C’è del marcio a Kolonaki

Alla scoperta di  Ghiannis Marìs, patriarca del poliziesco greco.
ROBERTO ELLERO
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Se vi dilettate di noir a sfondo sociale, segnatevi questo nome, Ghiannis (Yannis, secondo altra trascrizione) Marìs. Ne vale la pena, “il patriarca del poliziesco greco” secondo Petros Markaris. All’anagrafe e nella vita faceva Yannis Tsirimokos, giornalista (1916-1979), uomo di sinistra (propensione impegnativa in un paese appena uscito dalla guerra civile e prossimo alla dittatura dei colonnelli), attivo letterariamente tra gli anni Cinquanta e Sessanta, con una quarantina di romanzi, all’epoca di scarso successo e poi “riscoperti”, grazie anche al cinema e ad una fortunata (in Grecia) serie televisiva. Oggi se ne parla come di un Simenon alla greca. Paese che vai Simenon che trovi, direte, vulgata editoriale da quarta di copertina. Ma al di là dei luoghi comuni, molte somiglianze davvero intercorrono tra Jules Maigret e il suo commissario Gheorghios (Yorgos) Bekas, uomo d’altri tempi, tarchiato e solitamente imperturbabile, sempre in giacca e cravatta, anche con 40 gradi all’ombra, pensiero prima che azione, con doti investigative ad ampio raggio. E di questa stessa pasta, guarda caso, sarà anni dopo il Kostas Charitos di Markaris, che vive e indaga nell’Atene dei giorni nostri. 

Marìs me l’ha fatto scoprire Delitto a Kolonaki (Crocetti Editore, 2023, tradotto da Valentina Gilardi) ma poi mi sono ritrovato per le mani anche Il tredicesimo passeggero (prima edizione italiana per i tipi di Crocetti nel 2021, ora nell’Universale economica di Feltrinelli, 2024, con traduzione di Nicola Crocetti), mentre a qualche anno fa (2018) risalgono le uscite italiane di Delitto a Mykonos e Primavera pericolosa (edizioni ETP). Auspicabile che ne arrivino altri. 

Kolonaki, dicevamo, quartiere elegante del centro ateniese, non lontano da Syntagma, ai piedi del Licabetto, altura che fronteggia a distanza l’Acropoli. Negozi di lusso, bar, ristoranti, ieri come oggi. Il romanzo è del 1953 e racconta dell’omicidio di un pittore assai noto in città, Nassos Karnèsis, destinato a suscitare scalpore nell’Atene che conta. Pochi dubbi, inizialmente, sulla possibile identità dell’assassino: il finanziere Kostas Floràs, l’ultimo che gli ha fatto visita, di notte, in fretta e furia. E invece… Ad indagare, sollecitati anche dal figlio dell’accusato, rientrato appositamente dall’America, saranno un giornalista, Makrìs, facilmente identificabile con l’autore e, per l’appunto, il commissario Bekas, cercando piste e possibili moventi in un groviglio di affari e complicità che farà naturalmente tappa anche al Pireo, allora quartiere piuttosto malfamato della capitale. Makrìs, che lavora per un quotidiano della capitale, e Bekas non fanno necessariamente coppia, sono amici che per ragioni di cronaca (nera) ritroviamo spesso insieme sul campo delle indagini, particolarmente difficili e complesse quando di mezzo ci sono i “piani alti” della capitale.

 

Nel Tredicesimo passeggero, che è di una decina d’anni dopo, si racconta – uno dopo l’altro – di strani incidenti mortali ai danni di anonimi cittadini, sulle prime senza nessi e rapporti fra loro. Caso vuole però che mentre la strana moria va collezionando implacabilmente le sue vittime, sulla scena degli “incidenti” sempre un uomo di bianco vestito e con folti baffi neri, cominci a circolare la notizia di una curiosa eredità lasciata da un immigrato greco che ha fatto fortuna negli Stati Uniti: un cospicuo patrimonio spettante a coloro che, insieme al futuro riccone, s’erano salvati da un naufragio capitato ad una carretta anni prima. Gli “eredi”, rimasti in sette, o i loro eventuali congiunti, in caso di morte. Dieci piccoli indiani, insomma… 

E sentite quel che succede in Primavera pericolosa allo stimato professor Andreas Lambrinòs, uno degli avvocati più in vista di Atene. Rischia di investire con la macchina Olga, figlia di un ricco armatore, che subito dopo inizia ad esercitare tutto il suo fascino sul malcapitato professionista. Non per molto: viene ritrovata morta nella sua casa di campagna. E di lì a poco la stessa sorte capiterà alla matrigna di Olga. Chi sarà stato e perché? Se Atene piange (i suoi morti), neanche Mykonos se la passa troppo bene. La reginetta delle Cicladi è già meta del turismo danaroso negli anni Cinquanta. Niente a che vedere con la masse di oggi ma nicchie di facoltosi vacanzieri, magari arricchitisi con la guerra e affari non proprio puliti. E dove scorrono i soldi… Delitto a Mykonos non fa sconti e butta nella mischia degli “eletti” segreti e bugie di un jet set al nero.

Abile negli intrecci, sempre avvincenti, e nel pedinamento dei sospetti, innocenti o colpevoli che siano, Marìs è particolarmente attento agli scenari in cui si muovono i personaggi, le famose “atmosfere” che fanno spesso la differenza, nel campo dei polizieschi, fra chi punta essenzialmente alla costruzione del whodunit e chi, attraverso quelle storie, ne approfitta per raccontare anche (o soprattutto) i contorni, paesaggi che finiscono per essere anche sociali. A detta di chi conosce il panorama greco post bellico sembra che la cronaca nera non fosse, negli anni dei romanzi di Marìs, il principale cruccio della polizia, intenta piuttosto – secondo le direttive degli esecutivi politici – a sorvegliare e reprimere possibili attività sediziose. Occhio ai “rossi”, insomma. Nei romanzi di Marìs, viceversa, di sovversivi neanche l’ombra e il commissario Bekas è chiamato ad indagare sulle malefatte di chi non costituisce certo un pericolo per il potere, per certi versi anzi lo incarna. Curioso ma significativo spiazzamento. E lasciamo infine la parola proprio a Markaris [da una intervista rilasciata a Lambrinì Kouzeli sul settimanale greco To Vima nell’aprile 2011]: 

Marìs è il patriarca del romanzo poliziesco in Grecia. Se allora le sue straordinarie storie non ebbero la fortuna che meritavano è a causa della congiuntura storica. Marìs scriveva nel momento sbagliato e nel posto sbagliato, in un Paese che considerava il romanzo poliziesco un genere di serie B. Eppure, nessun altro scrittore dell’epoca ha saputo descrivere con altrettanto vigore l’alta società ateniese del dopoguerra e il sottobosco dei delatori che si erano arricchiti durante l’occupazione e il conflitto civile. Se avesse scritto, che so, in francese, oggi sarebbe famoso in tutto il mondo.

Dimenticavo. La predilezione di Markaris per i toponimi è nota. In macchina o a passeggio, che si tratti di indagare o soltanto di tornare a casa, i luoghi del suo Charitos sono puntualmente indicati. Qualcosa di analogo, Kolonaki e dintorni, succedeva già nei romanzi di Marìs. Il significativo vezzo letterario di chi ci tiene moltissimo a dire dove sta e a chiamare le cose con il loro nome. Forse per far sapere che, in fondo, potrebbe essere tutto “vero”.

C’è del marcio a Kolonaki ultima modifica: 2024-04-11T16:51:25+02:00 da ROBERTO ELLERO
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