venezia

PAOLO PUPPA
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Avevo uno zio ebreo acquisito, nel senso che una sorella di mia madre in piena guerra a Padova, durante i rastrellamenti della Shoah, si era fidanzata e se l’era sposato. Era bella, bionda e dolcissima. Forse lui l’avrà scambiata per la Micol del Giardino dei Finzi Contini, il romanzo canonico di Bassani del 1962. Si chiamava Vittorio, mio zio,  ed era un tipo molto nervoso. Bruttarello, un gran naso da caricatura semita, ma con una forte personalità. Un’estate, che ero ospite loro nella casa che affittavano a Vodo, nella Cortina dei poveri, mia zia all’improvviso (ma era già vedova) si lamenta con me, ancora molto acerbo, perché gli uomini sono tutti eguali, appena hanno finito di fare i loro comodi con noi donne si alzano per andare a pisciare e poi si mettono a fumare, senza nessuna poesia. Ma tra i due doveva esserci stata una forte chimica. Mia nonna tremava all’idea di una figlia sposata ad una persona in pericolo. Nel dopoguerra, per qualche mese veniva a casa nostra a insegnarmi il tedesco, avevo pochi anni, convinto com’era che in caso di una probabile Shoah due chi parlava “crucco” aveva qualche chance di salvarsi. Ricordo il suo funerale, nei cerimoniali ebraici, molto sobrio, il cadavere nudo a terra, coperto da un semplice lenzuolo, e canti struggenti. Non ho imparato il tedesco, le lezioni si sono presto interrotte, lui lavorava a Padova come rappresentante di qualche ditta, e io stavo a Venezia, ma mi sono affezionato a quel Soggetto irascibile e pieno di contraddizioni. Mia nonna continuava a temerlo e a non amarlo. Era strano, mio zio ebreo acquisito. Raffinato a suo modo, amante della musica e delle buone letture, mi chiamava giovane Werther, quando passava a Venezia a trovarci. Soffriva di gastrite, però, digestioni difficili. Gli capitava così di espellere aria dallo stomaco e se ne rallegrava. Questo ci raccontava mia nonna arrossendo e con perifrasi varie. Si verificava quello sfiato grossolano quando lei andava a passare alcuni giorni dalla figlia a Padova, e ne era inorridita. Ma davanti a me, il suo giovane Werther, non l’aveva mai fatto. Gli ultimi anni erano stati cupi per lui. Mio cugino, suo figlio, aveva sposato una cattolica di Brunico, e lui praticamente aveva tagliato col fedifrago, e anche la sua vita coniugale si era incrinata. Non si accorgeva che il figlio invece di tradirlo ne aveva in realtà seguito l’esempio. Sfogava forse rabbie e lacerazioni ingaggiando un contenzioso col Comune patavino per salvare il Tempio, una Sinagoga destinata ad essere sacrificata da scelte urbanistiche impietose, e c’era pure riuscito. A me risultava invece che le sinagoghe tendevano nella Storia a mimetizzarsi, per il costante timore di un’ennesima persecuzione.

Ho tenuto lezioni all’Università di Tel Aviv, una ventina d’anni fa. Me ne andavo tutto solo (era pura follia per i miei colleghi ospitanti) nella Gerusalemme vecchia. Secondo loro era un azzardo. Una sera, sono andato al Muro del pianto, a vedere il celebre rituale. Nella spianata enorme, tante code davanti al Muro, unica traccia rimasta del Tempio distrutto da Tito nel 70 d. C. Come se ci si incolonnasse verso sportelli diversi in banca. Finché stavano lontane dal muro vedevo le persone che restavano se stesse, normali, parlavano come niente fosse. Ma una volta arrivate al loro turno davanti alla parete, si sono trasformate, lasciando uscire il loro Mr Hyde, ovvero tutto un pianto, letture dei Salmi come canti disordinati, e uno scuotersi da menadi infuriate, e un infilare bigliettini con richieste nelle fenditure della pietra. Io mi ero conquistato il mio posticino, in una di queste code, e giunto a mia volta al cospetto della prima fila, potevo contemplare quello spettacolo inquietante. Ossessi e disperati, gemevano nell’aria invasa da guaiti e lamenti a sopraffarsi l’un l’altro, in una gara a chi alzava di più la voce, tra confessioni, promesse e suppliche. E c’era pure un gran sole al tramonto che calava come un fuoco adirato. Un pomeriggio assieme ad una collega, mi pare francese, sono penetrato nella zona ortodossa. Vicoli luridi e cenciosi, negozietti maleodoranti con donne immobili sulla porta, gli uomini asserragliati nelle loro scuole a studiare la Torah. Un bambino, col tipico copricapo nero, una specie di tuba, e i riccioli che a grappoli ne fuoriuscivano si è avvicinato a noi, e la collega squittendo di ammirazione per il pupattolo si è precipitata a fare qualche scatto, colla sua costosa e preziosa Canon. Pochi istanti dopo è uscito un samurai bestemmiando in una serie di suoni gutturali e aspirate selvagge. Qualcosa che ricordava analoghe irruzioni nello schermo dell’assassino demente in Psycho, il film del 1960 di Alfred Hitchcock, e subito ha afferrato la macchina stessa lanciandola a terra e saltandoci sopra con tutto il suo peso, sbriciolandola. Era una copia del figlio, cappello e riccioli compresi, solo in versione ingrandita, adulta e molto massiccia. Ho provato goffamente a biascicare un inglese malcerto, invitandolo a calmarsi, ma quello voleva solo evitare che qualcuno si impadronisse, tramite l’immagine, dell’anima del suo erede, magari per qualche magia nera. Un sabato, un simpatico e brillante docente dell’ateneo locale, famiglia di estrazione ispanica, e dunque sefardita, la parte brillante e estrovertita dell’ebraismo, mi invita a pranzo. Mi presento puntuale davanti alla porta di un villino elegante, un giardino ampio a rinfrescare l’ingresso. Suono a lungo, e nessuno mi apre. Uno scherzo? Una dimenticanza? Ma era Shabbat e qualche convinzione di troppo ostacolava quel gentile convivio. La moglie a scusarsi poi per telefono, perché il marito era uno sciagurato. Ne avrei da raccontare di quelle settimane, anche una cena nelle colline di Tel Aviv, presso professori russi che esaltavano il lavoro di civilizzazione compiuto dai loro amici connazionali nelle colonie occupate. Io timidamente a difendere le ragioni degli indigeni. Ma niente, era impossibile ribattere ai loro euforici dogmatismi. Un profumo struggente di gelsomini, doveva essere maggio inoltrato, e al di là della siepe divisoria, vedo un tipo in canottiera che sta vuotando il sacco dell’immondizia in un gran contenitore pubblico, al di là del muro. Quello è David Grossman, mi fa il padrone di casa e io credo di svenire. Avevo appena divorato Che tu sia per me il coltello del 1998, storia di un amore delirante consumato in una corrispondenza epistolare compulsiva, e mi sentivo un verme a continuare a scrivere davanti a tanto portento. 

 Salgo allo studio di Ruggero Sonino, a Riva del Vin, di fronte al Municipio. Suo, il primo nome di una lista di altri avvocati vicino al campanello. Secondo piano, saloncino con poltrone e divano di cuoio Chesterfield, eleganti stucchi al soffitto, affreschi alle pareti, la luce calda dal Canal Grande di sotto, come ci si aspetta in simili ambienti professionali. Una gentile segretaria si affretta a lasciare la sua postazione in una camera contigua e le spiego di avere un appuntamento. Ruggero è mio dirimpettaio da almeno vent’anni in Calle Longa San Barnaba. Casa comprata poco prima dell’euro, sua grande fortuna mi assicura. Lo incrocio ogni tanto colle sue enormi cagne corse. Ne fa una collezione, nel senso che appena gliene muore una si affretta a sostituirla colla medesima razza. Ed è stata la seconda moglie Patrizia a contagiarlo in una passione del genere. I due si alternano, nel condurle a spasso a espletare i loro bisogni, assieme alla fedele e fidata tata messicana. Ne ho saggiato l’abilità professionale anni fa, quando la mia famiglia doveva spartirsi l’appartamento lasciato da mio fratello disabile, che ne era proprietario. A quel tempo, aveva lo studio in campo Sant’Angelo, anche quello splendido per décor, luce e vista. Il trasloco dello studio a Rialto è avvenuto nel 2013. Alla fine della prestazione, i miei parenti si sono meravigliati per l’esosità del conto presentato, forse ingrati davanti all’eccellente risultato. Ma si sa, costoro applicano tariffe percentuali e l’avvocato è un mestiere redditizio. Io avevo invano proposto di donare il ricavato della vendita alla ricerca medica sulla meningite. Poi, avendo anch’io famiglia, ho ceduto. Quando, pochi giorni fa gli ho chiesto un incontro, in quanto l’avevo scelto come rappresentante degli avvocati e degli ebrei cittadini, mentre accettava la proposta mi ha corretto ghignando. “Ti deluderò, ma non sono ebreo. Mio nonno lo era, come mia nonna, ma io no. Ho ricevuto un’educazione cattolica, anche se presto mi sono allontanato e fin dall’adolescenza son diventato ateo”, ha concluso per strada con un sorriso di liberazione. Mi verrebbe da insistere “Dunque non sei circonciso?”, ma mi parrebbe un avvicinamento troppo intimo. Ho giocato anch’io a tennis, una vita fa, all’Excelsior come lui, ma avendo io smesso per studiare all’università, non ci siamo incontrati sotto le docce. Così, col senno di poi, tanto per controllare. Ebbene, per tutti questi anni mentre gli parlavo di mio zio ebreo con ironica nostalgia lui mi ascoltava imperturbabile e al solito sorridente mai una volta che me l’abbia detto.  In effetti, dal suo punto di vista, non c‘era motivo di farlo. 

Entro nel suo grande studio. Ci sediamo e inizia la ciacola. Mi concede solo mezz’ora, premette. Poi, i tempi si allungano per fortuna. Nato a Venezia nel 1951, stessa età gli faccio notare di mio fratello. Quando mi chiede come sta quest’ultimo, gli spiego che dovrebbe declinare i verbi al passato se intende riferirsi a lui. Padre Alberto manager, anche lui veneziano, e madre Maria, di origine abruzzese, non ebrea. Nonno Ruggero, avvocato, di cui il nipote ricalca identità e ruolo. In più, ne ha ereditato la spinta prepotente all’assimilazione, in quanto il nonno, in forte contrasto colla comunità ebraica di Venezia, ghetto e sinagoga e tutto il resto, a un certo punto ha deciso di battezzare il figlio Alberto e l’altro, destinato poi a fare l’ingegnere. E aveva sei o sette fratelli, il nonno Ruggero. Penso a quanto avvenuto nella vita di Ettore Schmitz, alias Italo Svevo, cresciuto in sinagoga triestina e allevato da rabbini, per poi sposare la bella e ricca cugina Livia Veneziani, figlia di convertiti a agevolare la ditta di vernici sotto l’Austria bigotta, e costretto persino a battezzare la figlia Letizia. Penso, all’opposto, a Don Lorenzo Milani, rampollo di ricca borghesia toscana, erede dei Comparetti, linguisti e archeologi, e figlio di una ebrea triestina Weiss, imparentata col primo psicoanalista italiano, Eduardo Weiss, dunque con Svevo stesso, convertitosi al cristianesimo, impazzito d’amore davanti al personaggio di Cristo, ma rimasto nel midollo ebreo, visto lo spirito escatologico, e l’empito radicale della sua ricerca didattica, a contestare la tradizione del sistema scolastico italiano, coi suoi pastorelli della scuola di Barbiana. Una specie di marrano? Non gli piace la parola, al mio vicino di casa Ruggero. E nondimeno, al posto della Spagna quattrocentesca, c’era il fascismo in Italia. Ma il nonno voleva essere accettato e integrato, una autentica ossessione la sua. Abitava un lussuoso Palazzo sul Canal Grande, stipato di oggetti d’arte (vizio ereditato dal nipote), non di sua proprietà, chiarisce, essendo ebreo abituato ad alloggiare in case affittate. Ma adesso Ruggero junior è presidente della sezione provinciale veneziana dell’UPPI, acronimo che sta per Unione piccoli proprietari italiani, a dimostrare che ora la musica è cambiata. Per quanto smanioso di omologarsi, il nonno, questa vocazione non gli ha impedito di venire estromesso dal lavoro, allontanato dal Tribunale, mentre i due figli ragazzini all’improvviso sono stati cacciati dalla scuola. E una sera qualcuno per telefono lo informa che sarebbero passati a prenderli. La moglie lo convince dopo una notte accesa di discussioni a scappare verso le Marche dove una contessa li aspettava per metterli in salvo. E invece la contessa, impaurita, ha rifiutato di accoglierli e l’avvocato con moglie e due figli ragazzini s’è dato alla macchia, nascondendosi presso contadini e partigiani. Racconto un po’ caotico, con date imprecise, tempi raccorciati, tra leggi razziali e guerra civile o resistenza come la si vuol chiamare. E sì che li aveva battezzati, comunque, i suoi ragazzi. Ma i tuoi prozii, i tanti fratelli del nonno rimasti ebrei, che fine hanno fatto? Qualcuno è finito nei lager? Mi guarda Ruggero, scuote la testa più irritato che turbato, e non sa cosa rispondere. Ignora del tutto il loro destino. Allo stesso modo quando gli domando l’origine del loro nucleo, Lituania, Ucraina, Polonia, ramo askenazita o sefardita (probabile in caso, a guardarlo bene, la seconda opzione), non sa di nuovo cosa dirmi. Non s’è mai occupato di ricerche storiche sulla sua gens. Sa solo che la provenienza più vicina nel tempo, più accertata, era la Roma ottocentesca, i Sonnino con Sidney, primo ministro nel Regno agli inizi  del Novecento. Una enne era caduta nel passaggio in laguna per distinguersi da omonimie fastidiose. Io capisco l’integrazione, ma questa voluta ignoranza sa di rimozione, di cancellazione delle proprie origini. Mi verrebbe da gridargli in faccia la mia costernazione. Qualcosa di patologico, di anaffettivo. Mi guarda sconsolato: “Io non sono niente. Sono solo me stesso”. E non posso che dargli ragione, nel trionfo del principio di individuazione, nel concetto astratto di non appartenenza ad altri che a se stesso. In un certo senso, però, lo spirito ebraico dell’apolide, dello straniero in patria, del diverso si condensa in quella calma mitemente gelida. Perché Ruggero è un emigrante dentro di sé. Primo Levi diceva di non essersi mai accorto di essere un ebreo finché non sono arrivati gli altri con violenza e ferocia a farglielo ricordare.   

Ruggero e la moglie Patrizia a Cortina

Ha studiato a Lido, dove abitava, completando il liceo però al Foscarini, in quanto il padre Alberto non lo voleva troppo isolano. Si è iscritto all’università di legge prima a Padova e poi a Ferrara, con relativa laurea nel ‘75. Breve carriera iniziale alla Speedline, azienda che produceva ruote forgiate in lega leggera, dove diventa direttore commerciale, ma poi punta con decisione alla professione di avvocato, come a dire che sceglie il nonno al posto del padre. Praticantato condotto sotto il celebre avvocato Angelo Seguso, suo maestro. Due sorelle, una deceduta e l’altra medico a Padova. Si è sposato poco dopo la laurea con una storica dell’arte, da cui sono nati Alberto, oggi brillante amministratore della Società che cura l’Isola della Certosa, e poi Andrea, che ne segue le orme, giovane avvocato che mi presenta per la seconda volta, qui in uno studiolo in fondo al Palazzo, e che pare intenzionato a trasferirsi da Milano a Venezia. Il primo matrimonio è finito male, con divorzio e forti tensioni, da qui la sua riluttanza ad occuparsi di diritti famigliari, stressanti nei contenziosi. Meglio, molto meglio occuparsi di eredità, di diritti immobiliari. Tra le altre cariche, oltre a quella da circa cinque anni di Console onorario della Spagna, è Presidente infatti pure dell’Associazione Avvocati di diritto immobiliare, acronimo Anadimm, come la grande targa metallica recita da basso vicino al campanello. Nel suo studio multiplo, ha due soci, Patrizia Chiampan e Aldo Silanos, e quattro collaboratori. Uno dei due soci è la bella Patrizia, che ha sposato nel 2002 e che lo ha fatto ricredere nel senso del matrimonio. Costei oggi riveste la carica di Presidente della Camera Arbitrale veneziana, istituto preposto a dirimere con patteggiamenti l’eterna voglia di contese del cittadino, specie in materia condominiale. In una parola, galeotto l’indirizzo civilistico, quello penale invece fa storcere il naso a Ruggero, e lo viene a dire a me che ho una figlia magistrata penalista a Udine. Se si consulta sulle pagine web, alla voce Studio Sonino e soci, si può leggere del resto una sfilza di competenze che annoverano appunto diritto civile, immobiliare, commerciale, arbitrati, successione, oltre alla rappresentanza processuale davanti alla Magistratura Ordinaria e Amministrativa. Rifletto tra me quanto pesi la specializzazione. Meglio morire, che studiare materie del genere. Ruggero mi ricambia da par suo, dal momento che non legge nulla rientrando a casa, tranne che riviste giuridiche e Il Sole ventiquattro ore, per tenersi aggiornato. Gli mando pezzi ogni tanto per whatsapp che sistematicamente respinge, anche quelli con figure, cioè file con teatro.

Si definisce pigro. Eppure lo vedo spesso che fa jogging, e mi citano amici comuni e vicini di casa le sue imprese tutt’ora a tennis. Da ragazzo, a sedici anni, ha battuto Corrado Barazzutti, che ne aveva 14. E s’è spinto molto in alto nella classifica nazionale, a 15 anni era ottavo ricorda con orgoglio, allenato all’Excelsior dal brasiliano Rado, anche mio maestro qualche tempo prima. E fino a pochi anni fa, oltre a tornei di tennis assillanti, ha sciato a lungo. Sono le ossa che cominciano a dolergli e a consigliargli prudenza nell’impegno. In più, sulla bella terrazza che guarda sul ponte dell’Avogaria lo vedo spesso intento a potare e a curare piante e gelsomini. Casa in affitto a Cortina, cenette romantiche con Patrizia al rifugio Duca D’Aosta, motoscafo entrobordo in laguna, usato poco sussurra. Emana un aroma di edonismo gaudioso, profumo di dollari annoterebbe Francis Scott Fitzgerald nel suo The Great Gatsby del 1925. I capelli bianco argentati gli donano un tocco alla Strehler. E poi l’indubbio aplomb di classe, l’abbronzatura, i tomi della legge (la Torah d’un tempo?) e i fascicoli sul tavolo pieno di scartoffie, indizi di lavoro estenuante. Un uomo che fa della cordialità un’arma. Ma nessuno quanto lui sembra lontano dall’immagine di Auschwitz. Non riesco a vederlo sui treni blindati, nel tanfo, nella sporcizia, nel terrore di una moltitudine piangente o rassegnata che si avvia ai capannoni sordidi, prima di uscire dai camini. Così, nessuno come lui è lontano dall’idea di scorta. A Palermo, quando facevo performance al Teatro Biondo, frequentavo casa Grassi, il magistrato poi presidente del Senato, e la moglie mentre lo aspettavamo alla finestra mi confessava come ogni volta che squillava il telefono si aspettava di sentirsi dire che la sua macchina, obbligata a cambiare percorso ogni mattina, era saltata in aria. 

Quanti sono gli avvocati a Venezia? Duemila e qualcosa, mi informa tranquillo, contando città e provincia. Mostruoso. In Sicilia, di solito ci si iscrive a Lettere e a Giurisprudenza. La retorica e la suasoria. L’orpello oratorio e la smania litigiosa delle novelle pirandelliane, coll’autore avvocato assediato da creature polemiche in cerca di sentenze a favore. E mi spiega altresì che un quarto delle cause riguarda proprio querelle condominiali, scontri da vicinato. Quanti gli avvocati ebrei, Ruggero? Ovviamente, non lo sa. 

Insomma, ha realizzato il sogno del nonno, quello di farsi accettare, di cancellare l’impronta ebraica. E nondimeno due eccezioni. Quando il padre Alberto, di cui non ricorda l’anno della morte (!), aveva bisogno di una integrazione pensionistica, lui si è recato in Comune, a cercar carte per la bisogna. Colpo di scena, non appena l’impiegato gli esibisce un documento in cui il nome Alberto Sonino si accompagna alla scritta “Appartiene alla razza ebraica”, quale contrassegno luttuoso tutt’ora valido. Se ne è uscito sconvolto e me lo racconta in modo drammatico, al di là dell’autocontrollo e della misura che lo caratterizzano. Mi vengono in mente pagine agghiaccianti di Philip Roth, grande narratore ebreo, tipo American Pastoral del 1997, col passaggio brusco dalla pienezza del benessere, dall’illusione dell’integrazione alla scoperta della falla, della differenza. Oppure, il ciclo messo a fuoco di recente dal nostro Stefano Massini, valorizzato dall’ultima splendida regia nel 2015, prima di morire, di Luca Ronconi, Lehman Trilogy. Il dramma è centrato sulla famigliola che da un villaggio della Baviera si sposta nel 1844 in un umile emporio di tessuti in Alabama per assurgere ai trionfi e all’opulenza di trust bancari novecenteschi prima del crollo pauroso nel 2008. Ma questo è il capitalismo, bellezza! Nel congedarmi, non posso non chiedergli infine il suo parere su Gaza e sulla tragedia in cui la legittima reazione di Israele sta distruggendo un intero popolo per stanare Hamas. Come se volendo estirpare la Mafia dalla Sicilia eliminassimo l’intera isola, aggiungo quale iperbole. Mi sorride con freddezza. No, non si permette nemmeno di accusare, come quasi tutti, persino nel suo stato, Benjamin Netanyahu. No, lamenta piuttosto l’assenza di un organismo internazionale che intervenga con autorevolezza ed efficacia. Allora lo abbraccio, deluso e insieme commosso. Correndo giù per le scale, evito sempre l’ascensore, rimugino tra me sui sensi di colpa del marrano Ruggero.  

Perdere una enne. Avvocati a Venezia ultima modifica: 2024-04-06T15:27:18+02:00 da PAOLO PUPPA
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1 commento

Stefano 8 Aprile 2024 a 8:37

Optime come sempre

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