La Signora di Rialto

PAOLO PUPPA
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Shakespeare conosceva Venezia di fama o per esserci stato? Le notizie biografiche sul Bardo vagano nella nebbia, a partire dalla sua identità. Fatto sta che per indicare una città e un centro commerciale per il suo Merchant of Venice sceglie proprio il Ponte di Rialto, dove s’incontrano i ricchi imprenditori. E siamo negli ultimi anni del secolo sedicesimo. Conosciuto in tutto il mondo per la sua bellezza, esempio mirabile di architettura rinascimentale, fulcro dell’economia di Venezia, questo ponte. All’inizio del Cinquecento si fa strada il progetto di sostituire il precedente in legno, bruciato e caduto varie volte, con una struttura in bianca pietra d’Istria. Dopo aver scartato i progetti di famosi architetti, tra cui Palladio e Sansovino, il progetto è affidato ad Antonio da Ponte, nomen omen, uno dei più valenti ingegneri veneziani dell’epoca. La costruzione ha inizio nel 1588 e si conclude nel 1591. Lo caratterizzano un’unica arcata di oltre 28 metri riccamente decorata, dodicimila pali di legno per sostenere le fondamenta, e 24 botteghe, distribuite sui due lati della struttura, sei su ogni lato, larghe ciascuna tre metri. Nella parte più alta queste file vengono interrotte da una costruzione ad archi a tutto sesto. Il complesso si regge sopra dodicimila pali di legno di olmo e tavoloni di larice che lo sostengono.

Mi riguardo sul computer un telero di Vittore Carpaccio, col ponte di prima [immagine di copertina]. Ogni tanto vado a mirare il ciclo di Sant’Orsola all’Accademia. Una cappella privata sopra la terrazza di Palazzo Flangini dove abitavo da bambino (eravamo in affitto) ospitava una copia del Sogno di Sant’Orsola, le piante nei vasi alle finestre gotiche, il grande baldacchino del letto e l’angelo azzurro. Giocavamo io e i miei compagni di classe, e mi guatavo ansante quell’immagine di pace durante i buffi e simulati nascondigli. Il miracolo della Croce a Rialto mostra dunque il ponte quand’era ancora di legno, nel 1496 circa. Una folla lo attraversa e lo costeggia, i palazzi di scorcio lungo il canale, i comignoli svettanti dai tetti, le logge, gli aristocratici nei loro costumi lussuosi, gli stranieri in foggia orientale, gli avventori del mercato, l’intrico di gondole traghettanti e di etnie. Un’atmosfera mondana e insieme mistica. Ma insieme il quotidiano, tra le donne che battono i tappeti e sistemano la biancheria ad asciugare, i bottai che sciacquano i recipienti per il vino e a i muratori che trafficano colle tegole sui tetti. Tutta gente ripresa come in un’istantanea. Ebbene, che fine ha fatto questo mondo? 

Il dipinto, commissionato al pittore dalla Scuola Grande di San Giovanni Evangelista, riprende la guarigione dell’ossesso, grazie appunto alla reliquia della Croce imposta dal Patriarca di Grado, nel Palazzo a San Silvestro, e seguita dalla processione religiosa. Se il ponte è ancora quello anticamente ligneo, come detto, in precedenza nel Medioevo era un mero ponte di barche. Ma il quadro esibisce già la doppia fila di botteghe nei lati come nella odierna versione in pietra. In cima invece il dipinto esibisce la passerella, poi soppressa dalla moderna configurazione, alzabile per i vascelli più alti, che navigavano il Canal Grande portando le merci ai vari fondachi e ai magazzini della zona.  

Di barche, di legno e infine di pietra, il ponte collega due mondi tra loro, a smaltire l’enorme afflusso di gente, lo spostamento tra sestieri di qua e di là del canale, Castello, San Marco e Cannaregio i tre “de çitra”, Dorsoduro, Santa Croce e San Polo quelli “de ultra”. Si tratta del più antico, rispetto agli altri tre che uniscono le sponde del Canale, Accademia, Scalzi e quello recente di Calatrava. Fino al 1854 allorché viene edificato il Ponte dell’Accademia, resta per due secoli e mezzo il solo che attraversava il Canal Grande. E certo risultano pochi quattro passaggi in una città sparsa tra 118 isole e isolette separate da circa 170 tra rii e canali. Magari, bastavano poche assi gettate sui canali più stretti, le “tole”, passerelle spostabili per permettere il transito delle imbarcazioni. Lo si confronti questo ponte imponente e tanto decorato, coperto da porticato, con quello, battezzato del Diavolo a Torcello, che collega il centro della piccola isola con il resto della laguna, senza parapetto, un po’ come il suo emulo Ponte Chiodo a Cannaregio, tracce di forme povere e rudimentali.

Le stradine contigue al mercato recano i nomi delle corporazioni. Il flusso si espande verso piazza San Marco con le Marzarie di San Salvator, del Capitello, di San Zulian e de l’Orologio per  vendere sete, tele e stoffe orientali, mentre l’artigianato locale si riforniva in Calle dei Fuseri. Vetri e specchi si vendevano in Calle degli Specchieri, le armi in calle della Spadaria, frecce e balestre nella Frezzaria, per la lavorazione del ferro ecco Calle dei Fabbri. E ancora in Calle delle Rasse il mercato concerneva i delicati panni di lana in arrivo dalla Russia. Poi la Ruga dei Oresi, cioè i gioiellieri, e la Ruga degli Spezieri, per le spezie dell’oriente. Destinata al mercato del vino la Riva del Vin, cioè la riva giù  dal Ponte verso San Polo. Dalla parte del Sestiere di San Marco, le rive del Carbone e del ferro. Tra il Palazzo dei Dieci Savi e la Ruga Vecchia San Giovanni, si trovano i toponimi Ruga e Sotoportego dei Oresi (orefici), il cui nome, come detto, proviene dalle numerose e antiche botteghe di orefici documentate sin dal  1015. E cogli oresi, anche gli zogielieri e i diamanteri. In particolare gli oresi erano specializzati nei monili con la tecnica della filigrana, detta per questo opus veneciarum  con la quale fabbricavano i celebri manini, chiamati entrecosei (intrigosi), perché costituiti di sottilissime maglie d’oro che non facevano che intricarsi durante la lavorazione di collane e bracciali. Ogni artigiano nel sottoportico e nella Ruga degli Oresi doveva affrescare la crociera del soffitto in corrispondenza del proprio negozio, assicurando in tal modo la manutenzione dell’edificio pubblico. Non solo oggetti, ma anche il corpo, in quanto si esaltava pure il cibo. Da qui, l’Erbaria per gli ortaggi, la Pescaria quello del pesce, la Naranzeria per arance e frutta,  la Beccaria per la carne, la Casaria per i formaggi. E sui muri di Rialto i lenzuoleti stradali conservano ubicazioni e posture delle varie mercanzie. 

La parola Rialto deriva da Rivus Altus o Riva Alta, nel senso di canale profondo. All’origine, non era un centro carismatico. Più importanti erano Torcélo, Ammiana, Grado, Eracliana, Equilio, Chioggia, Metamaucum, poi Metamauco, cioè Malamocco, a suo tempo pure sede dogale. Ma presto sarebbe divenuto motore finanziario e commerciale della Serenissima e dell’intera Europa. Non si dimentichi che i mercanti veneziani non esitavano a mantenere scambi anche con i colleghi dei paesi con i quali la Repubblica era in guerra. Attorno vi si concentra la parte più rilevante e prospera della città, oltre che sede delle istituzioni, come il Palazzo dei Camerlenghi, avviato nella costruzione dal 1525, sede della magistratura assieme ai Consoli e Sovraconsoli dei Mercanti. Sempre a metà del Rinascimento il Palazzo dei Dieci Savi dove alloggiano i Savi alle Decime. Attorno a questa zona tanto vitale gravitano altresì le prostitute censite in 11.654 in pieno Cinquecento.

Molti anni fa ospitavo un amico, collega dell’Università di Palermo, che mi portò in casa la giovane e bella moglie di origini piemontesi e la figlioletta, oggi entrambe scrittrici affermate. Nel pomeriggio, ho voluto portarle a Rialto. Salendo in cima, e guadagnando a poco a poco il parapetto in mezzo alla folla brulicante dappertutto, ho visto coi loro occhi la loro prima volta di quel paesaggio unico, per la bambina ne sono sicuro era un esordio. Ricordo il loro sorriso d’estasi, e pareva di stare dentro uno scenario fiabesco. Come se stessimo innalzandoci davanti a tanto splendore. La luce, i vaporetti visti dall’alto, la linea serpentina del canale, il profilo dei palazzi antichi ai lati delle rive. La frenesia della mercatura, legata a quelle pietre, restava fuori, traducendosi in visione abbagliante. Da vivere quasi la maladie de Stendhal, la pericolosità dell’eccesso di beltà nell’arte e nella natura.

Nel novembre del 2012 è stato fondato il Comitato Cittadini Campo Rialto Nuovo e Adiacenze, a difesa dai residenti innanzitutto dalla movida estiva. Si occupa, l’Associazione, attraverso visite guidate, di ambiente e qualità della vita. Come recita lo statuto depositato nel 2019 si intende tutelare l’assetto abitativo e monumentale dell’area interessata. Realizzare i restauri dei sottoportici in Ruga degli Oresi. Filtrare i flussi turistici oramai insostenibili e nocivi alla quiete e alla incolumità pubblica. Garantire una sorveglianza preventiva la sera nell’area realtina. Regolamentare e armonizzare i plateatici con il contesto. E si ribadisce che Rialto è mercato della Città, non rionale! Adibire infine l’edificio collegato alla loggia più lunga detto Poste vecie per il ripristino dei vecchi servizi igienici con spogliatoi per gli esercenti e per il pubblico. Nel 2019 l’Associazione ha incontrato il sindaco Brugnaro proponendo sia un centro culturale nelle Logge della Pescheria sia la rivitalizzazione del mercato. 

L’anima del Comitato, mente e cuore, pulsa però in Gabriella Giaretta. Costei mi sorride dall’altra parte di un elegante tavolo di noce, nella sua camera da pranzo. Casa al primo piano del Campo Rialto novo, di fronte all’omonimo ristorante un tempo appartenuto a zii materni del padre. Costoro erano quattro fratelli, Emilia, Carolina, Martino e Giovanni, e servivano prima dell’alba i pescatori. Così, hanno fatto soldi con cui comprare l’intero caseggiato nel lato sud, a fianco della Scoletta degli Oresi, ben nove unità abitative e magazzini. Qui, infatti, sono collocati la casa in cui adesso c’incontriamo, da lei abitata da sessant’anni, e dono dello zio Giovanni, e l’appartamento arrivato a lei nella spartizione tra eredi. Venduto quest’ultimo, ne ha acquistato un altro nel 1995, solo quaranta metri per lei sufficienti nell’Arrondissement 17° di Parigi, divenendo quasi una pendolare tra Rialto e la Senna. Un ramo della famiglia, i Meneghini, possedeva terre e proprietà (tra cui allevamenti di bachi da seta) a Cinto Euganeo, ma un loro rampollo, zio della nonna, si è mangiato tutto alle corse dei cavalli agli inizi del secolo breve. Elastico dell’economia.

Gabriella alla festa della pensione. Signora bionda, a sinistra, sotto il manifesto

Gabriella è radicalmente veneziana, come il padre Pietro, che gestiva col fratello Gino due negozi di formaggi nel vicino Campo San Giacometo (la chiesa, la cui origine si perde nella notte dei tempi, ma riedificata nella seconda metà del XII secolo), esercizi ora dei cugini che vi vendono mosaici. Anche il nonno paterno lavorava coi formaggi. La madre, Carolina Fullin, figlia di un barista, veniva viceversa da una famiglia di Alpago, un cui parente era primario di ortopedia. In casa si respirava indifferenza o collusione col fascismo. Mi confessa che uno zio era stato tenuto a lungo nascosto dalle ritorsioni partigiane, alla liberazione. Pietro del resto era stato anche combattente in Etiopia. Ma lei in una sua memoria scritta che mi consegna ricorda in qualche modo un vaporetto nel ’43 diretto agli Alberoni per una loro vacanza, attaccato da un aereo con mitragliatrici, col padre ferito ad un polpaccio. L’orizzonte moderato-conservatore della famiglia affida lei, figlia unica, alle suore di Nevers per le elementari, seguita a casa dalla nonna paterna Emilia. Una certa agiatezza, legata a formaggi e al pesce, autorizza  tra le altre anche vacanze a Cortina. 

Ha 84 anni, la Signora di Rialto, e me lo precisa con una fiammante sicurezza. In fondo, lei è na putea se paragoniamo questi 84 anni  ai quindici e più secoli della città. Sull’archivolto sud del Ponte, l’Angelo Gabriele da un lato e la Vergine dall’altro nell’atto di  ricevere il sacro messaggio, con la Colomba tra i due, fissano infatti la leggendaria anagrafe di Venezia all’anno 421. Urgono allora attività culturali sulla storia della città e del mercato di Rialto. Sì, la Storia gloriosa colla esse maiuscola rispetto alla sua piccola, la Storia che lei vorrebbe portare nel Museo da ospitarsi nei mille metri quadrati delle Logge sopra la Pescheria, usate a suo tempo come ufficio elettorale, vuote dal 2013, già utilizzate in quanto uffici elettorali e altro, oggi abbandonate al degrado e al sospetto di eternit, ovvero fibre di amianto disastrose per l’inquinamento. Lei col suo Comitato sollecita la  giunta comunale, e lo stesso governo del Paese, magari tramite lettera al Ministro Nordio, ex magistrato veneziano, in passato residente qui, a Rialto, sopra la Pescheria. Fratelli d’Italia, alla ricerca di proseliti in vista delle elezioni europee, si sarebbero mostrati sensibili all’appello, mi confida perplessa, promettendo di inserire nel prossimo bilancio cittadino questa proposta. Sogna uno spazio recuperato, pareti con pannelli, schermi in 3D dove appendere immagini e proiettare filmati sulla Storia dei commerci di Rialto col mondo intero, tra Oriente e Nord Europa. In una parola, storicizzare lo spazio, la geografia, recuperando il tempo, gli strati del passato, la memoria trascurata. 

Ogni giorno si dedica al suo Comitato, con una pazienza infinita. Sono in pochi, con lei, là dentro. Soci iscritti 120, nucleo operativo una ventina, una sola segretaria. Ma l’assiste un grafico, Keller, e l’architetto Claut, entrambi bravi e generosi. Poche le finanze, tutto volontariato e qualche raro contributo di privati. Per il resto, il ricavato dall’affitto delle bancarelle (conservate dal parroco a San Silvestro) imprestate agli artigiani che espongono, o alle società remiere che manifestano contro il moto ondoso. Organizza pure quattro giornate della creatività all’anno. 

La voce di Gabriella è dolcemente e mollemente modulata su intonazioni lagunari, velature e arrotate tipiche di un dialetto mimetizzato nonostante gli sciacqui periodici nella Senna. Penso per analoghi spostamenti all’avvocato Carlo Goldoni, di casa spesso nelle dette giornate della creatività. Là forse si cela qualche rischio di una territorialità localistica e provinciale. Ma questo lo tengo per me. Dialetto? Mi smentisce subito, in quanto i suoi genitori tra loro comunicavano nell’idioma dell’autore del Campiello, mentre con lei parlavano in italiano per agevolarla nella scuola. Tant’è vero che lei diventerà maestra a 29 anni, avendo interrotto l’ultimo anno delle magistrali al Tommaseo per la morte del babbo nel 1960, dovendo aiutare alle casse nei due negozi di formaggi. Cambio merceologico, nondimeno, col decesso di Pietro. Si passa dai formaggi alle borse per turismo dell’est europeo. La madre muore a sua volta nel ‘90.

Mi sfoglia, con qualche riconoscenza per la mia attenzione (si avverte non narcisismo ma priorità data alla Storia, piccola e grande), alcuni album di foto della sua vita, già pronti per essere squadernati. La luce nella stanza è fioca, una penombra protettiva. Sfilano così immagini lontane, una bambina, poi una ragazza poi una giovane donna, presto sposa a un aitante ragazzo. Avanza in primo piano un’indubbia bellezza, forse inconsapevole di sé, una luce stordente nella biondezza nordica sorta in laguna, in mezzo ai formaggi, di questa maestrina in giro per le isole. Se questa creatura avesse incontrato non Franco Cavasin impiegato alle Generali, giovanotto di sinistra, ogni tanto distratto da altre donne, al punto  da essere accompagnato alla porta dopo l’ennesima infedeltà, se costei avesse invece incontrato sulla sua strada un conte Marzotto, avremmo avuto non la compagna Giaretta, ma un’altra contessa Marta, regina del jet set e della fatuità mondana? Perché la magnificenza fisica è la medesima. 

Da Franco, sposato nel 1963 nella Chiesa di San Silvestro e luna di miele alle Cinque Terre, si separa nel 1969. L’ultima goccia che ha fatto traboccare il vaso allorché, ammalata di tifo e ricoverata per un mese all’ospedale delle Grazie, lui ne approfitta per una nuova relazione. Vent’anni dopo, Franco ha riprovato a tornare assieme, respinto con fermezza. Sarebbe morto nel 2008, dopo un secondo divorzio. Ma è stato, lei onestamente lo riconosce, un padre responsabile delle due creature nate negli anni dell’amore coniugale, ovvero Elena, del 1964, farmacista e poi responsabile di eventi alla Todds di Parigi, e Carolina del 1966, sposata a un dirigente di azienda plexiglas, impegnata nel settore immobiliare.  Dal 1969, oso interrogarla timidamente, ha avuto altri compagni? Mariti basta, taglia subito laconica. 

Vinto il relativo concorso, è stata dunque maestra elementare molto motivata a Campalto, San Donà, Burano, Murano, finendo la carriera nella più comoda Renier Michiel, vicino alla Toletta, sino al 1997 quando è andata in pensione, un po’ in anticipo. Ma si era in precedenza immolata nella lotta per il tempo pieno, nell’Associazione genitori democratici, da lei fondata nel ’74, di cui diventa presidente, e nel MCE, movimento di cooperazione educativa, ispirato a Célestin Freinet (1896-1966), tra i cui archetipi di riferimento spunta anche il mio amato Don Milani. Si è battuta per la legge 517 che inserisce un disabile in classi che non superino le venti unità, con insegnante di sostegno, a evitare i ghetti. Ha portato pure i suoi allievi a Londra, a fine anno, perché imparassero questo benedetto inglese. E con loro ha scritto album-collage e ha ingaggiato battaglie epiche per lo spazio verde, come il Parco Pianeta Verde a Santa Marta, utopia poi davvero realizzato nel 2001. In realtà, deve godere di una grande salute, Gabriella. Lo comprova il fatto che non sta mai ferma. E in passato è stata pure guida trekking, con viaggi e scambi, e socia Coop Adriatica dove ha ovviamente organizzato corsi di cucina, momenti culturali  e feste per i piccoli.  

Mathis e Marco a San Giacomo da l’Orio

A Parigi abita la figlia Elena, sposata a Patrick, musicista francese, di famiglia delle Antille. Da qui, la pelle abbronzata dei due bei nipoti, il primo dei quali ha già trent’anni. La biondezza solare di Gabriella si è pertanto oscurata nel felice meticciato di Marco e Mathis, anche loro sprofondati nella musica, il primo la tromba, il secondo pianoforte e chitarra. Per il genero, coniuga i  verbi al passato. Ipotizzo un altro divorzio. Noooo, per carità. Proprio due giorni fa, m’informa con uno sguardo all’improvviso acceso, sono andate, lei e sua figlia, assieme ai ragazzi e agli amici intimi in una barca che ha superato Sant’Erasmo (dove Elena e Patrick si erano sposati nel 1990) per disperdere le ceneri del genero, morto di ictus mentre guidava la macchina. Aveva solo sessant’anni. Cerimonia intima, sofferta e poetica insieme. Lei, Gabriella avrebbe voluto cantare, magari una ninna nanna, come aveva fatto in una diversa situazione, la notte del 1978 quando erano arrivati i risultati del referendum sull’aborto. Là, aveva voluto condividere tutta la gioia provata e impossibile da contenere in silenzio.

Tutt’ora iscritta alla Cgil, ha lavorato a lungo nel Pci. Qui, ha lottato con forte coinvolgimento personale  per la legge sul divorzio e per la parità uomo/donna, ma se ne è allontanata alla svolta della Bolognina. Il motivo vero del distacco però risiede nella da lei accertata lontananza rispetto alla base, alla gente comune da parte delle nuove dirigenze. Ricorda con sobrio struggimento quando andava casa per casa a vendere l’Unità. Nel congedarmi, mentre mi inghiotto il commento su quell’Adiacenze del loro Comitato che mi piace poco, ammette che l’orizzonte è profondamente mutato. Ad esempio, sono pochi i banchi, due di Sant’Erasmo, cinque di veneziani e il resto gente di colore, sino alla pochezza della ventina totale. Il tono pare appannarsi mentre cita, in un mormorio sconsolato, la riduzione vertiginosa degli abitanti, sostituiti dai turisti, e l’esplosione compulsiva dei supermercati specie discount. Questo, il mercato di Rialto oggi.

La Signora di Rialto ultima modifica: 2024-04-08T23:07:10+02:00 da PAOLO PUPPA
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1 commento

Valerio 10 Aprile 2024 a 6:28

Fantastico….,lettura scorrevole fornita da una documentazione perfetta.Conplimenti

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