Dietro a un personaggio, la Storia

Giacomo Matteotti a Palazzo Roncale, Rovigo.
SANDRA GASTALDO
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Sei anni che cambiarono l’Italia. Li racconta, a palazzo Roncale a Rovigo, una mostra dedicata a Giacomo Matteotti, a un secolo dalla sua morte. Curata dallo storico Stefano Caretti – col convinto sostegno del presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, Gilberto Muraro – l’esposizione è stata concepita con l’ambizione di mettere in luce l’uomo Matteotti il cui nome associamo quasi sempre solo all’efferato omicidio che pose fine alla sua vita.

Il delitto è finito nei manuali di storia, assicurando all’esponente politico socialista una sorta di immortalità senza tuttavia restituire, a tutto tondo, lo spessore della sua figura. Senza davvero farcelo conoscere. Colma dunque una lacuna il percorso documentario del capoluogo polesano che resterà aperto fino al 7 luglio.

Pagine del Corriere Italiano del 1/01/1924

Nelle sale dei primi due piani del Roncale fotografie, oggetti, lettere e pubblicazioni ci riportano al tempo, che non ci appartiene, in cui egli visse. Ci introducono alla sfera di affetti che lo circondò, ai sentimenti che lo sostennero nelle battaglie che – convinto non interventista, pacifista diremmo noi oggi – affrontò con la parola come unica arma per difendere i valori nei quali credeva.

Ha un orizzonte più vasto del periodo coinciso con l’incarico parlamentare di Giacomo questa ampia sezione. Ricostruisce i legami familiari di Matteotti, ciascuno degno non di un capitolo ma di una storia a sé stante, anche di impegno antifascista. Spiccano i cognati: il celebre baritono Titta Ruffo (nome d’arte di Ruffo Cafiero Titta); Casimiro Wronowski, giornalista del Corriere della Sera e padre di Laura, staffetta partigiana; Emerico Steiner, imprenditore milanese (guidò la fabbrica di biciclette Atala dal 1919 al 1938) padre di Mino (morto in un campo di concentramento in Austria) e Albe, entrambi partigiani. Di Albe è figlia Anna, dello Studio Origoni Steiner architetti associati, che ha co-curato la mostra a fianco di Caretti.

Con il Matteotti privato – il ginnasiale dei registri del Liceo “Celio” di Rovigo (promosso con la media dell’otto nell’anno scolastico 1897/98), l’uomo dei bianco e nero sbiaditi di famiglia, con la moglie Velia Titta e i figli, o ritratto durante gite o ascensioni in montagna – si instaura via via una confidenza timida che, poco per volta, trascolora in emozione.

Copertina de L’Asino del 1924

Ma la mostra racconta anche altro. E il mondo attorno all’onorevole Giacomo Matteotti, nato a Fratta Polesine nel 1885 in un’agiata famiglia di origini trentine, comincia a prendere per me consistenza. La concretezza di quel contesto mi si manifesta nelle immagini – molti materiali provengono dalla Fondazione di Studi storici Filippo Turati e dalla Fondazione Anna Kuliscioff oltre che da vari archivi – di un Polesine piatto e immenso in cui le case del popolo minuto spesso erano solo capanne col tetto di paglia. Terra di vaste proprietà fondiarie. Di contadini che spesso erano solo braccianti. Arti, attaccati a corpi, buoni per lavorare nei campi o nelle nascenti industrie: zuccherifici, fornaci, canapifici.

Gli occhi mi cadono su due foto: due diverse scolaresche. In una i bambini – tutti maschi – indossano casacche, quasi uniformi, di fustagno. Le loro teste sono rasate, draconiana misura d’igiene che racconta da sola di promiscuità obbligata, di povertà estrema. Di polenta e polenta. Di un futuro di pellagra. Il maestro siede in mezzo al gruppo, dignitoso e smunto quasi quanto l’anziano bidello – in piedi da un lato – che pare uscire dalle pagine di De Amicis.

Stessa posizione centrale per l’insegnante dell’altra immagine. Ma le somiglianze finiscono qui. La maestra porta sulle spalle, con fiera distinzione, una stola sottile di volpe. Età diverse, prevalenza di bambine anche se par di riconoscere nelle file più arretrate qualche ragazzo. Gli alunni – una classe composita espressione di una scala di ceti che non parte dal gradino infimo – non hanno il capo ispido dopo una tosatura sommaria, ma chiome folte e ordinate. Qualche grembiulino, abiti scozzesi, vestiti alla marinara.


Penso che la frattura sociale d’inizio Novecento non potrebbe essere narrata in modo migliore.
Questo è il “pianeta” spezzato e lacerato che sta intorno a Giacomo Matteotti, laurea in giurisprudenza (una tesi sulle recidive, tema scottante allora come oggi) e fede socialista. Questo il mondo in cui fa politica.

Basterebbe lo schiudersi di orizzonte domestico e quotidiano a giustificare la visita al Roncale.
Tuttavia, è la sequenza incalzante degli eventi nazionali e pubblici, cui è dedicata l’ampia sezione finale della mostra, che mi ha maggiormente scossa, turbata. Una catena di accadimenti intrecciata strettamente con il mandato parlamentare di Matteotti. Un arco temporale di meno di sei anni compreso tra il 1919 e il 1924.

Sei anni che sconvolsero l’Italia, potrei dire parafrasando Ten Days That Shook the World, il titolo di un libro pubblicato, per la prima volta, proprio nel 1919 che ha ispirato più di una pellicola. Lo scrisse un giornalista statunitense di idee socialiste, John Reed, per raccontare la successione di fatti che, nel 1917, condusse alla Rivoluzione di Ottobre.
L’associazione mi appare immediatamente inappropriata: geograficamente, temporalmente ma soprattutto politicamente. Ciò nonostante realizzo che mi aiuta a figurarmi le tensioni – quelle ideali e quelle sociali – e il climax di quella temperie.

Villa Matteotti a Fratta Polesine

Gli strascichi della Prima Guerra mondiale, col suo carico di morti, con la ridefinizione degli equilibri geopolitici e dei confini europei. La crisi economica che divaricava drammaticamente la forbice tra gli strati sociali. Le speranze di un diverso avvenire alimentate dal vento dell’est.
L’arroccarsi contro le idee “bolsceviche” di una fetta ampia della borghesia facoltosa, dei proprietari terrieri. La contemporanea consapevolezza, in settori di quel medesimo ceto, dell’urgenza dell’affermarsi di una giustizia sociale. Le spinte nazionaliste degli uni, quelle riformiste degli altri. Il tutto sullo sfondo di un Paese, ben lungi dall’essere davvero unito e coeso, con industrie concentrate solo nel nord ovest, prevalentemente agricolo. Un’agricoltura da fame che alimentava flussi migratori emorragici.
Cercavano risposte alle sperequazioni insopportabili i laici socialisti e i cattolici tornati alla politica proprio nel 1919 ad opera di don Luigi Sturzo, impegnati, per vie differenti, verso una comune meta: l’affermazione di diritti fondamentali universali.

Universale: che comprende, riguarda tutti. Aggettivo che mi rimanda alla legge elettorale del giugno 1912 che introdusse – me lo conferma una pagina sul sito della Camera – “il suffragio universale maschile”.

L’elettorato attivo fu esteso a tutti i cittadini maschi di età superiore ai trent’anni senza alcun requisito di censo né di istruzione, restando ferme per i maggiorenni di età inferiore ai trent’anni le condizioni di censo o di prestazione del servizio militare o il possesso di titoli di studio già richiesti in precedenza. Universale ma con dei paletti.

Tomba della famiglia Matteotti

Fu la guerra ad abbattere altri limiti. Al termine del primo conflitto, la legge n.1985 del 16 dicembre 1918 ampliò il suffragio estendendolo a tutti i cittadini maschi che avessero compiuto il 21º anno di età e, prescindendo dai limiti di età, a tutti coloro che avessero prestato servizio nell’esercito mobilitato. Si dovette attendere – ma questa è una parentesi – la fine di un’altra guerra perché quell’“universale” non prevedesse esclusioni di genere.

All’ultimo piano di palazzo Roncale si riassumono gli eventi di cronaca ma anche le oscillazioni politiche e partitiche di quegli anni.
Tra il 1919 e il 1924, anni in cui Giacomo Matteotti sedette in Parlamento, furono tre le legislature che si susseguirono. Tre le tornate elettorali. Tre – differenti – gli esiti usciti dalle urne. La mostra opportunamente offre la rappresentazione grafica dei risultati. Il partito socialista nel 1919 – l’anno in cui a Milano Benito Mussolini fondava i fasci di combattimento – era il primo partito in Parlamento (32,28 per cento) con 156 seggi. I popolari seguivano (20,53 per cento) con cento seggi su un totale di 508.

Villa Grimani Molin Avezzù

Due anni dopo, il 15 maggio del 1921, il Partito Socialista italiano (24,7%) scese a 123 seggi su 535.
I popolari (20,4 per cento) ottennero 108 deputati. 37 i seggi conquistati dai Fasci italiani di combattimento.

Dalle elezioni del 6 aprile 1924, 375 dei 535 seggi andarono alla Lista Nazionale (64,9 per cento), nota anche come “Listone”, ideata e guidata da Benito Mussolini. I popolari (9 per cento) ebbero 39 deputati.
La “sinistra” era diventata un arcipelago di partiti e il Partito Socialista Unitario di Turati e Matteotti ebbe 24 seggi (5,9 per cento).

In quei sei anni che sconvolsero il nostro paese, e la vita della famiglia Matteotti, era successo di tutto. La cosiddetta “impresa di Fiume” guidata da Gabriele D’Annunzio cominciata a poche settimane dalle elezioni del novembre del 1919, innanzitutto.
E poi, in un crescendo di attriti, l’allarme per l’ordine pubblico. Da una parte comizi e scioperi nelle fabbriche e braccianti impegnati nell’occupazioni di terre; dall’altra adunate e incursioni di camicie nere.

Arrivano dalla fondazione Anna Kuliscioff di Milano una serie di foto scattate tra il gennaio e l’aprile del 1921: sono immagini della redazione di Bologna del giornale La Squilla, della tipografia del giornale La Giustizia di Reggio Emilia, della Casa del Popolo di Badino (recita la didascalia) devastate, così come la segreteria della Camera del Lavoro di Livorno o la sala principale della Birraria di Torino.

A maggio del ’21, dopo crisi di governo, si tornò alle urne. Il quadro politico si era già frammentato. Istanze conservatrici e nazionaliste erano sostenute da piccoli partiti di area (Partito economico/Partito agrario; Liste di slavi e tedeschi; Partito dei combattenti oltre ai Fasci Italiani e all’Associazione Nazionalista italiana). Il congresso socialista di Livorno del gennaio di quell’anno si era chiuso con una prima crepa dalla quale nacque il Partito Comunista.

Lapide che ricorda i carbonari arrestati nel 1818

Il 4 novembre del 1921, con grande enfasi, si svolse a Roma la tumulazione del milite ignoto. Le tensioni non si placavano nelle piazze così come all’interno del mondo politico.

A inizio ottobre del 1922, mentre già si preparava la marcia su Roma, i socialisti si sbriciolarono, in un prevalere delle ragioni sulla ragione.
In un paese con un’unica camera elettiva, quella dei deputati, e con un senato di nomina regia, spettava al re il conferimento dell’incarico di capo del governo e il re, che non aveva consentito la dichiarazione dello stato d’assedio per fermare l’avanzata delle camicie nere verso la capitale, scelse Mussolini.

Matteotti, diventato segretario del Partito Socialista Unitario, da tempo documentava le violenze fasciste (in mostra appare il volume Un anno di dominazione fascista edito a cura dell’ufficio stampa del Partito Socialista Unitario, redatto da Matteotti) e continuava a registrarle e a renderle pubbliche.
La stessa cosa, con toni amaramente satirici, faceva “L’Asino” – pubblicato settimanalmente dalla società editrice Avanti! di Milano – con vignette a tutta pagina concesse in mostra sempre dalla fondazione Kuliscioff.

Il 1923 Giacomo Matteotti – come testimoniato da una lettera alla famiglia esposta al Roncale – è impegnato tra Berlino, Parigi e la Ruhr in attività politiche internazionali, viaggi utili anche per diffondere le preoccupate critiche al fascismo.

Lo Scortico con, sullo sfondo, la villa Grimani Molin Avezzù

Nel novembre di quell’anno venne approvata una nuova legge elettorale che rispondeva alla volontà manifestata, immediatamente dopo aver assunto la guida del governo, da Benito Mussolini. Il nuovo sistema prevedeva l’introduzione del collegio unico nazionale attribuendo due terzi dei seggi alla lista che avesse riportato la maggioranza relativa.
Il 1° gennaio del 1924, sul Corriere Italiano, appariva il saluto augurale del presidente del consiglio “Un vibrante messaggio del partito fascista al popolo italiano” diceva il sommario. Questo l’incipit:

Rivoluzione. Questo non è capodanno arcadico con sermoncino d’occasione: è capodanno di guerra. Io non son venuto a portare la pace tra voi ma la guerra – disse Cristo ai seguaci – E i figli saranno staccati dai genitori e i fratelli si urteranno contro i fratelli e i parenti contro i parenti, e contro gli amici gli amici.

Il 6 aprile di quell’anno nuove elezioni, in un clima di intimidazione denunciato a gran voce da Matteotti con un discorso pronunciato alla Camera il 30 maggio.

Il 10 giugno alcuni uomini aggrediscono il parlamentare socialista sul Lungotevere Arnaldo da Brescia. Matteotti viene caricato su una Lancia e sequestrato. Con un’inutile, controproducente, protesta, due settimane dopo il rapimento, 123 deputati dell’opposizione, riuniti nella Sala della Lupa di Montecitorio, decidono di abbandonare l’emiciclo rifiutandosi di partecipare ai lavori. Chiedono indagini accurate e sperano in una caduta del governo. Non andrà così. Quell’allontanamento volontario dell’assemblea resta nei libri di storia col nome del colle sul quale, nel V secolo avanti Cristo, i plebei si ritirarono abbandonando le proprie attività per protestare contro i soprusi dei Patrizi, l’Aventino.

Il cadavere di Matteotti fu trovato oltre due mesi più tardi, il 16 agosto, a venti chilometri da Roma in una tenuta del principe Francesco Boncompagni Ludovisi. Il corpo era completamente denudato. I suoi oggetti personali e gli abiti spartiti, forse giocati ai dadi come avvenne sotto la croce sul Golgota, tra i suoi aggressori. La salma venne mandata alla volta del paese natale su un carro merci. Un fiume di gente seguì il funerale, il 21 agosto.

Villa Badoer

A Fratta, cittadina solcata dallo Scortico, corso d’acqua che, a dispetto del nome, scorre placido tra gli alberi, c’era, c’è, la casa di Matteotti. Diventata da tempo un museo è attualmente in restauro, permesso da un finanziamento dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo. Lavori per settecentomila euro che dovrebbero concludersi per il 10 giugno, anniversario del delitto.
“Dicono che verrà il presidente Mattarella”, mi spiega un anziano ciclista che mi fornisce informazioni sull’abitato e su Matteotti.

Fratta è un’elegante cittadina nella quale le ville – alcune di gran pregio come la villa Grimani Molin Avezzù, che pare una copia fedele della Malcontenta palladiana, o la villa Badoer, che è invece autentico prodotto dell’ingegno del grande architetto vicentino – sono quasi più numerose delle normali abitazioni. Ville nell’accezione classica, dimore dominicali legate alle attività negli estesi e redditizi fondi agricoli di questo granaio padano che è il Polesine.

Giusto a metà strada tra i due fiumi – l’Adige e il Po – che delimitano questa terra sta Fratta, che, mi accorgo, è anche un luogo di singolare tradizione politica. L’abitato è punteggiato di targhe. Oltre a ricordare Matteotti, perpetuano la memoria dei martiri di un secolo prima: i carbonari, arrestati nel 1818 proprio a villa Grimani Molin Avezzù, che subirono la dura condanna dello Spielberg.

La casa museo di Matteotti non è ora visitabile. Così come non è visitabile la tomba della famiglia nel cimitero del paese. Mi fermo sulla porta: lavori anche qui, per ripristinare e rinfrescare le pareti interne. Il sarcofago di Matteotti è nascosto – protetto dalle polveri – sotto un telo di plastica. Non riesco a pronunciare una preghiera, ma penso a un testo di Velia Matteotti, che chiude la mostra. È vergato in corsivo su un foglio rigato:


Sia la tua dimora il mio cuore
La tua eterna camera ardente la vita dei tuoi figli
Il premio del tuo martirio la fiaccola aulente
Di tutto il popolo che plaude al sacrificio tuo
E de l’Italia onesta e redenta dalla schiavitù

Cimitero di Fratta Polesine 21 agosto 1924


C’è una annotazione, pure a mano, in fondo al foglio: “Parole scritte a matita dalla zia sul sarcofago provvisorio del cimitero di Fratta, la mattina del funerale”.

Immagine di copertina: portici di palazzo Roncale

Dietro a un personaggio, la Storia ultima modifica: 2024-04-08T16:02:58+02:00 da SANDRA GASTALDO
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