Le nuove frontiere del conflitto politico

MAURIZIO CECCONI
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Credo sia giusto fare, se possibile, un passo avanti nella riflessione che affronta il rapporto tra cittadino e partecipazione.

Non è semplice ma provo a portare il mio contributo anche perché la conseguenza di quest’analisi sboccherà nel voto.

A mio avviso il posizionamento sociale e partecipativo di ciascuno di noi trova riferimento in uno “status”, in due “origini” e in tre “contingenze”.

Le “origini” sono evidenti: famiglia e scuola.

Le “contingenze” penso di poterle identificare nei servizi di cui usufruiamo, nel lavoro che scegliamo o siamo portati ad accogliere e nell’immaginario collettivo che ci circonda e avvolge.

Lo “status” è il tipo e la dimensione della comunicazione che usiamo o siamo portati a usare.

E allora la domanda che mi sorge spontanea è la seguente: è cambiato qualcosa dal passato, dal Novecento che ho vissuto direttamente?

Mi pare di si.

Per quanto riguarda le “origini” la famiglia mi sembra annacquata, con forti difficoltà di definizione di ruoli, con l’incapacità di trasmettere e tradurre il passato, con la debolezza manifesta nel discutere e nell’affrontare temi e merito di ciò che accade.

Direi una famiglia spesso sostanzialmente permissiva in cui l’esempio non vale nella discussione ma nel comportamento con una precisazione importante: non c’è più un grande desiderio collettivo di emancipazione.

Il futuro appare necessariamente da catturare, non da meritare ed esigere socialmente.

La scuola è ancor oggi fondamentale.

Come luogo di studio non ha perso colpi.

Anzi forse è cresciuta.

Come luogo formativo e di crescita complessiva appare invece in difficoltà.

Perché è in crisi il posizionamento sociale della scuola, il suo apparire come ascensore sociale, il suo essere credibile nell’evoluzione del Paese.

Tant’è che l’estero risulta spesso affascinante e migliore nei confronti con il domestico.

Ma è l’immaginario collettivo della scuola più che la scuola stessa a essere in crisi.

E sulla scuola come su altri servizi fondamentali cade la scure di chi prefigura il “privato” come asse dominante della formazione.

E allora le “origini”, famiglia e scuola, sembrano non distrutte ma titubanti, incerte, incapaci di farsi strada nel nuovo secolo.

Le “contingenze”, servizi pubblici, lavoro e immaginario, sono dialettiche con la nostra vita.

I servizi non hanno più la straordinaria qualità del Novecento.

Sottilmente si suggerisce la maniera americana come esempio e cioè si dice che il privato vale perché è di buona qualità mentre il pubblico stenta e va evitato perché è mediocre, non rispetta le promesse, non giunge in tempi giusti, non è sicuro e così via.

Scuola, sanità, trasporti, casa… sono esempi classici e lampanti per tutti noi.

E così anche se con dispiacere e arrabbiati siamo portati a far entrare nelle nostre menti che il passaggio da pubblico a privato è naturale, ovvio, ineluttabile.

E la sanità è il mezzo per convincere chi può.

Il lavoro è l’altro polo che si è sgretolato.

Mille categorie, diversità di trattamento, contratti atipici, partite iva, consulenze, lavoro nero sono le condizioni che hanno minato l’unità dei lavoratori e la loro capacità politica.

È un miracolo che va coccolato e preservato, l’esistenza del sindacato quand’anche solo degli occupati, fatto di categorie spesso protette e di battaglie a volte di non facile comprensione.

Stare insieme, uniti e solidali, nel lavoro è difficile, improbo, a volte impossibile.

E la solidarietà del passato è spesso difficile da costruire come vincente.

È più facile divenga testimonianza.

E l’immaginario collettivo che ci circonda?

È l’unico tratto comune che abbiamo. L’unico punto che tutti vedono.

Ma è costruito con mille angolazioni, pareri, desideri e opportunità diversi.

Perché la ragione materiale dello stare insieme tipica del Novecento non c’è più.

Perché la ricerca del minimo comune denominatore classica e obbligata nel lavorare e rivendicare insieme non appare più possibile.

Quindi abbiamo assistito a una fase strana e spesso incomprensibile, quella che chiamo “liberi tutti!”.

Di pensare e dire perché non si paga pegno.

Anche se si dicono follie e non c’è obbiettivo comune.

In tutto ciò interviene la comunicazione come “status”, come acqua, come collante.

Ed esalta le rotture post Novecento.

Esalta l’individualità sul collettivo, l’interesse personale su quello generale, la ricerca del successo sulla lotta per i diritti.

Il dramma della televisione berlusconiana è mille volte più forte di ogni governo di belusconiana memoria e oggi è divenuto caratteristica generale dei media a partire dalle tv di stato. 

E allora cosa ha a che fare tutto ciò con la difficoltà della partecipazione?

A mio giudizio quanto detto la spiega, la motiva, ne dà le ragioni.

E ci racconta però delle nuove frontiere del confronto politico.

Ci dice che senza fondamenta solide non si va da nessuna parte.

Poco mi interessa se si vogliano chiamare ideologia o valori.

E le fondamenta sono culturali e materiali, di pensiero e di etica, di diritti e di doveri.

Sono nella filosofia e nell’economia dell’esistenza, nei diritti e nei limiti per l’individuo.

Con la capacità dell’esempio e dell’etica intesi come chiave popolare e non populista di comprensione.

Come sempre il futuro è solo nelle nostre mani.

Le nuove frontiere del conflitto politico ultima modifica: 2024-04-08T23:30:21+02:00 da MAURIZIO CECCONI
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